Quale parte del corpo delle donne alcune dicono di voler tutelare?

BernadettePhelanDancersatanalskdjflaksjdflasd1

Cara Eretica, mi chiamo Silvia e ho quarantadue anni. Vivo in una città lombarda anche se i miei genitori sono, rispettivamente, siciliano e marchigiana. Mi fermo spesso a leggere e discutere sulla moda del momento, ovvero quella che sposta il discorso femminista a protezione del corpo delle donne, quantomeno la parte esteriore, e io mi sono stancata di ascoltare cazzate su quanto e come spogliarci ci renda oggetti di questo o quel cattivo pezzo di mondo. Vorrei ricordare che siamo oggetti in primo luogo di lavori usuranti, impieghi precari, ricerche assidue di lavori per i quali subiamo ricatti senza fine. Le braccia fanno parte del mio corpo? Ebbene: a nessuno è mai fregato niente di quanto e come le ho messe sul mercato guadagnando quanto era più possibile guadagnare. E le gambe? I piedi? Sono parte del mio corpo? Sapete quante ore trascorre in piedi una persona che lavora per molte ore al giorno a fare cose che ti spezzano la schiena? E la schiena? Vogliamo mettere quanto e come viene “oggettificata” la schiena? Ho 42 anni e ho già avuto una lombosciatalgia, una vertebra spostata e una quasi ernia, a causa del mio lavoro. Ho faticato facendo tutta quella serie di lavori di merda che vengono descritti dalle sante donne a tutela dei nostri corpi come dignitosi. Lavori che dovrebbe servire a garantire il rispetto di noi stesse. Lavare scale, pulire case, fare la cameriera, pulire culi ai vecchi, badare ai figli d’altri, fare da rappresentante per marchi idioti dentro centri commerciali ancora più idioti.

Ho sempre preteso tanto da me e ho scontato la mia voglia di indipendenza economica massacrandomi ogni giorno. Poi, ad un certo punto, mi sono chiesta perché le uniche parti del mio corpo a dover essere “tutelate” dovevano essere il culo, la figa, le tette. Allora non c’entra affatto la questione della “oggettificazione” dei corpi. E’ oggettificato perfino il corpo di mio fratello che lavora in fabbrica giorno e notte, guarda un po’, ma nessuno si preoccupa per lui. Nessuna delle parti moraliste e borghesi si preoccupa della precarietà di quelle stesse persone che dice di voler difendere. Delle migranti si preoccupano che facciano le sex workers, delle studentesse che facciano film porno, di donne precarie, in generale, che mostrino pezzi di corpo. La so la storia della discriminazione sulle donne che esteticamente non possono accedere ad alcuni posti di lavoro, ma vogliamo farne una colpa a quelle che invece possono farlo? Vogliamo addirittura accusarle di complicità con un sistema sessista? Vogliamo dire che sarebbero responsabili dell’oggettificazione dei corpi femminili al punto tale che se le donne vengono violentate sarà colpa loro?

A mio avviso quel che pesa, quando si parla di violenza, è lo stigma e quello stigma viene solo rafforzato da chi pensa di salvare le donne che non vogliono essere salvate e che fanno la scelta di impegnarsi in certe professioni. Penso che certe donne, perfino alcune femministe, mi facciano più danno che altro, perché forniscono un alibi per cui si parla poco di mancanza di reddito e casa e si parla molto della moralità pubblica, il rispetto del buon costume, i manifesti da censurare, le foto da ricoprire, le statue nude da rivestire, i film porno da sequestrare, il sex working da vietare. A dirmi cosa dovevo o non dovevo fare col mio corpo fu mio padre, per primo, e non perché corrisponde a un modello preciso. E’ solo un gran paternalista e pensa che certi lavori siano migliori di altri. Sicuramente ce ne sono alcuni che potendo sceglierei, ma non posso, e allora mi aspetto che quelle che si preoccupano per me, prima ancora di sottrarmi il mio mezzo di sussistenza, si preoccupino di darmi, per l’appunto, casa e reddito.

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Perché se non hanno proposte in questo senso direi che possono chiuderla lì e devono smettere di impormi le loro visioni morali sull’uso dei corpi delle donne e sul rispetto delle norme suoresche. È troppo comodo, vedete, straparlare di corpi e donne che vengono viste e descritte tutte come vittime. Non siamo tutte vittime, alcune lo sono della precarietà e non di un genere ben preciso, e in ogni caso siamo in grado di chiedere quello che ci serve. Nessuno stigma, la libertà di fare un lavoro che scegliamo, se siamo maggiorenni e vaccinate perché mai veniamo considerate come delle infantili figure le cui richieste vengono sempre ignorate?

Il mio lavoro? Ho cominciato con un book fotografico, poi con la web cam e poi con video porno che mi fruttano quel che mi serve per campare. So che mio padre e mia madre non ne sarebbero felici e non pretendo di cambiare la loro mentalità, ma so che prima di tutto, se dichiarassi pubblicamente il mio nome e cognome, dovrei passare indenne lo spazio che le folle assetate di sangue riservano alle donne da lapidare. Nemiche/Amiche, non saprei dirlo, sicuramente moraliste, superficiali, ché vivono in una condizione di benessere e si preoccupano della nostra anima invece che della nostra pancia. Da questo punto di vista trovo la riflessione antisessista parecchio indietro rispetto al dibattito che esiste in altre nazioni dove il femminismo sex positive combatte ad armi pari contro le femministe radicali moraliste. Quello che esprimono queste ultime non è preoccupazione per quel che accade a noi, ma parlano come fossimo in grado di corrompere anime innocenti, come se la parola “maschio” fosse una bestemmia, perché tutto parte da lì. Ci sono lavori che puoi fare, a prescindere dal fatto che chi ti sfrutta è maschio o femmina, purché non usi alcune parti del tuo corpo. Ci sono mestieri che invece non puoi fare perché secondo loro sarebbe più dignitoso lavare le scale nei condomini.

Lavatele voi, le scale, perché io l’ho fatto e non mi sento piena di dignità per questo. C’ho guadagnato un principio di ernia e lo sconsiglio a tutte, per la vostra salute. È dignitoso qualunque mestiere che facciamo per scelta. È dignitoso il mestiere fatto da Irina Palm, la seghista che guadagnò il titolo del miglior polso di Londra. E’ dignitoso intrattenere uomini che si eccitano guardandomi. Non mi considero né vittime e neppure carnefice. Non voglio essere salvata e non voglio che mi si dica che devo avere otto milioni di pregiudizi sugli uomini che mi stanno a guardare. Visti tutti come fossero mostri, descritti secondo stereotipi sessisti che li immaginano tutti brutti, vecchi, calvi, grassi, comunque ignoranti o maiali di frontiera. Invece le donne sarebbero tutte quante, indistintamente, in cattiva relazione con il sesso a meno che non si tratti di orgasmi per amore. Questa mania di alcune donne di sindacare su quello che devo fare con l’area che sta nelle mie mutande la giudico morbosa, moralista, interessata a imporre un modello di vita invece che ad ascoltarci veramente.

E se mi piacesse? E se l’avessi scelto? E se volessi mostrarmi? E se volessi fare quel che viene giudicato immorale? E se? Ecco, il punto è che alcune hanno troppe certezze e pensano di sapere ogni cosa e di poter parlare in mio nome. Invece non possono. Non in mio nome. Non.

Silvia

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. grazie a chi l’ha raccontata
    anche da parte mia

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