Il signore delle mosche: nascita di un antibinario

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di Ethan Libano

Vediamo di continuare a cibare il mio personaggio letterario (o non è un personaggio letterario?). C’è un ex convento al quale si arriva da una curva, passando un cancello diroccato. Le mura poggiano direttamente sulla terra e sono umide. Il giardino cresce senza ordine e senza cura. C’è odore di terra nera e bagnato. Un matrimonio infelice tra due ragazzini e due figli come risultato. Dovete riuscire ad immaginare la decadenza di una famiglia nobile e indolente da una parte e una mamma ragazzina dall’altra. Tenete bene a mente la decadenza perché essa non è il fiorire della depravazione come spesso si pensa, ma la mancanza di vigilanza e regole. Dopotutto è una forma di libertà. La decadenza non ha più la forza di imporre un modello. Ero facilmente cresciuto come gli animali domestici, con pasti regolari ed il resto della giornata libera. Avevo avuto l’ignoto privilegio di creare un mio mondo di pensiero e strategie di apprendimento, libero di pensare le cose più assurde e vere e di classificare i sentimenti per via sperimentale. L’infanzia fu un interessante situazione di isolamento. Eravamo io e mio fratello ma non esisteva una differenza sessuale, era solo fisica. In noi non era presente la diversità come categoria ma solo come osservazione dell’altro. Le minime differenze fisiche (qualcuno ci scambiava per gemelli) erano completamente annullate dalle dinamiche relazionali. Opposti per gusti e carattere ma dello stesso genere. Dovendo autogestire il gioco e l’apprendimento eravamo completamente fuori schema. Mio fratello era contemplativo ed io ero..per l’esperienza diretta. L’isolamento nella natura ci formò con dinamiche completamente differenti rispetto ai bambini cresciuti in città. Quello che osservavamo erano le stagioni e gli uccelli, i sistemi di lavoro dei formicai, la morte per selezione, il tempo atmosferico per odore.

Legge era quello che trovavamo attorno e a quello ci si conformava.
La gerarchia, quando era necessaria, si formava mediante l’esperienza, l’intelligenza o l’abilità.

Ora, nel libro “Il signore delle mosche” la libertà finisce in tragedia. William Golding scrive negli anni ’50 ed è convinto, rispecchiando le convinzioni del suo tempo, che gli uomini “producano il male come le api producono il miele”. Ovvero senza una struttura regolante la natura umana è malvagia. Non fu così per noi. Da quella assenza di struttura ne è derivata una certa difficoltà nel socializzare in modo canonico (che conservo tuttora) ma anche, e soprattutto, la capacità di individuare ciò che non è naturale, ciò che è una struttura costruita. Quindi, quando mi dicevano quale doveva essere il comportamento del “bravo bambino e della brava bambina” sapevo che quella era una maschera poiché discriminavo ciò che era reale (emozioni, bisogni e carattere) da ciò che era una recita. Quando date ad un bambino la possibilità di autodefinirsi sappiate che gli state concedendo il libero arbitrio. Dovete poi sapere che se ai bambini, o almeno ad alcuni, fornite la possibilità di usare le costruzioni ma di ignorare le istruzioni, questi potrebbero allestire città e porre in essere esperimenti sociologici basandosi sui sentimenti dell’altro e sul proprio senso di giustizia e quindi definire tutto un insieme di teorie politiche e sociali che poi verranno ritrovate nei libri e lette con molta più consapevolezza.

Continuavamo a crescere ed eravamo in una famiglia in cui le apparenze binarie venivano rispettate ma dove il privato non era convenzionale. Nessuno si preoccupava che mio fratello giocasse in cucina con il “Dolce forno” mentre io ero con mio nonno dal suo amico calzolaio ad assistere ad un conciliabolo maschile. Nessuno si faceva problemi se lo zio contrabbandiere mi insegnava il poker e mi faceva collezionare bottigliette di alcolici. Nessuno si fece domande quando, mettendo in scena Cenerentola in casa, io feci il principe azzurro. In questa seconda fase era come nella Repubblica di Platone, eravamo stati tolti ai genitori per essere educati dalla società, ancorché a carattere famigliare o nella ristretta cerchia degli amici.

Succede che, col passare degli anni, si incontrano altri gruppi di bambini ai giardinetti. E qui la terza fase dell’esperimento si fa interessante. Non ero l’ultimo ad essere scelto per formare le squadre di calcio perché ero una bambina ma tra i primi perché ero un portiere che non aveva paura di buttarsi. Ancora la differenza sessuale non determinava nulla. Ed anche all’asilo ero accettato senza problemi nelle “bande” maschili. Erano anche gli altri bambini a non essere binari o ero io ad essere percepito in maniera diversa? Ero io…altrimenti avrebbero dovuto accettare anche altre bambine. Mi accorgo, arrivato a questo punto del racconto, di aver intrecciato due importanti fattori: la libertà nell’esplorare e nel pensare che elimina categorie divise per sesso e la mia identità, già definita fin da bambino, di transgender. La loro correlazione non mi è ancora chiara ma forse ne verremo a capo mano a mano che ripercorreremo la mia storia. Quello che posso anticipare è che sì, la comparsa di evidenti segni di appartenenza ad un sesso posero nuovi problemi e cambiarono il comportamento di chi mi stava attorno.

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