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Di notte: storia di sangue e amore

Semen and Blood III di Andres Serrano

Semen and Blood III di Andres Serrano

 

E’ notte, nugoli di moscerini vorticano ipnotici sopra la frutta fermentata, dalla strada giungono risate scomposte e alticce di ragazze che stanno rientrando a casa nei loro gambaletti a rete, i ciuffi tinti di verde o turchese, le magliette extra large con gli spacchi laterali e certe stampe che sembrano fatte con le gomme dei pneumatici. La luna sembra schiantarsi contro un terrazzo sporco dove rotola tediosamente un pallone da calcio spinto dalla stessa brezza che agita i piumoni invernali messi fuori a prendere aria. Il caldo già appiccica, in questo avamposto meridionale che allunga lo sguardo, con la mano sulla fronte a visiera, verso le catene montuose dei Balcani, mostrando il culo allo Jonio. Le esalazioni chimiche del triangolo siderurgico si mescolano ai lasciti salini delle onde che si infrangono, potenti, contro le pareti di roccia scogliosa e al fumo della marijuana che spingo via dai polmoni. Si agita in me, ringhiante e ferita, una lupa con il fiatone.

Dormono i bambini. Dorme, nudo e quieto, con il pene ritirato, il lupo padre.

Il tramestio della giornata ha ceduto il posto a sedere ad una notte che mi lascia vigile. Una notte da setacciare i latrati. Qui i latrati dell’amore, da quest’altra parte i latrati della rabbia. Perchè sono stati l’amore e la rabbia a farmi correre fin qui, una corsa circolare inaugurata dall’urlo di mia madre che mi espelle al mondo e continuata attraverso la polvere di gesso dei cortili dell’infanzia, i piccoli furti nei negozi del quartiere, i vapori tossici della varichina con cui le suore ci costringevano per punizione a lavare i pavimenti, le mani sollevate dal manubrio di biciclette lanciate in gara sulle rampe in discesa dei garage, la mano tremolante e paffuta della mia amichetta che esplora la mia fica bambina. Proseguita un tuffo a vite dopo l’altro, mio padre che – all’improvviso – non mi tiene più in braccio, i capezzoli che spingono sotto la maglietta e il primo sangue mestruale che arriva a macchiare i miei pantaloncini in nylon da calcetto, in un pomeriggio qualunque dei miei undici anni, con la sua terribile, scioccante, promessa di sangue venuto a chiamare altro sangue: quello dell’imene lacerato per alleggerirsi del fardello della verginità, quello copioso dalle gengive la notte in cui ubriaca sono caduta a terra, il sangue spugnoso, a pezzetti, che ha accompagnato fuori da me i miei figli abortiti sotto il gelo ronzante dei tubi al neon, il sangue – come una benedizione e come una condanna – dopo la prima penetrazione anale, il sangue mischiato al latte materno con cui ho nutrito i miei figli, piangendo d’amore, di dolore e di rabbia. La lupa correva, ha corso lontana da una madre che avrebbe dovuto essere un po’ più indecente per essere felice, per dire com’è che si fa a tenerli insieme, tutta una vita, la rabbia e l’amore, per narrare a noi figli l’orrore ordinario delle notti appiccicose quando tutti dormono, tu fumi marijuana e la luna è un velivolo leggero che si schianta contro il tetto difronte.

Ho corso lungo la pianura padana per venirti a cercare, tu che ora respiri lentamente nell’altra stanza, per portarti l’amore e insieme ti ho portato la rabbia di amarti, la rabbia della rinuncia all’altro uomo che amavo, la rabbia dell’amore che reclude in case piene di moscerini in un’estate prematura, la rabbia con cui potrei, ora, alzarmi da questa sedia – il mio corpo gracile, esile come una libellula – e venire di là, con un fallo finto attaccato alla cintola, sollevarti il bacino nel sonno, tenerti giù la nuca e spingere fino a quando il tuo stupore dolente, da animale braccato nel sonno, si trasformi in un ululato che smetta di rassicurare il mondo e lo riporti, nel tempo dilatato di un orgasmo, alle antiche profezie dell’amore e della rabbia. Così che a me venga concesso di rendere pure le colpe.

La colpa di aver odiato i miei figli per essere entrati in possesso del mio corpo, averlo trafugato e derubato, averlo fatto sanguinare, averlo sottoposto allo strazio di due interminabili episiotomie, e poi di avermi sottratto millemila notti insieme ad altrettante voci ed esistenze che avrei potuto vivere. Se l’amore per loro, il saperli vivi, insistenti e barbaramente, brutalmente accucciati sotto il pelo della lupa, teneri e arruffati prima della corsa, non mi lasciasse avvinta qui, incapace di mescolare al grano dell’amore il grano della rabbia come fosse un peccato farlo, anche solo pensarlo – un peccato senza appello. Dire che, dentro questa notte che appiccica, io sento che il mio amore è intessuto di rabbia, che la rabbia decora l’amore come un arabesco fatto a mano, prezioso, preciso, solo mio. Che è stata rabbia anche quella di desiderarvi, figli miei, di darvi un corpo vero per smettere di immaginarvi e portarvi finalmente a bagnare i piedini nel mare gelato di Aprile, ogni Aprile, voi dite “mamma, dai, no, è troppo fredda” ma poi ridiamo ed entriamo in acqua, ed io sussurro a me che è proprio questo freddo che dovete sentire, il freddo, tutto il freddo che ci può stare persino nell’amore, persino nel mare, persino in una mamma che vi porta sempre al mare la prima giornata calda d’Aprile. Che l’amore non è mai una cosa pura. In genere è sporco, come lo eravate voi appena nati, uno strato come di grasso unto su tutto il corpo, le tumefazioni, il sangue, i muchi, la merda, tanti liquidi giallognoli, i cordoni ombelicali marroni e violacei. L’amore è sporco e sporca durante il sesso. Sporca quando cambi i pannoloni ai tuoi genitori anziani, la rabbia e l’amore della cura a chi ti ha curato e amato senza dire la rabbia dentro quell’amore e così alla fine l’hai taciuta anche tu la rabbia: hai siglato – ancora una volta e da adulta – il patto antico della fedeltà alla famiglia.

Ho fatto silenzio. Ho fatto silenzio anche con te, lupo padre, perché le consegne generazionali sono spietate, lentissime ad erodersi, e questa notte le ragazze ridono, alticce, giù in mezzo alla strada. Io faccio silenzio, non ti sveglio. Non la porto, a te, la rabbia stasera, non interrompo quel sonno quieto, il pene a riposo.

Ho ancora il fiatone. La notte è diventata più fonda. L’acquaio è pieno di piatti sporchi. Sorseggio lentamente il vino rimasto, e seguo rapita il tedioso rotolare del pallone sul terrazzo di un vicino che non conosco.

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:

1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale

2] Diario di una famiglia “tradizionale”

3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”

4] Se ci leccheremo ancora, come cani randagi

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Comments

  1. Quando ti leggo mi sento un po’ meno sola, un po’ meno strana.

  2. Grazie a te perché mi leggi e questo fa sentire meno meno sola e meno strana

  3. Non si può non leggerlo e non goderne. (cit.)

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