Con che coraggio ci provano ancora?: intervista a Miss Major, veterana di Stonewall, sul film “Stonewall”

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da AnimAliena:

Qualche mese fa abbiamo scoperto che il regista Roland Emmerich, gay dichiarato, stava girando un nuovo film sulla leggendaria rivolta di Stonewall. Allora c’era solo una pagina su IMDB, ma già da quella si vedeva che il protagonista era bianco e cisgender, che Marsha P. Johnson era interpretata da un maschio e che molte delle leggendarie donne di colore che avevano svolto un ruolo decisivo, come Sylvia Rivera, Storme DeLarverie e Miss Major Griffen-Gracy, erano del tutto assenti**. Poi, la settimana scorsa, abbiamo finalmente potuto vedere l’anteprima del film e tutti i nostri peggiori timori sono diventati realtà. Era sì la nostra storia, una storia resa possibile da donne trans e lesbiche nere e latine, ma era una versione falsa, whitewashed e ciswashed, una versione che il sistema poteva considerare abbastanza rispettabile da farci un film. È stato un insulto.

La ferita è particolarmente profonda, perché molte delle persone che erano lì, e delle persone vicine alle/i protagonisti, sono ancora vive. Sappiamo cosa è realmente accaduto e chi ha davvero reso possibile la rivolta, e questo film è un oltraggio alla verità. La versione di Stonewall costruita da Emmerich, con un protagonista maschile “edulcorato” in quanto cis e bianco, è un insulto sia per le persone diventate leggenda che sono ancora tra noi, sia per quante di loro sono morte lottando non solo per i diritti delle persone trans, ma anche per i diritti di tutta la comunità LGBTQ. Ho rintracciato una di quelle leggende viventi, Miss Major, per chiederle di raccontare la vera Stonewall e spiegare perché quest’ultimo film svilisce lei e tutte le donne di colore, sia trans che cis, che hanno fatto così tanto per portarci al punto in cui siamo oggi. Perché se vuoi fare un film su un momento storico reale, che coinvolge persone realmente esistite, dovresti almeno voler parlare con qualcuno che c’era.

Miss Major è un donna trans di colore, un’attivista e una persona anziana. È stata una sex worker e una leader della comunità, è sopravvissuta al carcere e ha partecipato ai moti di Stonewall. Una leggenda vivente che ha aiutato innumerevoli donne trans di colore nel corso degli ultimi 40 anni.

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Mey: È un piacere averti qui. Prima di tutto, hai sentito parlare del nuovo film su Stonewall?
Miss Major: È una vera delusione. Continuano a provarci! La prima cosa che ho pensato è stata: con che coraggio ci provano ancora? Alcuni anni fa hanno fatto un altro film su Stonewall: giuro di non aver visto nemmeno l’ombra di una persona di colore; o forse era l’ombra che scorreva sulla faccia di un bianco!
È una vera assurdità. I/le ragazz* di oggi non sono stupid*. Leggono la storia, sanno che le cose non sono andate così. Non è possibile far finta di niente! Non possono essere tutt* bianch*! Questo paese è fatto di colori diversi, di persone e pensieri e atteggiamenti e sentimenti diversi, invece cercano di uniformarli tutti, per qualche motivo.
Non che ci riusciranno , ma accidenti, non la smettono proprio di provarci. È già abbastanza grave che sulla strada di fronte a Stonewall abbiano messo delle statue per commemorare quella notte. Bell’idea, ma non c’è nemmeno una statua nera! Sembrano tutte fatte di farina e zucchero! Che senso ha? Perché qualche ragazza non si arrampica a mettere un po’ di trucco a una di queste cagne? E mi dispiace, ma l’ultima volta che ho dato un’occhiata, le uniche persone gay che ho visto in giro erano dall’altra parte della strada ad applaudire. Non erano loro a prendersi le botte fino a svenire o le pietre che ci lanciavano contro. Questa cosa fa proprio arrabbiare. E fa male! Se penso a tutte le ragazze che non sono più qui e che non possono dire nulla, questo film si comporta proprio come se non fossero esistite.

