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La donna che mi cambiò la vita

Dopo aver tagliato in fretta le pellicine è l’ora dello smalto. È la mia manicure fatta malissimo. Sono abbastanza certa che al buio verrà uno schifo ma per oggi ho deciso che voglio colorarmi per immaginarmi bella. Un po’ di fucsia qui e là e poi, se basta, mi stampo il colore in testa, tra i capelli, con quella speciale schiuma che te li fa arancione e via via che passano i giorni e sbiadisce diventano di un colore strano, simil ruggine schiarita dal passaggio dell’acqua, decorata dal fango.

Aspetto che arrivi a trovarmi una donna che non vedo da tantissimo tempo. L’ultima volta è stata in occasione del mio piccolo momento di gloria, giacché ciascuno di noi ne deve avere per forza almeno uno. Cadevo sulla strada inciampando su me stessa e mi è venuta fuori una battuta interessante. Risero tutti e lei con gli altri. Promise di versarmi da bere al bar dove ci fermammo, e a me tremavano ancora le mani perché di paura ne avevo avuta tanta. Poi mi squadrò, decisa, e chiese da dove venivo, chi ero, che cosa mai avrei voluto fare in futuro. Risposi all’epoca che non lo sapevo ma di sicuro avrei fatto grandi cose.

Mi è capitato poi di incontrarla ancora dieci anni dopo e allora ci siamo dette che ci saremmo rifermate a chiacchierare ed eccoci qui, io con la mia vita, a tentare di presentarmi al meglio delle mie possibilità, e lei perfetta come allora, con il volto che non tradiva alcuna emozione, tristezza, gioia, disagio, niente. Ecco che arriva abbastanza puntuale e nel rispetto della promessa fatta le faccio trovare del buon tè e qualche biscotto acquistato al supermercato. Non sono mai stata una brava cuoca e men che meno ho mai cucinato biscotti. In questo sento di aver tradito la mia natura di femmina, almeno secondo quel che era stato l’auspicio di mia madre. Una vera donna non compra i biscotti ma li cucina in casa. Si, ma certo, e vaffanculo pure a mamma. Direi che mi sono giocata pure la sua memoria che già non tenevo molto in considerazione.

Secondo mio padre, invece, avrei dovuto saper soddisfare le sue aspirazioni tradite dal mio non essere maschio e poi continuare comunque a essere femmina secondo le norme sociali. Non vi dico la confusione. Come mi vuoi? Un po’ maschio? Femmina? Allora mi sono affaticata di trovare un mio modello simpatico, nel senso che essere antipatica a me stessa mi avrebbe reso la vita ancora più difficile. Ed eccola arrivata, qui, davanti alla mia porta, in mano una bottiglia di qualcosa, credo sia vino, il colore non lo indovino mai, almeno fintanto che quel vino resta in bottiglie verde scuro che non capisco mai perché debbano essere usate. Mi pare più una frode nei confronti del cliente. Gli vendi un bianco che è un po’ rosso o un rosso che è un po’ bianco, o non gli vendi un cazzo e allora prendi quello che sta racchiuso in quel diametro di vetro spesso e anonimo.

Forse ha deciso di restare anche a cena. Il vino non va bene nel primo pomeriggio. Ma lei lo apre e me lo offre. Ma si, il tè in effetti non mi è mai piaciuto molto. Di tutto mi si può dire meno che sono una donna all’inglese. Ci ubriachiamo dopo esserci scolata la bottiglia e vado a recuperare un po’ di vino rosso che sta nella dispensa. Man mano che beviamo il clima si surriscalda e lei racconta cose che non avrebbe forse potuto dirmi senza essere completamente brilla. Racconta di quel giorno, quando mi aiutò a recuperare corpo, scarpe, dignità, e disse che se non fosse stato per me, per il tempo che le avevo fatto “perdere”, lei sarebbe tornata indietro, dal marito.

