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Mia madre, complice omertosa di un pedofilo

Le complici dei pedofili sono tante, più di quanto immaginiate, perché per ogni abuso in famiglia c’è un intero clan a supporto, a protezione, omertosa, di chi abusa. C’è che a volte lei non vuol vedere o non le conviene perché veder abusato il proprio figlio o figlia, facendo finta di niente, le sembra meglio che finire sotto i ponti, con la fame e il freddo che colpirebbe entrambi. È una scelta coraggiosa quella di una donna che smette di proteggere il figlio, il fratello, il padre, il marito, il convivente, perché significa che lei ha evidentemente deciso di smantellare la propria rete di sicurezza, di rimettere tutto in discussione, per il bene di quella creatura. Che abbia meno di cinque anni o più di dieci poco importa, per quel che consegue al trauma dato alla sua vita intima, affettiva, sessuale.

Quel che riguarda me però è un po’ diverso, o forse no. Non sto a spiegarvi come diamine è successo ma io so che così è stato. Figlia unica, mia madre un po’ più giovane di mio padre. Il fratello di mia madre accasato assieme a noi per problemi di disoccupazione. Avevo 11 anni quando è cominciata. Lui che mi cullava, ed eravamo insieme davanti alla tivù, e mi sembrava come fosse un altro padre, un fratello maggiore, una persona con la quale confidarmi e parlare, e quante carezze e tenerezze ci scambiavamo. Gli volevo tanto bene. Poi un giorno si spinse oltre, ed eravamo soli. Cominciò a toccarmi e disse qualcosa come “ti voglio così bene”, e io credo che non si sia neppure reso conto del danno provocato, e non mi resi conto neppure io. Pensavo di dover custodire un gran segreto. Intimamente pensavo che un giorno ci saremmo sposati e che avremmo fatto tanti figli. Poi accadde che si spinse ancora oltre e lo trovai a masturbarsi mentre mi diceva di baciarlo. Dammi bacini, così chiedeva, e la mia bocca si posò su un pene molle, una cosa rosa che veniva fuori da un cumulo di peli neri come la pece.

Devo spiegarvi qualcosa a proposito della consensualità presunta delle vittime di pedofilia. Il fatto è che non sempre tutto accade con violenza rude, sanguinolenta. Anzi, da quel che so la maggior parte delle volte avviene quasi come è avvenuto a me. Che si tratti di un familiare o un prete, comunque una persona conosciuta, alla quale vuoi bene, che ha un ascendente su di te e che non vuoi certo deludere, quel che succede, da quel che ho appreso in seguito, più o meno è la stessa cosa. C’è nell’anima di questi uomini l’illusione di un rapporto paritario, come se il bambino o la bambina fossero in grado di capire. Io non lo ero e facevo tutto quello che chiedeva perché gli volevo bene. L’unica cosa che lui disse per darmi un’idea più approfondita della cosa fu che non avviene sempre, si intende tra le persone che si vogliono molto bene, ma solo quando il rapporto è speciale, un po’ com’era il nostro.

Fu ad un certo punto che persa nell’illusione di fantasticare sul nostro futuro insieme gli chiesi se avrei potuto restare incinta. Non è così che si fanno i bambini? – chiesi. E lui disse che io non potevo ancora perché non ero “abbastanza donna” e poi si abbassò per baciarmi sulla guancia. Quel bacio era da “zio” e non da abusante. Troppo bambina per essere considerata alla pari e troppo grande per restare al riparo dalle sue attenzioni. Ripeto, per chi immagina che la pedofilia sia una cosa in cui c’è sempre e solo sangue e rumore, che si trattava di una cosa giocata nell’ambiguità, nella finzione, il gioco, e durò fino a quando io non ebbi compiuto quindici anni, quando conobbi un coetaneo e gli confidai di essere innamorata di mio zio. Mi disse che non era giusto, quasi che fosse successo anche a lui, e che avrei dovuto parlarne con mia madre altrimenti l’avrebbe fatto lui. So che non l’avrebbe mai fatto ma il punto era che non conoscevo mia madre come una guerriera alla difesa di sua figlia. Lei si faceva piuttosto i cazzi suoi. Mi voleva bene, lo so, e faceva quello che il dovere richiedeva, ma non nutriva per me alcuna tenerezza. Forse è per questo che mio zio sembrò un rifugio, per me.