Ed erano ragazze stupende, meravigliose, intelligenti. Certo, non potevamo avere un posto di lavoro da sessanta mila dollari l’anno, va bene. Ma abbiamo vissuto secondo il nostro vero io. Abbiamo vissuto con pienezza. Abbiamo fatto quello che bisognava fare per sopravvivere. E ci siamo riuscite! E ora sembra che tutti ci dicano: “Vi siamo tanto grati di aver ottenuto questi risultati, ma da qui in poi continuiamo noi, perché voi stupide cagne non sapreste come fare.” Sì, ok. Perché non sono bianca, non sono andata a Harvard o a Yale, e i miei genitori sono poveri. Questo che cosa c’entra con quanto è accaduto? Niente.

Puoi raccontarmi cosa ti ricordi di come si arrivò alle rivolte e della comunità che esisteva allora?
Il fatto è che ho settantatré anni. La memoria va quindi per conto suo, ma la cosa importante da ricordare è che lo Stonewall era un club dove andavano noi ragazze quando ci prostituivamo sulle strade dei quartieri alti o nell’East Village. Era un posto dove potevamo sederci con le amiche, parlare di quello che ci era capitato, festeggiare le cose belle che accadevano, ragionare su quelle che non andavano fino all’ora di tornare a casa. Era il posto dove arrivavano le ragazze che facevano spettacoli dopo aver lavorato in qualche club della zona, dove andavano a sedersi per trovare un po’ di tranquillità. Per stare vicino a persone che la pensavano come loro. Sai, le persone della tua zona ti conoscono, la pensano come te, provano gli stessi sentimenti. Un senso di appartenenza; lì per noi c’era.

È incredibile che volessero portarcelo via. Le autorità e il governo, naturalmente, ci provano sempre. Ma vogliono farlo a tutti. Venivamo prese più di mira noi, solo perché anche tra chi era ai margini della legalità, anche tra loro eravamo gli/le ultim* indesiderabili. Perché eravamo quel genere di persone che si possono prendere in giro, maltrattare e ridicolizzare, e a cui far del male, perché tanto nessuno, maledizione, avrebbe detto nulla. Oggi succede ancora, ma in misura un po’ minore, perché adesso le persone hanno più consapevolezza che noi esistiamo. Sanno che non siamo partit* da Laverne Cox e Janet Mock. Sanno che esistiamo da anni. E siamo anche nella Bibbia, visto che ci credono tanto. Esistiamo, rappresentiamo una cultura, e non possono semplicemente ignorarci in questo modo. Non siamo nel bel mezzo di un campo, in cui possono tranquillamente calpestarci per poi passare al prossimo villaggio e stuprare e saccheggiare tutto di nuovo. Perché questo è quello che stanno cercando di fare.

Tutto è avvenuto a causa della polizia – come sempre – a quel tempo. Andavano in qualsiasi club aperto di notte, infilavano i manganelli nello stipite della porta e le luci si accendevano, come se fosse l’ora di chiusura, ma non si poteva ordinare un drink! [Ride] Le luci si accendevano e dovevi lasciar andare Miss Perizoma e sfilare fuori dal bar. Ed è stata proprio una di quelle cose che doveva semplicemente accadere.

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Sai, a quei tempi negli anni ‘60, tutt* lottavano per la propria identità. Chiunque lottava per la propria autostima. Le donne volevano la loro parte, i neri volevano la loro parte, era questa specie di “sogno americano”. E noi non eravamo diverse. C’erano persone che cercavano di aiutare le persone gay e lesbiche a integrarsi nel mondo reale. Splendido, se è quello che vuoi. Ma io sono alta un metro e ottantasette, indosso un tacco 8, porto i capelli biondo platino, la camicetta più scollata e la gonna più corta che riesco a trovare, non sto cercando di integrarmi per niente! Nessuno dice: “guarda quella donna laggiù.” [Ride] dunque era fuori questione per la maggior parte di noi. Non siamo esattamente le persone più rispettabili, ma abbiamo un buon cuore, siamo forti e coraggiose e abbiamo il diritto di vivere e di essere qui come chiunque.