Mi aveva picchiata prima di uscire – dice. Eppure non si vedeva nulla. Io ero tutta ammaccata e lei forse era troppo presa dall’abilità di nascondere i lividi troppo spesso esercitata. Vedere me in equilibrio precario le aveva ricordato un po’ se stessa e quando mi aiutò a rialzarmi seppe che avrebbe potuto farcela. Una mano a me e una a se stessa. Oggi è diventata una donna diversa, con la stessa espressione di sempre, un po’ accigliata, lo sguardo di una donna forte, imperscrutabile, priva di tentennamenti, e la stessa sincerità negli occhi. Non ricordavo avesse quella parlantina ma ora che la sento so che neppure allora in effetti mi mentì. Non disse, il che è diverso dal mentire, così come non dissi io. Oggi non mente e vuole sapere da me perché ero lì, quel giorno. Così inizio il mio racconto.

Per quanto mi sforzi di capire in che modo il destino ci abbia unite devo confessare che quella caduta non fu del tutto casuale. Venivo fuori anch’io da un brutto momento. Fuggivo da mio padre, da mia madre, dal mio ex fidanzato, dalla suocera, da un mucchio di gente che aveva scoperto, all’improvviso, come io avessi ceduto alle avance di un perfetto sconosciuto poi rivelatosi un conoscente di un cugino lontano del mio ex. Valle a capire queste cose ma, fatto sta che, un pompino diventò la mia disfatta personale. Avevo evitato di dirlo, non avevo mentito, e non mi era neppure sembrato così importante. Era solo un pompino, ma tanto bastò per ottenere una condanna, una gogna, crocifissione in pubblica piazza, per poco non fu un rogo in piena regola. Dovetti fuggire da quel contesto, cambiare città, anzi, fuggii dal paese e mi stabilii in città. Fu al secondo e fallimentare colloquio di lavoro che incontrai lei.

Non stavo bene, mi sentivo totalmente sconfitta, priva di speranze, poi incontrai lei, e per quanto sembrasse poca cosa, quella sua maniera di sorreggermi, in realtà per me divenne un trampolino. Non avevo qualifiche e neppure la voglia di elemosinare un posto altrove, così cominciai a prostituirmi, senza imbarazzo. Sapevo che qualunque cosa avessi fatto ci sarebbe stata sempre una donna ad aiutarmi a riprendere posto nella mia coscienza, nella mia area di diritti. I giudizi degli altri non mi interessavano, perché non mi sembrava importasse a lei.

Mi dice che non ci trova nulla di strano o vergognoso e che sapeva, fin dal momento in cui mi aveva incontrato, che ero una donna in gamba. Peccato non esserci più riviste. Rispondo che forse era stato necessario prendere tempo, utile a ricostruire le nostre vite, e ora che abbiamo qualche certezza in più eccoci qui, insieme, a tracannare vino e a ridere di noi. Il suo lavoro è diverso, lei fa l’impiegata statale in un posto che ha ottenuto con un vecchio concorso. Non le piace ma le dà da vivere e le lascia il tempo di fare quel che vuole. Però si sente stranamente accomunata al mio destino, per quel momento in cui ci incontrammo, e perché fu come aver attraversato una porta che ci avrebbe guidate verso itinerari che altrimenti non avremmo scelto. È così strano avere la consapevolezza di aver cambiato la vita a qualcuno o di aver incontrato qualcuno che l’ha cambiata a te.

È stato così, né più e né meno, e oggi decidiamo quello che sarà domani, dopodomani, l’altro ancora. Non è una storia nel vero senso della parola, ma è un ricordo, ripreso in due momenti che descrivo perché per me contano. Ci rivedremo ancora e non ci perderemo più. Intanto ci lasciamo cullare dal sonno dopo la bevuta, lei sul divano e io sul letto. Arriverà domani e noi saremo ancora qui, in qualche modo libere, e comunque amiche.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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