Lei è incinta: e se vuole il figlio e lui invece no?

Qualche tempo fa sulla pagina facebook di Abbatto i Muri abbiamo pubblicato il messaggio di una persona che poneva una questione controversa: se due persone hanno un rapporto non protetto, o protetto ma per varie ragioni in ogni caso lei resta incinta, alla ragazza va garantita la sacrosanta libertà di scegliere se abortire oppure no. Il corpo è suo e lo gestisce lei e nessuno può sindacare o interferire con la sua scelta. Nessuno ha il diritto di farla sentire colpevole, nessuno può rifiutarsi di assisterla se a parte gli obiettori il presidio ospedaliero a cui si rivolge non ha altro personale. Si è sempre parlato di maternità responsabile e in questo blog abbiamo spesso parlato di questo. Ma se lui non vuole diventare padre e lei invece vuole continuare la gravidanza? Che succede?

A primo acchitto si potrebbe dire che non succede niente. Quel figlio resta a carico della madre, ma nel tempo, per una visione paternalista del problema, in parte giustificata dalla mentalità che oggi è un po’ cambiata, si offrirono leggi a tutela delle donne che venivano messe incinta e abbandonate da uomini che se ne fregavano. L’irresponsabilità maschile stava nel fatto che a loro non interessava se dopo un rapporto non protetto lei restava incinta. Non c’era alcuna tutela per le donne e anzi venivano bollate come poco di buono e i figli venivano definiti illegittimi e dunque abbandonati dal padre. A quella esigenza, corrispondente ad una mentalità decisamente maschilista e patriarcale, rispondeva l’altro nucleo di patriarchi (buoni) che lavavano l’onore delle figlie, sorelle, nipoti, e così via, obbligando lui a riconoscere il bambino e a pagare il dovuto per mantenerlo. Che poi questo avvenisse realmente o meno è tutt’altra questione, giacché le donne, spesso assolutamente prive di sostentamento, non erano in grado di obbligare gli uomini a fare un bel niente.

Le cose sono in parte cambiate. Le donne possono contare su contraccettivi, inclusi quelli d’emergenza, e tanto deve essere il nostro impegno affinché il mondo antiabortista non riesca a impedire l’accesso alla prevenzione all’aborto. La legge 194 garantisce alle donne il diritto di abortire legalmente fino alla 12esima settimana di gravidanza. Deve poter essere assistita e non va bene che trovi obiettori ovunque in percentuale tanto massiccia come in effetti esiste negli ospedali. Una donna che fa un figlio e vuole crescerlo da sola non è più vista come una reietta da mettere ai margini della società. Nel 2012 una legge ha riconosciuto pari diritti, a tutela dei minori, per i figli che un tempo venivano definiti illegittimi perché avuti fuori dal vincolo matrimoniale. Se la donna vuole crescere da sola il figlio può comunque essere interpellata dal padre qualora lei volesse escluderlo. Ci sono responsabilità condivise che in nome della tutela dei minori riguardano entrambi i genitori.

Ma nel caso, per l’appunto, lei vorrà tenere il figlio e lui invece no? Qualcuno potrebbe dire che lo stigma negativo nei confronti dei padri che non si assumevano le proprie responsabilità esiste già. Altre persone affermano che la responsabilità legale e dunque economica e morale dei padri prescinde dal riconoscimento. E oggi  basta un esame del dna per verificare la parentela di quel figlio. La domanda è dunque la stessa: se lui non vuole il figlio e lei lo tiene che si fa? Lui è tenuto ad assumersi la responsabilità di quel figlio? La risposta è si. Deve assumersela. E se lei lascia il figlio in ospedale, coperta dall’anonimato, lui è tenuto ad assumersi la responsabilità del figlio? In effetti non dovrebbe essere così. Ma se lei lo lascia e lui invece lo riconosce poi può ottenere dal tribunale una sentenza che vincola la madre ad assumersi la responsabilità del figlio che non voleva crescere. Tanto per dire che non si tratta di vantaggi concessi alle donne. Si parla di genitori che devono comportarsi secondo quel che dettano le leggi.

Per chiarirci meglio quello che succede copio qui una serie di riferimenti che ci ha fornito Stefania Franchini (Laureata in giurisprudenza, lavora da fine 2011 in uno studio legale che tratta principalmente di diritto di famiglia, ha sostenuto l’esame d’avvocato e ha un master in diritto di famiglia.Nel corso del praticantato ho toccato con mano ricorsi per dichiarazione giudiziale di paternità):

“1) Riferimenti normativi:
art. 250 cc (riconoscimento); artt. 269 e seguenti del codice civile (sulla dichiarazione giudiziale di paternità e maternità); art. 315 cc (stato giuridico della filiazione), art. 316 cc (responsabilità genitoriale), art. 316bis cc (concorso nel mantenimento), art. 30 Cost (“E` dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”).
– legge 219/2012 (che equipara figli naturali e legittimi, oltre a stabilire le nuove regole in merito di competenza tra tribunale ordinario e tribunale dei minorenni: http://www.altalex.com/documents/leggi/2014/06/09/filiazione-naturale-la-legge-che-equipara-figli-naturali-a-legittimi);
– d.lgs 28 dicembre 2013, n. 154 (che va a integrare la legge 219/2012: “modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento fra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi”);

2) prova della paternità (come anticipavo, se il presunto padre si rifiuta di fare il test DNA, il giudice non può obbligarlo ma può decidere in base a prove presuntive. Le prove presuntive sono ad alto margine di errore, quindi è nell’interesse del presunto padre sottoporsi al test. Approfondimento: http://www.diritto.it/docs/36354-la-prova-nei-procedimenti-di-disconoscimento-ed-accertamento-giudiziale-della-paternit-gli-elementi-di-prova-utilizzati-dal-giudice-e-la-prova-del-dna); nonché sentenza di Cass. civ. Sez. I, 22.1.2014, n. 1279; sent. di Cass. Civ., Sez. I, 29.10.2013 n. 24361.
ATTENZIONE a questo orientamento del tribunale di Roma: http://www.altalex.com/documents/news/2014/08/05/paternita-presunta-per-chi-rifiuta-di-sottoporsi-al-test-del-dna

3) obbligo di mantenimento da parte del padre sorge con la nascita del figlio:
-Cass., sentenza 10/04/2012 n° 5652 – approfondimento http://www.altalex.com/documents/news/2012/07/02/padre-naturale-l-obbligo-del-mantenimento-sorge-con-la-nascita-del-figlio
– Cass., sent. 14 febbraio 2014, N. 3559;
– discussione sulla prescrittibilità o meno della possibilità di chiedere gli arretrati: http://dirittocivilecontemporaneo.com/2014/06/dichiarazione-giudiziale-di-paternita-e-prescrizione-del-diritto-al-rimborso-delle-spese-di-mantenimento-e-del-diritto-al-risarcimento-del-danno/
Articoli di riferimento: art. 30 Cost; art. 316bis cc

4) risarcimento del danno endofamiliare per il figlio che è stato volutamente trascurato dal genitore (fonte: art. 2059 cc). Attenzione: ciò si può applicare solo se il genitore era effettivamente a conoscenza dell’esistenza del figlio e se ne è disinteressato (quindi NO se il genitore scopre “tardi” l’esistenza del figlio):
http://www.altalex.com/documents/news/2014/09/12/danno-endofamiliare-quando-e-come-risarcirlo-si-alle-tabelle-di-milano

Poi precisa:

“so che queste norme potranno sembrare antipatiche o non garantiste della libertà del genitore che non vuole il figlio, tuttavia rimarco che il legislatore, con queste norme e con la grande riforma del diritto di famiglia del 2012, ha inteso tutelare il soggetto veramente “debole” della situazione: il minore. Nel primo libro del codice civile (quello sulla famiglia) una marea di norme parlano di valutazione dell’ “interesse del minore” che deve essere tutelato caso per caso (esempio: figlio nato da incesto – può essere riconosciuto o può anche NON essere riconosciuto, dipende se il riconoscimento possa o meno causargli pregiudizio).”