La cosa più bella che ricordo di quella notte è il momento in cui le ragazze hanno detto, “no, non lo facciamo”, alcune delle ragazze sono scese dalla camionetta della polizia e sono tornate indietro, e la polizia si è spaventata così tanto che si è rifugiata all’interno del club e ci si è barricata dentro! Voglio dire, se non altro, è stata la cosa più divertente da vedere e da ricordare! E nel frattempo dall’altra parte della strada c’erano tutti questi ragazzini bianchi carini che facevano il tifo per noi, e gridavano”non fate male alle ragazze!” e tutte queste chiacchiere . Ma loro non partecipavano alla lotta.

Ho imparato anni fa, essendo cresciuta a Chicago, che quando ci si trova in questo tipo di situazioni, la prima cosa che devi fare è far incazzare così tanto la guardia contro cui ti stai scontrando in modo che ti metta completamente k.o., allora arriverai all’indomani. Non continueranno a picchiarti fino ad ammazzarti. Così mi hanno messo k.o. quasi subito, e poi mi sono svegliata nella cella e ci hanno rilasciato il giorno successivo. Ma questo non significa che non fai parte di quello che sta succedendo.

Un sacco di cose che sono state fatte su questo evento mi lasciano davvero esterrefatta, perché non parlano con le persone che erano lì, o con gli amici di Martha o Sylvia che sono ancora viv*. Non so di per certo chi sia ancora in vita, perché dopo quello che è capitato, mi ha delusa molto profondamente assistere alla prima parata dell’orgoglio omosessuale perché la maggior parte di noi non si considera omosessuale. Anche all’interno della comunità, la comunità trans, sono molte le sfumature di colore e le idee che la animano. E in quelle gradazioni esiste la possibilità di fiorire e diventare chi si è veramente, un colore molto profondo e intenso, o qualcosa di leggero e pastello, morbido e sobrio – ma hanno continuato a cancellare questo aspetto non permettendo loro di esistere o non riconoscendone l’esistenza.

Il fatto è che lo stanno facendo un’altra volta. E fa molto male. Che ne è delle vite di tutte queste persone, donne e uomini trans e simili. Che non sono qui per dire la loro? Sai che c’è? Per quanto mi riguarda, dal momento che sono ancora qui, faccio la stronza e mi lamento ad ogni possibile occasione. Farò capire in un batter d’occhio a questi figli di puttana che, per quanto mi riguarda, la T avrebbe dovuto essere la prima lettera. Non esiste che sia stato necessario esprimersi se mettere la T in GLBQT. Oh sì, faccio parte del club, quale club? Il club dalle 27.000 lettere, quale sei tu? È così fastidioso.

Lo hanno già fatto in passato. Qualche anno fa è uscito un altro film su Stonewall in cui era stata fatta un’operazione di whitewashing. Lo hanno proiettato qui a San Francisco, sono andata al cinema per guardare in faccia le persone che lo hanno realizzato. Ho inviato loro una nota, spiegando chi fossi e dicendo che volevo parlare con loro per un minuto. Non hanno neanche preso atto della mia presenza. So benissimo che non volevano sentire quello che avevo da dire. Va bene. Se si hanno le palle per mentire a quel modo, allora bisogna avere le palle per stare lì e ascoltare qualcun* che ti chiede spiegazioni. Questa roba è una stronzata. Almeno ascoltate! Tanto non faranno proprio nulla, ma almeno ascoltate!

Beh, sai, sono sempre di più le persone che sanno cosa diavolo è successo. Le persone si stanno incazzando, e questo mi entusiasma. Non si tratta di me, si tratta delle persone più giovani che verranno dopo. Delle persone trans che non sanno che abbiamo una cultura. Che meritiamo di esistere. Che questo bullismo di merda è sbagliato. Non possiamo vivere la nostra vita come hanno deciso altre persone. Ci spiace se la maggior parte delle donne trans non sono piccoline, oops. La maggior parte di noi non porta il 37 di scarpa. Mannaggia. E ci spiace se dalle nostre bocche non escono petali di rosa quando parliamo. Questa roba non è facile. Sai, se vogliono fare qualcosa o credono di fare meglio di quanto fai tu, che indossino un vestito e merda, vadano a fare i soldi per pagare l’affitto e comprare da mangiare ai loro bambini. Poi venite a parlarmi di quanto è difficile. Fino a quando non lo fai, non puoi sapere che inferno ho passato io per arrivare fino a qui.

