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La differenza sessuale sta davvero nell’utero?

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Serena mi segnala questo articolo che invita a ragionare di differenza sessuale a prescindere dalla biologia. E’ una riflessione che soprattutto si riferisce alle femministe della differenza le quali ritengono che la differenza non possa essere nominata in termini di identità liberamente scelta. Chi dice che Sesso=Genere, così come fa Luisa Muraro, d’altro canto nega l’esistenza di altre persone che si definiscono donne, anzi lo sono, a prescindere dalla biologia. Varie volte ci siamo riferite alle trans, ma che dire delle persone intersex? E che dire di questa donna che racconta come la differenza sessuale in realtà non stia affatto nell’utero?

Lei è nata senza utero e cervice. Si chiama Joanna Giannouli, ha 27 anni, e spiega quel che per lei significa non avere utero, il collo dell’utero, la parte superiore della vagina. E’ una condizione che riguarda una donna su 5000. I suoi genitori non l’hanno presa benissimo, soprattutto la madre. Si è sentita in colpa. Per i primi cinque anni successivi alla scoperta non ne hanno parlato, Joanna non era in grado di parlarne. Si sentiva distrutta, fragile, e quasi pensava di dover consolare la madre che si chiedeva se non avesse fatto qualcosa di sbagliato in gravidanza. Joanna le ha spiegato che non ha fatto nulla di male. Era solo una questione genetica. E’ una condizione stigmatizzata, al punto che quando il suo ragazzo l’ha scoperto l’ha lasciata. Negli ultimi cinque anni ha vissuto invece una bella relazione con un altro uomo che sa della sua condizione e ha scelto di stare con lei. Sa che forse il loro futuro sarà senza figli anche se Joanna non ha bisogno di avere utero e cervice per immaginarsi un giorno madre. Non è la condizione biologica che detta le nostre scelte, questo deve essere chiaro. E non si può stigmatizzare questa donna ritenendola mancante di qualcosa, perché sarebbe sbagliato farlo. Lei è, semplicemente, una donna, punto e basta.

La sindrome le fu diagnosticata all’età di 14 anni, quando la madre la portò dal medico perché ancora non aveva avuto le mestruazioni. Dovette attendere i 16 anni per una visita ginecologica e si resero conto che non c’era il tunnel vaginale. Anzi, dato che non era nata con una vagina funzionale i medici hanno dovuto fare in modo che lei potesse avere rapporti sessuali. E’ stata operata, ricoverata in ospedale, tre mesi a letto, senza potersi alzare, a fare esercizi vaginali, per espandere il suo nuovo tunnel vaginale. Prima di quell’operazione lei non poteva avere un rapporto sessuale. Perciò si è fatta operare quando la legge glielo ha permesso. L’operazione è stata realizzata ad Atene. La nuova vagina le ha causato molto dolore, lei ha dovuto recuperare l’uso del perineo facendo appositi esercizi. Si tratta di una piccola area sotto la vagina. E’ la pelle, lo strato di tessuto, che hanno dovuto in parte tagliare per ampliare l’ingresso (alla vagina).

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Stava bene fisicamente, ma ancora non lo era emotivamente. Lo sentiva come un peso del quale avrebbe voluto sbarazzarsi. Ha avuto partner che l’hanno violentata emotivamente per la sua condizione. Non ha potuto avere una relazione stabile a causa della sua situazione. Per lei fu una situazione insostenibile, che la lasciava arrabbiata, con un profondo senso di colpa e vergogna.

Che cosa è la sindrome di Rokitansky? – spiega Joanna – è una condizione che riguarda donne nate con un utero non sviluppato appieno o assente, senza collo dell’utero e parte della vagina superiore. Le donne con sindrome di Rokitansky possono avere ovaie e genitali esterni (vulva), peli pubici e continuano a sviluppare il seno. Il primo segno di sindrome di Rokitansky è l’assenza di mestruazioni. Il sesso può essere doloroso perché la vagina è meno profonda.

Comunque sia Joanna racconta che da allora sono trascorsi dieci anni. Non si vergogna più anche se il disagio resta. Si è resa conto che non può cambiare e quindi deve abbracciare la sua condizione e conviverci serenamente. Nei primi anni dopo la scoperta della sua condizione pensava di essere inutile, merce danneggiata. Non degna di essere amata. Fu un’anima persa per molti anni, e si sentiva come se la sua vita fosse distrutta. Superò depressione, ansia, attacchi di panico. Da tutto ciò trasse una lezione. Poi fu altro. E’ rinata. Nuova vita, nuova identità, da adolescente con umore altalenante divenne una donna matura, crebbe rapidamente e si sentì grata di potersi considerare persona.

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Ora vive ogni giorno per quel che è. Non fa progetti per il futuro. Non sa che ne sarà di lei in futuro. Molte persone non sanno nulla di lei. La famiglia l’ha tenuto quasi segreto, perché immaginano che la gente proverebbe pena. Ma Joanna non è moribonda, non è in pericolo di vita. Eppure chi l’ha saputo la guardava con pietà e l’ha fatta sentire peggio. A volte non è quello che sei che ti danneggia ma quello che altr* pensano tu sia. E’ lo stigma la parte peggiore quando si tratta di identità di genere, ruoli, e a me fa specie che alcune femministe possano contribuire in questo senso immaginando che ci sia una linea rigida di giustezza dell’essere donna.

