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Ci sono madri che non meritano di essere festeggiate

Lei scrive:

Cara figlia,

ti chiamo così perché lo sei, mia figlia, anche se siamo molto lontane. Anche se non mi consideri madre e non hai voglia di parlare con me. Anche se ti ho fatto del male e tu, giustamente, ti sei aggrappata a sogni e parenti pur di starmi lontana. Non so se è adeguato quel che sto per scrivere e non lo faccio per chiederti di concedermi il perdono, una assoluzione, per fare leva sulla tua indulgenza, perché non credo in nulla di tutto ciò e quindi so che non ci può essere pentimento o espiazione a risolvere quello che è andato male tra di noi. E’ stato un rapporto complicato, lo so, e io stessa sono una persona complicata, con tanti problemi da risolvere, molti dei quali sono stati causa di tuoi disagi che invece avrei dovuto prevenire. Mi sono flagellata a lungo per questo e poi ho in realtà deciso di convivere con i miei errori. Ho deciso di non aver paura di quel che vedo dentro di me. Sono una persona orribile, a volte, lo sono stata per te. Non ho adempiuto ai miei compiti con responsabilità ed empatia nei tuoi confronti. Ti ho solo vista come un limite, come un disturbo, oppure come accessorio per gratificare il mio ego. Ti ho resa insicura, ho arginato le tue critiche, i tuoi urli dovuti alle mie contraddizioni, il tuo dolore causato dalla mia maniera distruttiva di mettermi in relazione con te. Mi hai subita, con la mia aggressività, la mia violenza psicologica e a volte fisica. Hai cercato – io lo so – di ritrovarmi, di rintracciare un po’ d’amore che ci tenesse un po’ legate. Hai cercato di riallacciare un filo che potesse renderti più forte, con un punto di riferimento fermo, ma io di te ho avuto bisogno ma anche molta paura.

Non ho saputo dirti che lo spazio destinato a te avrebbe dovuto distogliermi dall’apatia, dalla mia voglia di fare cose che poi non ho neppure concluso, dalla mia necessità di mentire a me stessa, mentre tu mi mettevi di fronte alla realtà, dal mio bisogno di innamorarmi ancora e ancora senza tenere conto della quantità di affetti regalati e tolti che ti sei vista passare sotto il naso per non riuscirne ad afferrare proprio nessuno. Ti ho vista rimpiangere un padre che è stato per me violento, possessivo, un quasi omicida che mi ha lasciata con le osse rotte, la povertà e tanta solitudine da gestire. Ma il fatto di pensarmi vittima, di immaginarmi lì ad aver ragione di rivendicare diritti solo per me stessa mi ha reso per te una cattiva madre. Quanto violente possono essere le persone intrise di vittimismo lo so solo io e lo sai anche tu. Mi spiace, non so che altro dire, e so che queste parole non risolvono assolutamente niente perché non oso tentare di suscitare la tua comprensione, la tua pietà. Non spetta ai figli empatizzare con il dolore dei genitori. Sono io che avrei dovuto empatizzare con il tuo. Ma dov’è la forza e l’intelligenza di essere madre quando ancora non sei cresciuta e non hai risolto nessuno dei tuoi problemi? Qual è il modo migliore per superare i miei disagi e arrivare al punto in cui sarò in grado di ascoltarti? E’ tardi, già lo so. Quando e se riuscirò ad essere in grado di regalare qualcosa sarà tardi e tu avrai già tratto forza da altri riferimenti che ti tengono salda su te stessa mentre io ancora mi sento trascinare in fondo da un mare in tempesta.

Ho avuto un’infanzia terribile a mia volta. Un genitore violento, un altro vittimista ma decisamente debole, troppo debole per decidere di preservare la vita dei propri figli prima che il suo buon nome, ma io non ce l’ho con nessuno di loro. Ho capito quanto umano sia sbagliare quando ho avuto te, una figlia, la responsabilità di non farle del male e poi, invece, l’incoerenza che ti porta a farglielo senza che tu te ne renda neppure conto. Tutte quelle giornate spese a dire che sarei stata migliore di loro per poi ritrovarmi a realizzare di riflesso le medesime situazioni. Così mi sono vista nei panni di mio padre e di mia madre e ancora oggi, credimi, non so proprio chi cazzo io sia. So solo che tu sei cresciuta, nonostante tutto, con il carico di odio che è l’unica cosa che penso ti leghi a me, fin quando non riuscirai a sputarmelo addosso fino all’ultima goccia, per poi rinascere, forse, e riavere indietro il tuo diritto ad andare avanti. Anch’io ho atteso il momento di sputare odio contro i miei genitori, per ucciderli, virtualmente, e poi rivederli diventati imperfetti e umani, persone, come me. Non mi è servito a molto ma forse per te sarà diverso. Forse tu potrai recuperare un senso da tutto quello che hai vissuto.

