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Sono bellissima e non mi importa del mio peso

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L’adolescenza trascorsa a cercare di tenere il fiato corto perché respirare troppo faceva vedere la mia pancia. Al finire del Liceo mi sono detta che forse avrei dovuto usare una pancera. Mia madre diceva che lei l’aveva usata dopo il parto e la pancia le era tornata piatta. Però di quelle magiche virtù dell’indumento strizza addome non ho goduto neanche un po’. Al massimo dovevo stare sempre in piedi perché se mi sedevo la pancera si arrotolava e si vedeva un addome a strati. Schiacciato sotto e rigonfio sopra. Allora misi da parte la pancera e cominciai a fare nuoto.

Mi è sempre piaciuto galleggiare perché mi sento così leggera, così a mio agio. Nuotavo a giorni alterni in una piscina comunale. La mia avventura continuò fintanto che non ebbi l’età per andare all’università. Lì fu difficile ritagliarmi un po’ di tempo per me e allora riacquistai di nuovo peso e con il peso crebbe l’ossessione per il cibo e tutto quel che ne consegue. Una vita rovinata dalla compulsione e dal non piacermi. Mi dissero che se anche un solo uomo avesse posato gli occhi su di me avrei dovuto ritenermi soddisfatta. Feci di più. Cominciai a smettere di coprirmi. Usavo gonne corte, pantaloni stretti, maglie che lasciavano vedere la mia pancia, e mi guardavo bene dal fregarmene di commenti maligni e smorfie dei presenti. Le donne che mi si avvicinavano erano quelle che temevano la competizione. Insicure forse più di me. Con altre forme di disturbi alimentari. Con me stavano tranquille, andavano sul sicuro. I loro fidanzati non mi avrebbero sfiorata con un dito. Al massimo avrei potuto raccattare un complimento da un vecchio bavoso o da un arrapato che di “vera” bellezza non capiva un cazzo.

Mi sono messa in ghingheri, un capodanno, riunita con gli amici e queste amiche senza lode, e mentre tutti quanti festeggiavano io provai a distendermi su una superficie piatta, per riprendere fiato. Così arrivò un tale che avevo conosciuto qualche momento prima. Si distese con me e mi prese la mano. Non ero così avvezza ai complimenti o alle avance. Non c’ero abituata e non distinguevo un interesse sincero da un semplice approccio di altro tipo. Il tale guidò la mia mano a masturbargli il cazzo. Era il suo personale sega/time e qualunque mano andava bene. Poi disse che dovevo prenderglielo in bocca e fu la prima volta che conobbi il sapore di un pene eiaculante. Non disse grazie. Non disse proprio niente. Si rivestì e se ne andò. Mi venne in mente allora che non poteva finire così e gli andai dietro. Ticchettai col dito sulla spalla e dissi che mi doveva qualcosa. Lui chiese “quanto?” e io dissi “facciamo 30”. Si lamentò del fatto che per 30 euro avrei dovuto almeno farmi penetrare avanti e dietro. Gli dissi che se non mi pagava avrei detto alla sua fidanzata del nostro piccolo momento di svago. Così iniziò la mia attività lavorativa, perché se chiedi una prestazione tu devi pagare. Non puoi andartene come se niente fosse.

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Con quei soldi in mano decisi di comprare qualcosa di bello per me. Un paio di orecchini. Li indosso ancora. Mi ripagai di quella fatica fatta per procurare piacere a un uomo. Poi fu il deserto, almeno per qualche altro anno. A fine studi universitari fui assunta in una azienda come tuttofare. Conoscevo molte cose e una lingua straniera, però facevo un po’ di tutto, per uno stipendio mensile di 800 euro. Volevo vivere da sola, pagare un affitto, permettermi qualche bella cosa. Un abito decente, una pizza, un cinema, un abbonamento a teatro, qualche viaggio. Lussi che pur lavorando non potevo mantenermi. Così decisi di arrotondare offrendo quello che avevo dimostrato di saper fare. Presi a cercare clienti decisamente in difficoltà. Li incontravo in un piccolo bar in centro, contrattavo sul prezzo, poi chiedevo di cosa avessero bisogno e loro mi parlavano di desideri e sogni. Troppo sicuri non andavano bene. Troppo vecchi neppure. Ero decisa a dar soccorso ad anime in pena, a uomini con qualche disagio. Sfigati, per lo più.

Mi resi conto che la mia visione d’insieme della storia era parecchio stereotipata. Pensavo di non poter pretendere di essere pagata da uomini diversi. Da me, invece, arrivavano uomini che sfigati non potevano dirsi. Non erano esclusi dalla società. Non erano affatto poveri derelitti che dovevano pagare per un po’ di sesso. Dovetti misurarmi con persone che sapevano quel che volevano e pagavano per averlo. La mia specialità era il servizio dato da una donna in carne. La pancia non dava fastidio, anzi. Non infastidiva il seno abbondante e le mie cosce con la cellulite. Mi volevano toccare. Affondavano le mani sulla carne. Avevano voglia di sentir fluire il sangue e di vedere quanto e come mi eccitavo. Bagnarmi a pagamento era il mio obiettivo più lontano. Non pensavo che a loro importasse. Ma gli importava. Se non ti bagni non piace neanche a me, mi disse un tizio, sposato, cinquantenne, con tre figli da mantenere e una moglie che non gli piaceva più.

Ho fatto quel lavoro per tre anni, fintanto che potei permettermi di farne a meno. E non smisi perché non mi piaceva ma solo perché avevo voglia di fare qualcos’altro. Con la mia laurea e le mie competenze riuscii a superare un colloquio e ad andarmene dalla mia città. Il mio lavoro si sarebbe svolto altrove e avrei potuto scegliere molto più di quanto non potessi farlo nell’ufficio precedente. Amo il mio lavoro e amo quella parte della mia vita che mi è servita per acquistare sicurezza. Mi voglio bene, mi piaccio, mi trovo desiderabile e così riesco a sedurre uomini che pensavo fossero irraggiungibili. Io posso scegliere quelli con cui andrò a letto e per ora scelgo di stare con un uomo che sa tutto di me e proprio perché sa mi ama e mi trova meravigliosa.

È un uomo eccitante, adorabile, ironico, intelligente. Ha anche lui i suoi difetti ma chi non ne ha. Così non dico che tutte le donne con la pancia dovranno fare il mio percorso per amare se stesse, ma dico solo che il mondo è bello e vario e di persone, gusti, preferenze sessuali, ce ne sono tanti. Quando si dice che voi per prime dovete amarvi perché gli altri vi amino nel mio caso è assolutamente vero. Sono consapevole di quel che sessualmente posso dare e di quello che voglio ricevere. Sono consapevole di affascinare e attrarre persone che si fondono con me chimicamente. Quando mi spalmo di creme, mi vesto ed esco mi sento bellissima. Ed è questa la mia storia, positiva, che voglio regalare a chi si pone problemi per il proprio aspetto. A me è andata così. A voi auguro che vada anche meglio.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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