Joanna dice che non ne poteva parlare perché in Grecia non pensava di poter essere capita. Non trovava un gruppo di sostegno. Non trovava nessuno con cui parlarne. Ed era forte il bisogno di trovare dei punti di riferimento che la facessero sentire meno sola. Trovò soltanto un paio di donne che all’inizio furono disposte a parlarne e poi sono sparite perché in realtà se ne vergognavano.

Joanna conclude il suo racconto dicendo che le piacerebbe essere madre, in ogni modo possibile. Grazie a una madre surrogata o all’adozione. Dice: “una madre non è quella che dà alla luce un bambino ma è la donna che se ne prende cura“. Per il momento non ci pensa ancora ma in futuro vorrebbe avere dei figli. Ama i bambini, dunque si vedrà.

Quel che è certo è che per lei è liberatorio parlarne e conclude dicendo che vuole sostenere ogni donna che vive la stessa situazione, perché sa quanti problemi dovrà superare. Molte donne si sono suicidate per questa ragione. Perciò Joanna ha trovato la forza di parlarne in pubblico per aiutare altre che vivono lo stesso inferno. Perché se non ci si aiuta tra simili allora chi lo farà? Parlarne dà forza, perciò parlatene. Nessun@ dovrà farvi sentire difettose, sbagliate, perché non lo siete. Proprio no.

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Comments

  1. Continuo a non capire come si possa ambire all’uguaglianza nella differenza, ossia a trasformare il reale, ignorando l’analisi del reale. Cercare di capire la realtà “a prescindere” dalla biologia mi sembra davvero un orrore logico e ontologico, altrettanto pericoloso dell’opposto sesso=genere. E continuo a far fatica, non capisco, perché ci si debba appiattire sugli estremi.
    Insomma, capisco che l’oppressione di genere è stata perpetrata anche sfruttando la biologia, estremizzandola, arrivando a dire “la biologia determina ciò che sei e le tue scelte in toto”. Ma negare che la biologia abbia un peso in ciò che siamo è un concetto, oltre che altrettanto strumentalizzabile, falso logicamente e ontologicamente. E spero che nessuna di noi voglia ottenere una trasformazione del reale basandosi su una negazione del reale, cioè su una falsificazione di ciò che noi stesse siamo.
    E fatico anche a capire (scusate, ho i miei limiti) cosa c’entri il bel racconto di questa ragazza coi discorsi sul genere. Cioè: qui parliamo di come la società strumentalizza il genere per esercitare pressione su comportamenti e morale. Qualcosa di insopportabile, ne conveniamo tutte, e che tutte dobbiamo combattere.
    Ma questo cosa c’entra con la biologia? Certo non è l’utero a determinare chi sei, ma perché negare che l’insieme di quello che è il nostro corpo femminile contribuisce a creare (neurologicamente, a livello di ormoni, di ciclo mestruale, di tutto quello che è, di “norma”, un corpo femminile) la nostra identità? E lo immagino su un continuum, non in una polarità donna sì/donna no, donna determinata al 100%/donna non determinata dalla biologia, donna che conseguentemente ha tutte le “caratteristiche” del femminile/donna che non ne ha nessuna.
    E questo non vuol dire, appunto, che se non hai l’utero non sei donna – il ragionamento è opposto, ed è filosofico, non so come dire…di ricerca del reale: vediamo cosa comporta avere questo corpo, questi livelli di ormoni, quest’altra caratteristica. E qualsiasi cosa emerga, come dire, è un risultato neutro, non lo ricerco per valutarlo o strumentalizzarlo in nessun senso, né per inserirlo in una categoria superiore o inferiore, di legittima femminlità o meno. E deve essere sempre e comunque svilncolato da qualsiasi intervento normativo. Qualsiasi cosa tu sia, e qualsiasi peso abbia la biologia in come ti senti e ti definisci, nessuno deve potere, per questo, dirti cosa dovresti fare.
    Non so se mi sono spiegata – comunque credo ci sia un grosso fraintendimento sulla biologia nel discorso di genere, almeno negli articolo e nelle prese di posizione a cui ho potuto avere accesso. E secondo me lo dimostra bene il fatto che, invece, per legittimare il diritto dei trangender a compiere la transizione ci si appoggia, di slancio proprio, all’evidenza biologica. Per me, manco ce ne sarebbe bisogno, ma il punto è: la biologia vale per tutti? A mio parere, sì: ha un peso, che concorre a fare di ognuno di noi ciò che siamo, insieme ad altri fattori. Non è una predestinazione o predeterminazione, ma conta, e non solo nel discorso sul genere ovviamente.
    Per chi ha voglia, ne parlo qua: https://crosscritture.wordpress.com/2016/03/07/spiegatemi-vi-prego-il-genere/

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