Quello che vorrei dirti è che non mi vergogno del fatto che non sei riuscita a realizzarti, a trovare lavoro, ad eccellere negli studi, per quanto fino a poco tempo fa io non sia riuscita a nominare i tuoi fallimenti perché in realtà erano i miei. Ogni volta che qualcuno chiedeva di te immaginavo di poter omettere alcune cose, ti lasciavo in ombra perché troppo grave era il dolore da affrontare. E ancora parlo di me, vedi?, perché sono piccola, carica di presunzione e arroganza ma comunque piccola, mediocre, una persona fatta male che non si risolleva e trascina giù con se’ chiunque le stia attorno. Starmi lontana credo sia la scelta giusta, e so per certo che è una tua decisione e io la rispetterò. Non cercherò di contattarti, di dirti niente che possa ricordarti chi sono e cosa ho rappresentato per te. Ti serve tempo per curare le ferite e per guarire e non puoi certo farlo con un coltello che resta a trafiggerti il fianco. Quel coltello sono io, ora l’ho capito, e quindi penso che avrei dovuto molto prima salvarti da me stessa. Se non fosse stato per la vergogna, i sensi di colpa, tutto quello che fa di certe madri delle prigioniere delle convenzioni sociali tanto quanto basta ad essere orgogliose di se stesse, a poter mostrare al mondo un modello di madre accettabile. Avrei dovuto subito assumermi la responsabilità di dire che io non sapevo esserti madre e che saresti stata meglio con altre persone. Perché la madre non è sempre il rifugio migliore che un figlio possa trovare. Non lo è.

Non andava bene neppure tentare di esserti amica, di affidarti una relazione un po’ più lieve, con le risate condivise, tutti i discorsi aperti sulla tua vita affettiva e sessuale. Non meritavo niente di quel che hai voluto raccontarmi e non meritavi che io lo usassi contro di te per dirti che vittima eri – la mia – e vittima dovevi restare. Non so davvero, credimi, quello che posso fare. Ho pensato un giorno di suicidarmi, per liberarmi, più che per liberarti, e c’ero quasi riuscita, non fosse per il fatto che ho calcolato male le dosi di farmaci ingerite. Troppe e troppo poche allo stesso tempo. Poi, al mio risveglio, dopo giorni di delirio, mi sono detta che il mio destino è quello di convivere con me stessa, questa persona che io sono. Devo convivere con il mostro che ho dentro e imparare a riconoscerlo, parlarci, perché se non ci parlo non so neppure quando può manifestarsi. Troppo comodo dormire, per sempre, e mettere a tacere la mia scarsa coscienza. Troppo comodo liberarmi e lasciare te da sola, senza più nessuno a cui poter dire il tuo odio. Così resto in vita, per il momento in cui mi vomiterai addosso tutto quello che vorrai. Per il momento in cui vorrai restituirmi le ferite o per tanti momenti in cui mi ignorerai, finché per te non sarò semplicemente un vecchio fantasma che quasi sparisce e sparirà davvero.

Sei tu a decidere cosa fare di me. Io non ho che da andare avanti e aspettare. Conservando di te l’odore, racchiuso in un piccolo contenitore con i resti di un antico profumo del quale la tua pelle è piena. Conservando i tuoi disegni, di quando eri piccola, così piccola e sola, mioddio che schifo che è stato il mio comportamento, quanto posso essere stata pessima in ogni cosa che facevo. Conservando le tue fotografie, ciascuna delle quali mi ricorda esattamente quello che accadeva in ogni fase della tua crescita. Quello che ho da dirti, oggi che si festeggia la santa madre che io non sono stata mai, e lo dico senza orgoglio perché un po’ santa forse avrei dovuto esserlo, è che non ho vergogna a mostrare quello che sono stata e sono ancora, per te. Non mi serve rivestirmi di abiti belli per dire che sono stata migliore di quel che invece tu ricordi di me. Buona festa della mamma a me. Perché se questa giornata può servire a qualcosa è bene sia utile a dire che esistono madri di merda che non meritano affatto di essere festeggiate. Ecco. Io sono una di quelle.

Consapevolmente

Veronica

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Comments

  1. se non fosse per quel “veronica” penserei che sia mia madre. Dubiterei fortemente che non possa essere lei, se non fosse che non è assolutamente in grado di esprimersi in questo modo.

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  1. […] Sorgente: Ci sono madri che non meritano di essere festeggiate – Al di là del Buco […]

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