Donna Vittima della Vittima (feticcio per ansia sociale)

di Erika Mazzeo

Ho deciso di tradurre per voi un breve saggio della scrittrice britannica contemporanea Jenny Diski. Un saggio che contiene una riflessione per me illuminante sull’immagine collettiva della “vittima”, con uno speciale focus sulla vittima di stupro. Ho cercato di rendere le parole e lo spirito del testo il più fedelmente possibile. Per coloro che, come me, preferiscono sempre leggere la versione originale in lingua inglese, la troverete a seguire.

NB: il saggio appartiene a una raccolta pubblicata nel 1998 che raccoglie pezzi scritti in diversi periodi di tempo, ecco perché troverete riferimenti alla guerra in Bosnia e al conflitto nella ex Jugoslavia.

“Victim Victim” (Vittima della Vittima),

di Jenny Diski

Perché, un intervistatore mi ha chiesto di recente di fronte a un paio di centinaia di persone, condona lo stupro? Una volta ripreso fiato per lo shock, ho risposto che mentre potevo immaginare possibili giustificazioni per quasi ogni crimine – omicidio, infanticidio, incendio doloso e così via, ci potrebbero essere circostanze attenuanti – non riuscivo a pensare a una sola condizione in cui un atto di stupro potesse essere difeso. “Ma quando una ragazza in uno dei suoi romanzi viene violentata non reagisce nel modo che ci si aspetterebbe da una vittima di stupro. Lei sembra andare avanti.”

Il personaggio romanzesco in questione è senza casa, affamata e nel bel mezzo di uno spaventoso episodio psicotico quando si verifica lo stupro. E’ possibile che quelle condizioni abbiano occupato la sua attenzione e lo stupro sia stato vissuto come un disastro secondario? La risposta, attualmente, è no. L’idea della vittima ha assunto un significato quasi feticistico per la coscienza liberale negli ultimi due decenni. Usiamo la parola in modo così promiscuo che, come “fascista” negli anni Settanta, si rischia di perderne il valore. Lo impieghiamo per ogni sfumatura di disavventura. Qual è il rapporto tra una fashion victim, una vittima dell’Aids e un bambino vittima (non adulti o soldati, per favore) della guerra in Bosnia? Vi è, in effetti, una connessione; ovvero che tutti e tre devono considerarsi soggetti impotenti disperatamente in balia di forze – siano essi stilisti, virus o esseri umani sanguinari – al di là del loro controllo.

Una volta che hanno accettato questa visione di se stessi noi siamo pronti a portare compassione e soccorso: consulenza per i patiti di moda, spettacoli di beneficenza per i malati terminali, misericordiosi voli del servizio medico per una manciata di bambini per i quali è essenzialmente troppo tardi.

Suppongo si potrebbe sostenere che l’immagine di sé negativa che incoraggiamo le persone ad adottare non sia così importante, fintanto che chi ha bisogno di un qualche tipo di aiuto continui a ottenerlo. Ma la nostra attrazione per l’idea della vittima presenta effetti collaterali sinistri. Quando coloro che abbiamo designato come cattivi nel conflitto in corso nella ex Jugoslavia sono sospettati, come lo sono stati, di danneggiare il proprio popolo per poi mostrare tali atrocità come commesse dall’altro schieramento, è perché sanno che per riscattare la loro reputazione, e guadagnare il sostegno del resto del mondo, hanno bisogno di rifornirci di vittime.

Allo stesso modo, troviamo ci sia qualcosa di disperatamente allarmante nel fatto che i croati, le nostre vittime favorite fino a poco tempo fa, abbiano ora assunto il ruolo di oppressori. Il concetto di vittime è un concetto statico: devono rimanere il gruppo svantaggiato per non perdere la nostra approvazione e per non provocare la nostra rabbia per essere stati “ingannati”.

Ciò che si perde è la comprensione di cosa sia veramente la guerra, di cosa fa la guerra a persone i cui valori fanno le capriole di fronte al caos. Invece di riconoscere gli effetti disgustosi della guerra, prendiamo posizione e contribuiamo alle sue conseguenze disastrose. Se questo è ciò che viene definito riappacificazione, non mi è più chiaro chi o cosa venga riappacificato, a parte l’idea stessa di lotta civile.

Nutriamo precise aspettative verso coloro che chiamiamo vittime: in un terribilmente vizioso circolo di compassione, la nostra partecipazione dipende dal loro grado di sofferenza, e il loro grado di sofferenza deve dimostrare di essere ciò che noi diciamo che è. Per essere giudicate idonee, le vittime devono essere oppresse, totalmente innocenti e con la vita in rovina. Non è sufficiente che la catastrofe si abbatta sulla gente: insistiamo sul fatto che il recupero è praticamente impossibile. In questo siamo stati incoraggiati dalla presa che la psicologia popolare ha esercitato sul nostro pensiero nell’ultimo secolo. Oltre la ferita sta il trauma e questo trauma, ne siamo sempre più certi, dovrà probabilmente durare una vita.