Nella discussione si rimarca il fatto che non è la donna che chiede leggi di questo tipo ma appunto sono realizzate a tutela del minore. Poi le chiedo un altro approfondimento: “la donna ha lo stesso obbligo di mantenimento nei confronti di un figlio? Se lei lo lascia in ospedale deve mantenerlo? E’ chiamata a risponderne? E se lei lo riconosce e poi lo lascia al padre deve contribuire?”

E lei risponde:

“sì, se il figlio è affidato al padre anche la mamma deve contribuire sia dal punto di vista economico che per l’istruzione e la cura (il codice parla di “genitori” indifferentemente dall’essere “mamma o papà”). Idem, se la madre trascura ogni rapporto con il minore, potrà essere citata in giudizio per risarcimento danno endofamiliare.”

e approfondisce:

“1) sia la madre che il padre non vogliono il figlio – la madre può decidere di partorirlo e di lasciarlo in ospedale: verrà quindi aperto il fascicolo in Tribunale per la nomina del tutore per il neonato (tutore che può essere anche una terza persona, spesso nominata dall’albo degli avvocati). Si darà poi avvio al procedimento di apertura di adozione.
Nel protocollo d’intesa tra ospedale e tribunale per i minorenni di Roma sono spiegati tutti gli articoli inerenti alla gestione della maternità;
2) se la madre partorisce ma non vuole tenerlo, mentre il padre sì: il padre riconoscerà il figlio e ne discenderanno le conseguenze (responsabilità genitoriale, mantenimento, ecc). Sarà però possibile chiedere e ottenere la dichiarazione giudiziale di maternità davanti al Tribunale ordinario (potrà chiederla il padre o, eventualmente, il figlio quando sarà diventato maggiorenne). Come per il padre, anche la madre – a seguito della sentenza – dovrà mantenere (con arretrati), istruire, educare la prole. Insomma L’obbligo sussiste anche per la mamma!
Articoli di riferimento: art. 250 cc; 316bis cc.”

Questi sono i primi appunti che buttiamo giù sulla questione. Ovviamente se manca qualcosa o se qualcosa è stata detta male è responsabilità mia e non di Stefania che è stata precisissima nelle sue risposte. Se ci sono errori o servono altri approfondimenti siete invitat* a contribuire o a porgere domande tra i commenti su questo blog o scrivete a abbattoimuri@grrlz.net

Comments

  1. L’unica differenza é che se una donna partorisce non é detto che il padre lo sappia. Spesso lo fanno di nascosto.
    Quindi la possibilità che un uomo sappia di essere padre di un bimbo che la madre non vuole é effettivamente bassissima.
    Per rendere le cose paritarie bisognerebbe inserire un obbligo per la madre di dire il nome del padre in ospedale al momento del non riconoscimento, cosa che darebbe al padre la possibilità di sapere del bambino e di decidere se prendersene cura o no.
    Sono oltremodo confusa. Da una parte penso che sarebbe un abominio, dall’altra credo che sarebbe corretto e coerente…
    Chi mi aiuta a schiarirmi le idee.
    Mi interesserebbero soprattutto i pareri maschili.

  2. Ma la questione mi sembra vada aldilà di aspetti esclusivamente economici. Perché se io padre non voglio un figlio, non necessariamente significa che mi basta non saperne nulla e sono a posto. Mi può sempre restare l’idea che comunque quel bambino esiste. Ed è mio figlio. Anche se non porta il mio cognome. Esiste ed io non lo volevo… No?

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