Ho abortito e sto in una zona grigia

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Lei scrive:

Sai Eretica, oggi mi sono imbattuta per la prima volta nel racconto del tuo aborto. Da tempo pensavo di raccontare il mio, ma non avrei mai pensato di trovare in te qualcuno che aveva vissuto la stessa esperienza. Ho letto che non hai scritto nulla delle motivazioni che ti hanno portata a quella scelta, ma forse perché i percorsi di vita sono molto diversi e molto diversi sono i sentimenti che pervadono le donne che si trovano ad affrontarla.
La mia esperienza è molto diversa dalla tua, i miei sentimenti sono molto diversi. Io non rientro nella categoria “ho abortito mi sono pentita” e neanche in “ho abortito non ho avuto nessun problema a farlo” e stazionare in quella linea grigia a metà tra questo bianco è stato lungamente un problema per me perché era così difficile distinguere i miei sentimenti senza un modello riconoscibile in questa società.

Sono rimasta incinta a 24 anni (credo proprio il giorno del mio compleanno) di una persona che amavo, ma che non voleva quel figlio. Non entro nel merito dei suoi sentimenti, non me ne frega nulla oggi e, in parte, non mi è fregato neanche allora perché sapevo bene che un padre che non vuole essere padre è una delle peggiori disgrazie che possa capitarti. Lui comunque si è molto preoccupato di capire come farmi abortire, procurandomi indirizzi e numeri di telefono.
La Ru486 era in sperimentazione e, che tu ci creda ho no, sono partita e sono andata 2 ospedali che la somministravano. Non avevo deciso, ma ero così provata da tutto quello che stava succedendo che ho provato a prendere subito una decisione. Ma alla fine un po’ la sfortuna, un po’ i miei sentimenti, ho lasciato perdere e mi sono prenotata un’ivg chirurgica a 11 settimane di gestazione.

E ho pensato.
Ho pensato così tanto che alla fine mi si è fuso il cervello. Ho pensato a me a fare la madre da sola, ho pensato a quel figlio che stavo rifiutando, ho pensato a come sarebbe stata la mia vita con e senza e ho pensato che quell’omuncolo che avevo accanto avrei dovuto tirarmelo dietro per il resto della mia vita, volente o nolente. Ho pensato a tutto questo e mentre pensavo a questo io volevo bene a quella gravidanza, io mi toccavo la pancia e parlavo con quel figlio, ne sentivo la presenza, forte, ingombrante, totalitaria.
La notte prima dell’intervento ho pianto per credo 12 ore di seguito, senza dormire niente. Perché piangevo? Perché io volevo essere una mamma, ma non volevo esserlo in quella situazione, a quelle condizioni, dovendo rinunciare a me stessa. Soffrivo nel prendere quella decisione, ma sapevo che avrei sofferto anche con una decisione contraria. E questo mi ha spinta ad entrare in sala operatoria.

La stanza d’ospedale è simile a quella che racconti tu: siamo in 6 quella mattina, tutte diverse, tutte con le nostre storie, tutte con un accompagnatore. Io ho il mio omuncolo con me che, anche se io non posso mangiare per via dell’intervento che sto per avere, si ferma lo stesso a fare colazione al bar. Aspettiamo tutte pazientemente il nostro turno e intanto parliamo. Una delle ragazze era già stata lì la settimana scorsa ed era andata via, ma poi costretta dalla vita si era fatta rifissare l’intervento e quella mattina resterà fino alla fine. Mi viene a prendere un’infermiera e la ginecologa mi accompagna dentro e mentre lei è con me scoppio a piangere, forte, con le lacrime che non riesco a trattenere, ma la convinzione di quello che stavo facendo. Lei, mi consola. È dolce e mi invita ad andare via se non voglio farlo. Dov’erano i miei modelli comportamentali in quel momento? Mi dicevano che se mi stavo disperando così tanto forse è solo perché non volevo farlo… e se volevo farlo non avrei dovuto piangere. Ma io piangevo ed ero decisa.

Tornata dall’intervento ero spossata, stanca, ma il peggio doveva ancora venire. Il mio omuncolo ha sempre pensato fosse una decisione condivisa, ma non era così: erano solo decisioni che prendevano la stessa strada, ma la mia decisione non aveva nulla a che vedere con la sua, le mie motivazioni erano mie e solo mie. Il dolore era il mio.
Per mesi dopo l’intervento non sono più riuscita ad essere felice e mi costava davvero fatica ricordare perché lo avessi fatto… “perché?” continuavo a chiedermi, “io volevo un figlio, io volevo essere una mamma”. Ed ogni volta dovevo ricordarmi che in quel momento, in quella vita che avevo, non c’era spazio per un bambino. Avevo scelto me, ma costava fatica ricordarselo.

Ci ho messo mesi ad uscire da quel dolore, anni per metabolizzare quell’esperienza e penso di averlo fatto veramente solo dopo aver lasciato quell’uomo e aver iniziato a costruire una nuova me stessa, con consapevolezza di quanto mi fosse costata a livello emotivo quella scelta e di quanto facesse parte del mio bagaglio come persona.
Oggi sono serena. È stato un bel percorso ad ostacoli che mi ha portata verso nuove consapevolezze su di me e il mondo che mi circonda. E sono anche felice: ho un lavoro che mi soddisfa, degli amici, interessi… sono libera di costruire il mio futuro come voglio. Un grande insegnamento ricevuto proprio da quell’esperienza così dolorosa. Non dimenticherò mai quel figlio che non ho voluto, mi ha fatta crescere tanto e oggi sono una persona che stimo grazie anche a quella decisione.

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