Il mito della caverna, il cesareo, la morte al primo giorno

di Ethan Libano

Questa è una storia d’amore. Ce l’ho sulle dita da giorni e sotto l’anima da sempre.

Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te.

Questa è una storia di una traccia di ricordi. Inizia in una caverna.
E’ il luogo dove le verità vengono solo riflesse e non sono pericolose. Da qualche parte dobbiamo iniziare a imparare ma non possiamo vedere tutto in una volta. E quindi, finché ti cullano dentro, dovrebbe essere tutto attutito come la propria voce che viene udita dall’orecchio interno.

Ma, soprattutto quando la madre è una bambina, la verità potrebbe arrivare diretta su una retina non formata e su un cranio ancora morbido.
Come ti devi essere agitata mentre mi aspettavi! Eppure non ero il primo, ma ero quello che avevi voluto per inchiodarti a terra. Mi hai concepito come un peso e desiderato tanto come femmina per proiettare la tua fuga ormai impossibile. Sono un alibi e una speranza ma non sono mio.

Non ero il primo ma ero quello che arrivava dopo il tempo necessario ad aver capito di non volermi. E anni dopo mi scrivi che mentre mi aspettavi ti eri informata per farti chiudere le tube (e l’hai fatto). Dovevi avere paura mentre mi aspettavi perché sentivi com’ero. Secondo alcuni la madre trattiene il figlio dal nascere se lo sente troppo potente. Figlia difficile mi hai chiamato spesso. E tu mi hai trattenuto finché non ti hanno obbligata a buttarmi fuori.

Una bambina di 10 mesi, lunga 49 centimetri e di 2,9 chili.
Ero il più anziano e il più piccolo della nursery.
Mi devo essere agitato tanto con te.

Non hai mai voluto soffrire e questa è stata la tua rovina. Hai paura della sofferenza ancor prima di provarla. E così hai scelto di avere me e mio fratello con il cesareo, dormendo. Eppure qualcosa è andato storto. La sera prima dell’intervento non c’è il minimo segno che io voglia uscire. Ci riempiono di farmaci. Vengo alla luce da un taglio artificiale alle 12.30 spaccate. Mi racconti che siamo entrati in clinica che era ancora estate ed usciti che l’aria era gelida. Siamo stati ricoverati pochi giorni ma non mi stupisce che mi abbia accompagnato un grosso contrasto. Qualcosa andò storto. Non sapremo mai se è stato per i farmaci o altro ma entrambi rischiammo la vita senza ancora esserci visti e senza che io avessi ancora un nome.

La notte dopo la mia nascita e il giorno dopo piansi senza sosta fino ad essere esausto. Poi, pulito e carino, mi portarono da te. La tua reazione fu buffissima. Ti dissero – Signora, è una bella bambina – e tu – Non me ne frega un cazzo! Io sto malissimo! – Bè…il rapporto non poteva che migliorare dopo questo inizio. Ma tu non mi hai voluto vedere per un po’. La mia prima fotografia è con un papà materno (che assomiglia a Xabaras) che mi allatta.

Ci hanno fatto una violenza. Non so come ma ci hanno strappato le anime quando ancora avevano bisogno di stare attaccate. Non sono io che ti ho quasi uccisa.
Ci hanno fatto una violenza perché ci hanno costretti ad avere un rapporto. Quel parto l’hai vissuto come una punizione? Ci hanno fatto violenza perché forse tu non volevi fare la mamma perché eri ancora piccola e avevi paura.

Da quel giorno non sei mai riuscita a farmi una carezza vera. E così l’ho cercata testardamente e con timore altrove. Quel desiderio è stata la mia debolezza per tanti anni. Morire il primo giorno di vita non è facile.

Ma ho detto che era una storia d’amore questa. Non è stato facile proteggerti per tutti questi anni e sentire la tua fame che mi portava via tutto. Ci siamo trascinati quella morte appresso. Adesso ti perdono. Adesso che ho raccolto pezzi di donna un po’ ovunque e ho ricomposto la figura. Abbiamo pagato abbastanza. Adesso mi perdono.

fruga dentro le mie tasche
poi perdonami

 

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