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Il sesso con gli uomini, tanti, diversi

disinibitaDa quando abbiamo cominciato a realizzare cornici adatte entro cui le donne devono vivere la propria sessualità? Da sempre. Il difficile è immaginare di rompere quegli argini e cominciare a fare di testa propria. Sbagliando, procedendo a tentoni, al buio, sapendo che andrai a sbattere su cose spostate apposta per farti inciampare o su muraglie fabbricate nel tempo per scoraggiare ogni tipo di curiosa esplorazione.

Avevo sedici anni e cominciavo a chiedermi che ci facevo in un rapporto con un uomo di 31, e non per la sua età, né perché non volessi fare sesso con lui, ma solo perché pensavo fosse troppo restrittivo. L’avevo scelto, tra tanti corteggiatori, perché mi era sembrato il più disponibile a insegnarmi trucchi, a soddisfare i miei desideri, a intuirli prima che io chiedessi. Bravo era bravo, non c’è nulla da dire, ma possessivo da fare schifo, e io dicevo a me stessa che non ero pronta a impegnarmi solo con un uomo.

Avrei scoperto in seguito che non era affatto questione di età ma di confini. Non li tolleravo e non li tollero tuttora. Giro armata di mazza per demolirli, a costo di prendere la scossa, perfino quando attorno ho chilometri di ferro spinato con l’elettricità tipica dei lager. Recinti d’amore, come li chiamava mia madre, ché di quei recinti ne aveva costruiti tanti attorno ai figli. Per il nostro bene. Per il suo egoismo.

Vivere la propria vita sessuale udendo i consigli di una madre sessuofoba, piena di fobie, con un odio profondo per il proprio corpo, non è esattamente una bella cosa. Non era lecito parlare di baci con la lingua, figuriamoci di penetrazioni, cunnilingua e pompini. Avevo la faccia mascherata con un trucco pesante, e già mi esercitavo a saltare oltre le barricate, con dei dispetti idioti, se volete, ma esercitavo a modo mio la libertà di scegliere quello che mi piaceva e quello che invece no.

Mi sono fatta masturbare dentro un cesso, a scuola, da un supplente giovane e neppure tanto carino. Avevo 17 anni e lui mi guardava come fossi una dea. Non aveva mai visto, forse, una ragazza bagnarsi dopo un morso al collo e con la lingua a eccitare il lobo dell’orecchio. Nessuno mi ha mai chiamata troia. Questo lo devo pur dire, perché leggo racconti di donne altrettanto disinibite e consapevoli della propria sessualità che finiscono nel mirino di altre o altri deboli di stomaco o di fica e cazzo insieme, chi lo sa.

Ho trovato un contesto accogliente, devo dire, a parte quello che in casa mi offriva solo due alternative: la clausura o il matrimonio. Ho 39 anni e non sono sposata con nessun uomo, sulla croce o giù per terra. Continuo a fare sperimentazioni ma so bene che a non piacermi è la monogamia. La gelosia, il possesso, tutte quelle cose che vengono legittimate da una cultura sessista, da ambo le parti, perché a parlare bene di gelosia sono donne e uomini indifferentemente.

Il mio sesso migliore l’ho fatto con tre uomini che hanno condiviso con me la voglia di scoparci, tutti insieme, loro superando tabù omofobi e io a eccitarmi del coinvolgimento in quella loro scoperta. Nessuna violenza, per carità. Solo piacere, risate, disponibilità reciproca all’ascolto. L’immagine tipicamente sessista che si dà a rapporti del genere è quella che vede la donna bucherellata qua e là. Può anche succedere, se a lei piace, voglio dire, ché non giudico affatto chi ama farlo in quella maniera, ma a me è successo qualcosa di diverso. Le penetrazioni, i rapporti orali, hanno coinvolto tutti con tutti. Insieme, senza limite alcuno.

L’ho fatto anche con donne ma, per quanto mi piaccia sul momento, non provo lo stesso desiderio. Nessun problema a essere coinvolta in relazioni a tre con altre donne e uomini, insieme, ma i corpi, i modi di fare, degli uomini mi eccitano di più. Mi eccita la loro maniera di ricercare se stessi senza perdersi pur rompendo stereotipi. Mi piace quando smettono di restare al riparo, in sicurezza, e accettano di esplorare nuove parentesi relazionali. Mi eccita il loro sforzo, lo sguardo disorientato, mi sento come una nave scuola e amo condurli oltre quel che rappresenta il loro immaginario.

Mi sento in qualche modo alla pari, perché quell’immaginario è appartenuto a tante donne che conosco e non ne ho viste altrettante in grado di superare pregiudizi per spingersi oltre. Le ho trovate più conservatrici, senza generalizzare. Perciò la mia sessualità non ha giovato di quegli scambi tra signore inclini a cullarsi in un sapere antico. Bello, se volete, ma che a me non piace. Ma se c’è un uomo dubbioso che poi vedo eccitarsi di fronte a quel che intende nuovo, e così smettere di vergognarsi di desideri socialmente non convenzionali, allora sento di godere appieno, corpo e mente, tutta quanta, con ogni mia misura di carne e pelle.

Io ho provato a parlarne ma a volte ho trovato chi mi ha semplicemente dato dell’esibizionista. Non zoccola, e questo è bene, ma esibizionista viene detto a quelle che vengono targate come specie conformista dell’anticonformismo. Una che prova a fare la tipa alternativa a forza, insomma. Maliziosamente ho chiesto a chi ha usato quel termine di partecipare, così da confermare la propria ipotesi o smentirla. Hanno detto no, e se non vuoi constatare allora dovrai credermi per fede.

Quello che vivo non è esattamente poliamore, o altre definizioni di questo tipo. Ho amato molti uomini e nessuno, ma questo non vuol dire che io non sia in grado di amare. Non capisco l’amore esclusivo ma non lo chiuderei neppure con un numero di tre o quattro o cinque. Non ho una definizione, dunque, e allora continuo a vivere la mia vita condividendo le mie passioni con persone che partecipano volentieri o con persone amiche con le quali non andrei mai a letto, perché una come me sceglie. Non tutti gli uomini sono per me desiderabili, e questo deve essere ben chiaro.

L’ultima cosa e poi finisco: non ho mai subito violenza, a parte che quella psicologica in famiglia e qualcosa nell’adolescenza. Non sono poi mai stata stalkerizzata, trattata male, forse perché gli uomini che ho frequentato non hanno quell’idea di amore e sessualità esclusiva. Allora di una cosa sono assolutamente certa: la violenza che una donna può subire deriva da una cultura che non ammette alcuna contraddizione, complessità, libertà e soggettività. Possibile che la ricetta per non essere violentate sia proprio il fatto di mettere in discussione un certo tipo di relazione?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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