Come si fa a bilanciare il danno fatto dal responsabile con il compassionevole messaggio destinato alla vittima che la informa di essere stata emotivamente segnata per tutta la vita? Una ragazza è stata violentata non molto tempo fa, mentre distribuiva i giornali. Nel reportage, l’ufficiale di polizia incaricato ha dichiarato: “La vita di questa giovane donna è stata rovinata.” Un consulente psicologico per i casi di stupro, citato, ha usato esattamente le stesse parole. La vittima di uno stupro precedente ha descritto come, anni dopo l’evento, non sia ancora in grado di venire a patti con la sua esperienza, e rimanga preda di depressione e tendenze suicide.

Il mio pensiero è questo: se l’atto di stupro è espressione di un bisogno di potere, nel leggere il rapporto quell’uomo – o qualsiasi potenziale stupratore – non riceverebbe conferma del fatto di aver raggiunto il suo scopo? Ciò a cui mirava era proprio la rovina di una vita umana e, in quello che appare come un terribile paradosso, coloro che dimostrano di avere più a cuore la vittima sembrano anche cospirare nel soddisfare le fantasie dello stupratore. E fino a che punto stiamo inavvertitamente indebolendo la ragazzina (e il resto della popolazione femminile) quando le diciamo che ciò che le è accaduto è irreparabile? Ogni atto di violenza fisica avrà effetti traumatici, ma che cosa intendiamo quando diciamo a una giovane donna che il suo senso di autostima può essere distrutto da un atto di penetrazione forzata? Intendiamo davvero dire che l’identità centrale di una donna risiede nei suoi genitali?

In una società in cui raffigurare una vittima di stupro che reagisce “in un modo che non ci si aspetterebbe” viene inteso come un condono dello stupro, è necessaria una smentita. Eppure non dovrebbe essere così; dovrebbe essere ovvio che tutto ciò non mira a promuovere sentenze vergognosamente indulgenti, o il tipo di denigrazione che le donne subiscono durante il controinterrogatorio nei casi di stupro. Ma se contestiamo quei torti mandandoci l’un l’altra messaggi sulla nostra particolare debolezza, allora perderemo più di quanto possiamo ottenere. Sminuiamo ciò per cui tanto duramente si è lottato, e finiamo ancora una volta nello speciale retaggio di coloro che storicamente hanno sempre offerto protezione alla gente in cambio di un’ammissione di debolezza.

Qualcosa di simile si è verificato quando è stato suggerito che una donna che uccide il marito violento dovesse essere assolta in virtù della “sindrome della donna maltrattata.” Queste donne dovrebbero essere assolte sulle basi di provocazione o auto-difesa, e se queste leggi sono troppo limitate per comprendere il comportamento di chi subisce abusi da lungo tempo, allora devono essere emendate in modo da poter essere davvero messe in pratica, così che tutte le età, le condizioni e i generi possano ricevere giustizia.

Marginalizzare e rendere vulnerabili i gruppi che cerchiamo di difendere è il bizzarro risultato del nostro bisogno di opporre i buoni ai cattivi. Sembra che considerare e raffigurare i cattivi come incommensurabilmente forti sia l’unico modo per accendere il nostro interesse verso la gente. Il pericolo è che si finisca per indebolire proprio coloro che necessitano prima di tutto di un solido senso della propria integrità e autonomia, rafforzando nel contempo una soddisfacente immagine di onnipotenza in quelli più inclini a trarre profitto dai deboli.

 

>>>^^^<<<

“Victim Victim”, by Jenny Diski

Why, an interviewer asked me recently in front of a couple of hundred people, do you condone rape? Once I’d got my breath back, I replied that while I could imagine possible justifications for almost any crime – murder, infanticide, arson, you name it, there might be mitigating circumstances – I couldn’t think of a single condition in which an act of rape might be defended. “But when a girl in one of your novels is raped, she doesn’t react in the way we would expect a rape victim to behave. She seems to carry on.”

The fictional character in question is homeless, hungry and in the midst of a frightening psychotic episode when the rape occurs. Is it possible that those conditions might jostle for her attention and the rape be experienced as a secondary disaster? The answer, currently, is no. The idea of the victim has taken on virtually fetishistic significance for the liberal conscience in the last couple of decades. We use the word so promiscuously that, like “fascist” in the Seventies, it threatens to lose its value. We employ it for every shade of misadventure. What is the relationship between a fashion victim, an Aids victim and a child victim (no adults or soldiers, please) of the Bosnian War? There is, in fact, a connection; it is that they all must consider themselves impotent individuals helplessly at the mercy of forces – be they frock-makers, viruses or murderous human beings – beyond their control.

Once they have accepted this view of themselves we are ready with compassion and succour: counselling for the clotheshorses, charity performances for the terminally ill, mercy medical flights for a handful of children for whom it is essentially too late.

I suppose it could be argued that the negative self-image we encourage people to adopt doesn’t matter too much as long as some people who need help of one kind or another are getting it. But there are sinister side effects of our attraction to the idea of the victim. When those we’ve designated as the bad guys in the current conflict in former Yugoslavia are suspected, as they have been, of harming their own people and then displaying them as atrocities committed by the other side, it is because they know that to redeem their reputation, and engage the support of the rest of the world, they need to supply us with victims.