Man mano che mi rendevo conto e separavo quel che è giusto da quello che è sbagliato mi sentivo in colpa, per quanto non provassi affatto vergogna. In colpa perché a quell’epoca non la percepivo come una violenza. Non erano attenzioni che gradivo, ma credo che per me fosse un po’ come le donne che per ottenere qualche carezza fingono l’orgasmo e così ottengono un po’ di calore. Era una sua necessità. Lui ne aveva bisogno. Con gli occhi di oggi lui mi sembra un uomo che in quel tempo fallimentare, abbruttito, depresso, senza lavoro e senza una compagna, non stava lì a pensare alle conseguenze delle sue azioni. Si nascondeva dietro una giustificazione equivoca: malato, solo, intrappolato in una spirale in discesa, due volte sopravvissuto per miracolo a tentativi di suicidio e ancora in ogni caso non riesco a giustificarlo né a perdonarlo, perché aveva fatto di me quella che si prendeva cura di lui, la damina attenta, il corpo da usare, pur senza che io ne fossi consapevole, senza curarsi dei miei sentimenti o di chiedere quali fossero i miei veri desideri e propositi.

Lo dissi a mia madre, un giorno d’estate, mentre preparavamo il sugo in bottiglia, con le mani macchiate di pomodoro spremuto, con i semi attaccati dappertutto, le mosche e qualche ape che ci ronzavano attorno, e lei si lasciò andare nei ricordi di quel che era la sua infanzia, la sua adolescenza, la meraviglia rappresentata da quel fratello così buono, con lei. E io, contorta com’ero, provai una punta di gelosia. Pensai che lei fosse stata la prima. Prima di me lei era stata l’amore di mio zio. Lo dissi a bruciapelo, per ferirla. Dissi che io e suo fratello, il suo adorato fratello, ora malato e sfinito da una vita che non riusciva ad affrontare, eravamo amanti. Mi guardò come se volesse prendermi a bottigliate in testa. Temetti mi versasse il pomodoro che stava dentro il pentolone, caldo, con quel profumo di basilico che lo rendeva così attraente al mio palato. Non è possibile, rispose, e io decisa dissi che lo era. Lui era il mio amante. Lo era da molto tempo. Quanto? Chiese lei. E così raccontai a modo mio quel che era stato. Lo dissi in modo sciocco, come se fosse stata una mia scelta, come se io contassi per lui più di quanto contassi per mia madre. Quando lei affrontò il fratello e lui disse che mi ero inventata tutto mi arrivò uno schiaffo in pieno viso. Un livido a forma di cinque dita si dilatò presto sulla mia guancia sinistra.

Poi fummo soli, io e lui, e minacciò di farmi non so cosa, con me che finalmente mi sentivo potente, non più vittima, inconsapevole, ma lo tenevo in pugno. Mi indusse miliardi di sensi di colpa perché se avessi detto ancora di noi due – e dire “noi due” solo ora mi sembra così orribilmente vomitevole – lui sarebbe finito senza vitto e alloggio. Non era in condizione di badare a se stesso e sua sorella era la sua unica fonte di sostentamento e cura. Gli dissi che erano affaracci suoi e da quel momento in poi mi comportai davvero in modo incomprensibile. Lui mi aveva respinto pubblicamente, e io portavo a casa i miei fidanzati, per farlo ingelosire, procurandogli nuovo materiale morboso che comunque ci tenesse uniti. Poi mia madre spinse molto affinché frequentassi una facoltà universitaria lontana, in una regione tanto più a nord, e lì capii che lei mi aveva creduto ma aveva anche fatto una scelta. Qualche anno fa lei mi chiarì tutto: disse che in fondo ero viva e suo fratello invece era solo un sopravvissuto. Un sopravvissuto aggrappato alla carne giovane di una nipote che per recuperare una sessualità intera, sana, priva di morbose simulazioni di quel che era stato, ha poi impiegato una vita intera. Ho adesso 43 anni e lui, pace all’anima sua, è morto. Morto di depressione, inedia, malattia, infarto, chi lo sa. È morto e io ancora oggi mi sento intrappolata non tanto da quella storia coperta da un velo di omertà quanto piuttosto dal fatto che mia madre è ancora viva e sapeva e non mi ha mai detto una sola parola a mostrare interesse per la mia vita. In fondo non sono mica morta. La priorità va a chi sta peggio, così mi è parso. Il fatto è che a decidere chi tra i due stava peggio è stata lei e io non glielo perdonerò mai. Finché avrò vita.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Mia madre l’ha giustificato così : “A me sembra tu ti stia inventando tutto , ma anche se fosse lui era depresso , lo avrebbe fatto per star meglio , se avesse saputo che non ti andava non l’avrebbe fatto , e poi avresti potuto dirglielo che non ti andava”. Ora lei pretende io vada da lui ,invecchiato e solo , a fargli compagnia. No grazie.

  2. Senza parole. Solo fuoco.

Trackbacks

  1. […] Sorgente: Mia madre, complice omertosa di un pedofilo – Al di là del Buco […]

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