Sappiamo quello che ha passato la comunità gay mainstream perché le loro cose passano in TV e nei media, nei giornali, nelle riviste, a colori. Sono così stufa di tutto ciò. Lo vedi ogni giorno. Le persone cercano di vivere il loro sé autentico. Di capire chi sono. Per essere il migliore essere umano che riescono ad essere. Non la caricatura assurda che qualcun altr* pensa che dovremmo essere, a causa dei suoi preconcetti su chi siamo, sul perché esistiamo e su cosa dovremmo fare. So quello che dovremmo fare. Là fuori ci guardano e se ne vanno, siamo un abominio. Non si può nemmeno pronunciare una simile stronzata. Se devo esserlo, allora devi dirmelo in faccia chiaro e tondo. [Ride] Scusa, non riesco a fermarmi… mi sono agitata. Spero di aver risposto alla tua domanda.

No, è bellissimo quello che dici! Un’ultima domanda. Invece di sostenere questo film, quali sono le questioni alle quali la gente dovrebbe prestare attenzione e le azioni da intraprendere?
Sai, mi hai appena scaldato il cuoricino. Quello che mi piacerebbe molto è che la gente non vada a vedere il film. Si sa che i bianchi sostengono i bianchi, e alcune persone andranno a vedere il giovane attore bianco carino! Voglio che la gente si renda conto di cosa è effettivamente accaduto e che faccia qualcosa al riguardo. Riuniamo un gruppo di persone e rifacciamo quelle statue maledette di fronte a dove stava lo Stonewall. Che almeno l’edificio riporti una targa con i nomi delle persone che erano lì, non queste persone bianche con la loro targa. Nessuna delle mie amiche è stata menzionata su quella targa, nessuna di noi. Sono andata a New York tre o quattro mesi fa e nessuna di noi è su quella targa.

Ok, queste sono le persone che secondo te c’erano a Stonewall? Dovevano essere nel seminterrato a stappare bottiglie di birra. Io non le conosco! Anche se allora la maggior parte di noi aveva un nome diverso, in qualche modo l* avrei riconosciut*. Due froci, due lesbiche e un po’ di persone a caso che camminano nel parco sono le statue presenti. Qualcuno dovrebbe distruggerle e ridurle alla polvere bianca che sono, e mettere un paio di statue di persone di colore, e che almeno una di loro sia una donna trans pazzesca, alta un metro e ottantasette, con tacco 8, capelli biondi o rossi, ciglia finte, perle e piume, e gli metta al fianco uno di quei bei ragazzi bianchi, ah questo sì che lo posso sopportare! [Ride] E mettiamo in fondo due lesbiche con le valigie perché stanno andando a vivere insieme! [Ride]

Svegliamoci, voglio dire, accidenti, so che questa è una cosa seria, ma cerchiamo di mantenere un certo spirito almeno! Bisogna riconoscere il ruolo che hanno avuto queste persone, e il fatto che esistevano! E’ davvero importante che si siano resi conto alla fine che Marsha e Sylvia erano reali e che hanno fatto così tanto per aiutare la comunità. E hanno cercato di lavorare con la comunità LGBTQ mainstream. Per me e per le ragazze che vivevano nei quartieri alti, hanno fatto così tanto.
Spero che un sacco di gente legga questa intervista e tiri la testa fuori dal culo!

Vorrei suggerire qualche altra cosa a chi vuole sostenere le donne trans di colore come le vere eroine dei moti di Stonewall. La gente parla di boicottare la pellicola Stonewall di Roland Emmerich, e questa è una buona idea, ma si può fare di più. Invece di limitarsi a non andare, perché non donare i 10 euro che avreste speso per il biglietto del cinema per sostenere le donne trans di colore? Esistono raccolte di fondi per la comunità trans reperibili su Tumblr o attraverso gli articoli scritti da donne trans di colore qui su Autostraddle, che si concentrano su come aiutare le donne trans di colore mentre sono ancora vive. Potete anche sostenere quei film che narrano la vera storia delle donne trans di colore, realizzati e interpretati da donne trans di colore, come ad esempio Major! Un documentario sulla vita di Miss Major, e Happy Birthday Marsha, un film su Marsha P. Johnson, che attualmente è in post-produzione e sta facendo una raccolta fondi. Dobbiamo fare in modo non solo di ricordare i nomi di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, ma anche di onorare il lavoro che hanno fatto, assicurandoci di riprenderlo da dove hanno lasciato e sostenendo le donne trans di colore che oggi lottano per vivere.

Traduzione di questa intervista di feminoska, revisione di Les Bitches.

** Il film Stonewall di Roland Emmerich è stato proiettato ieri sera in apertura del 31 Torino Gay and Lesbian Film Festival. L’assemblea Queer di Torino, AH! SQueerTo! ha per l’occasione invitato il pubblico al boicottaggio del film e ha pubblicato un volantino per spiegare le ragioni della protesta, il cui testo è qui riportato:

“Non esiste furia peggiore di una drag queen arrabbiata!”

Stonewall, il film che state entrando a vedere, si propone di richiamare alla memoria la rivlta di Cristopher Street a New York nel 1969. Ma questo film, pur nella pretesa di essere un film “storico”, relega – e addirittura in molti casi esclude – le vere protagoniste di quella notte, quali SYLVIA RIVERA E LE SUE AMICHE MARSHA P. JOHNSON, MISS MAJOR E ALTRE TRANS DI COLORE, al ruolo di comparse, dando rilevanza a un personaggio immaginario maschio, cisgender e bianco.

Ci chiediamo il motivo di questa retrocessione ma, soprattutto, ci chiediamo per quale motivo questa pellicola sia stata scelta come film di apertura del TGLFF.

SYLVIA RIVERA è stata una figura fondamentale nel movimento LGBT* e una tra le prime attiviste trans a lavorare senza sosta per ottenere giustizia e diritti civili, eppure la maggior parte delle persone ancora oggi non conosce il suo nome. L’IMPEGNO DI SYLVIA PER LA CAUSA NON CONOSCEVA LIMITI: è stata una delle prime attiviste a evidenziare quanto il movimento avesse bisogno di essere più inclusivo nei confronti delle persone che escono fuori dagli schemi, trasversale nei confronti delle persone più povere, senzatetto, di colore e chiunque non si conformasse alle norme di genere. Ha usato il suo status di reietta per contribuire a realizzare il cambiamento e non aveva paura di finire in prigione.

IN UN MOMENTO IN CUI IL TERMINE “DIRITTI” SEMBRA ESSERE SINONIMO DI ASSIMILAZIONE (AL MODELLO DELLA COPPIA ETEROSESSUALE), questo film rappresenta un’idea di normalità nella quale non c’è spazio per altri orientamenti, altri modelli di condivisione,altre forme di esistenza. NON CI STUPISCE, DUNQUE, che proprio questo film, che mette in secondo piano le persone che non rientrano nell’immaginario normo”gay/lesbico”, sia stato scelto come film d’apertura per il TGLFF.

Un festival che fa dell’invisibilità delle soggettività trans*, bisessuali, queer, intersex la sua bandiera, eliminando completamente, anche dal nome, chi non rappresenta e non aderisce perfettamente a quei canoni di presentabilità tanto cari a chi ci vorrebbe solo e unicamente parte di coppie “perfette” degne dei peggiori stereotipi.

Un festival che sceglie di farsi finanziare dall’ambasciata israeliana, che sovverte la programmazione in un senso “digeribile” per il pubblico medio, al solo scopo di aumentare i profitti. Non ci stupisce dunque che questo festival apra la sua edizione del 2016 con un film che modella a posteriori la storia, trasformando la carica sovversiva e critica dei corpi marginali in una stereotipata e digeribile diversità che deve essere accolta purché – sia chiaro – resti dentro il confine del privilegio bianco-cis e non turbi troppo li animi conservatori. Vogliamo gridare forte questa sera I NOMI DI CHI CON LA PROPRIA VITA HA RESO POSSIBILE IL CAMBIAMENTO: L’AMNESIA DELLA STORIA È L’INEDIA DELL’IMMAGINAZIONE!

Sylvia, Marsha, Miss Major, noi non vi dimenticheremo!

***ASSEMBLEA AH!SqueerTO!***

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