Equally, there is something desperately disturbing to us about the fact that the Croats, our favoured victims until recently, have now taken up the role of oppressors. The concept of victims is a static one: they must remain the underdog as a group or forfeit our approval and risk our rage at having been “fooled.”

What we lose is the understanding of what war really means, what it does to people whose values somersault in the face of chaos. Instead of recognising the disgusting effects of war, we take sides and collude in its dire consequences. If this is what is termed appeasement, it’s no longer clear to me who or what is being appeased, apart from the idea of civil strife itself.

We have precise expectations of those we nominate victims: in a fearfully vicious cycle of compassion, our sympathy depends on their degree of suffering, and their degree of suffering must be seen to be what we say it is. To qualify, victims must be oppressed, wholly innocent and their lives in ruins. It is not enough that catastrophe happens to people, we insist that recovery is virtually impossible. We’ve been encouraged in this by the hold that popular psychology has gained over us this century. Beyond the wounding is the trauma and that, we’re increasingly certain, will probably last a lifetime.

How do we balance the damage done by the perpetrator against the compassionately intended message to the victim that he or she has been emotionally scarred for life? A young girl was raped not long ago while doing her paper round. In the news report, the police officer in charge stated: “This young woman’s life has been ruined.” A rape crisis counsellor was quoted and used exactly the same words. A former rape victim described how, years after the event, she is unable to come to terms with her experience, and remains depressed and suicidal.

My thought is this: if the act of rape is an expression of a need for power, wouldn’t that man – or any potential rapist – reading the report receive confirmation that he has succeeded in what he has set out to do? It is precisely the ruination of a life that he was after, and those most concerned for the victim seem, in a dreadful paradox, to be colluding in fulfilling his fantasies. And to what extent are we inadvertently disempowering the child (and the rest of the female population) when we tell her that what has befallen her is irreparable? Every act of physical violence will have traumatic effects but what do we mean when we tell a young woman that her sense of self-worth can be destroyed by an act of enforced penetration? Are we really meaning to say that a woman’s central identity resides in her genitals?

In a society where depicting a rape victim reacting “in a way we would not expect” is judged to be condoning rape, a disclaimer is needed. It shouldn’t be; it ought to be obvious that none of this is to endorse disgracefully lenient sentences, or the kind of vilification women undergo during cross-questioning in rape cases. But if we contest those wrongs by sending each others messages about our special weakness we’ll lose more than we can gain. We’ll diminish what has been hard fought for, and end up once again in the special protection of those who historically have always offered people protection in return for an admission of weakness.

Something like that occurs when it was suggested that a woman who kills her violent husband should be acquitted by virtue of suffering from “battered woman syndrome.” They should be acquitted on the grounds of provocation or self-defence, and if these statutes are too narrow in their comprehension of the behaviour of the long-term abused, they must be amended so that they do apply, and all ages, conditions and genders can receive justice.

The sidelining and making vulnerable of groups we seek to defend is a bizarre result of our need to pit the goodies against the baddies. We seem to have to consider the villains and depict them as overwhelmingly strong in order to fire our concern for people. The danger is that we end up enfeebling the very people who need above all else a solid sense of their own integrity and autonomy, while reinforcing a satisfying self-image of omnipotence in those most inclined to take advantage of the weak.

 

Jenny Diski, “Victim Victim”, in Don’t, London, Granta Books, 1998.

Traduzione di Erika Mazzeo

Leggi anche:

 

Advertisements

Comments

  1. ciao Eretica, solo perchè è l’ultimo post scrivo qui . Cosa ne dici del linciaggio a cui è sottoposta la cittadina magistrato donna, sotto procedimento disciplinare per quattro battute dette in privato con un’amica ? La aggressione di genere stavolta mi pare evidente.
    http://www.riviera24.it/2016/04/apprezzamenti-su-garko-su-facebook-la-difesa-del-pm-bresci-basta-disinformazione-221712/

  2. Molto ben detto!

  3. Spiego brevemente il mio punto di vista, quello in cui , forse per comodità , preferisco credere. Ho un padre violento che è anche un marito violento. Io da queste violenze ne sono uscita andandomene di casa , mia madre no. Lo reputa un uomo meraviglioso e si addebita tutte le colpe di lui ( E’ colpa mia se mi ha picchiata/ ho le ossa fragili etc ). Ora , mia madre , vittima , ha cominciato ad essere violenta con me. Sberle , urla , diffamazioni nei miei confronti specialmente nei post pestaggi di mio padre. Fino a che punto mia madre è vittima di mio padre e da che punto in poi è vittima di se stessa o mia carnefice? Io ho scelto di andarmene , di non aver più a che fare neppure con lei , dopo anni in cui tentavo di spiegarle che era mio padre ad essere violento , non lei a provocarlo , che la colpa era di lui , non di lei. Dove c’è una persona violenta c’è una persona che permette il perpetuarsi delle violenze. Il mio modo di spezzare questo circolo è stato andar via. Ho subito violenza, non voglio più subire ne diventare violenta . Ho fatto la mia scelta , come mia madre ha fatto la sua.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: