Stare in compagnia senza logica da clan

Ora che sono grande mi ritrovo a volte a pensare con nostalgia al tempo in cui tutti i parenti erano in casa mia, in festa, con quelle enormi tavolate di fratelli, figli, cognati, nuore, generi, nipoti, divise in due parti. Il tavolo grande era per i grandi e quello piccolo era per i piccoli. Quando ottenni un posto al tavolo dei grandi io mi sentii parecchio lusingata e quel passaggio attraversò un’epoca precisa. I miei parenti emigravano, si allontanavano, le generazioni successive, quelle delle persone come me, non mantennero in vita appuntamenti e tradizioni, intenti a fare l’università, a ricrearsi clima festosi con persone estranee. Così mi trovo ad avere nostalgia di un tempo che dovrò, per mia e vostra sfiga, rivedere in dettaglio. Troppa santità. Troppo ammore, di quello che ti soffoca e invade ogni cellula del tuo corpo. Ché è anche bello in un certo senso, ma vale per il lunedì di pasqua, forse ferragosto, ma quelle come me si vergognavano di stare assieme alla famiglia con la pasta al forno da mangiare al mare. Noi adesso ci portiamo appresso a malapena l’acqua da bere e se restiamo troppo al sole anche un po’ di frutta.

Siamo solitari per alcuni versi e per altri invece andiamo in branco. Tra amici, in gita, al mare, con altre persone come noi che non portano al mare la pasta al forno e non si presentano con i bambini con il moccio al naso e con il pannolino pieno di cacca che abbandonano in spiaggia senza alcun ritegno. Sarò snob ma con bambini siamo andati anche noi al mare e non ci siamo trovati mai in quelle situazioni. Signora mia, curtigghio mode/on, dovrebbero averci un po’ più di tatto. Ma nostalgia vuol forse dire che ci sentiamo soli? Io ancora oggi tento di evitare raduni di famiglia numerosa, perché è sempre un po’ come stare sotto esame. Come stai, che fai, che lavoro fai, come procede, e via di questo passo al punto che con un bel vaffanculo chiudi la discussione e dici che non hai alcuna voglia di farti vivisezionare.

Non c’è rumore, lo zio che ti passa il cibo che devi per forza ingurgitare, la tavola stra-imbandita, il frigo pieno di dolci che arriveranno all’ultimo e tu aspetti e speri che tutti facciano in fretta perché miravi a mangiare quelli e nulla più. Si sono perse alcune tradizioni, ma vale la pena spiegare perché stare in famiglia è diventato sempre più difficile. Punto primo: essere vegetariana è visto come un reato. Essere vegana ancora peggio. Se non sei né vegana e né vegetariana ti strafogheranno di carne in quantità. Braciole, costolette, cosce di pollo, carne rossa, arrustuta, cotolette fritte e polpette e devi assaggiare tutto altrimenti si offendono. Punto secondo: la scampagnata con gli amici è molto diversa da quella con la famiglia. Con gli amici collabori, ti diverti, c’è musica che ti piace, si parla di cose affini, di attitudini militanti, ti fai una canna e poi la passi agli altri, e tutto procede a meraviglia. Nessuno giudica nessuno. In casa devi fare quella contenuta, del tipo che ancora devi nasconderti se vuoi fumare una sigaretta. In certi ambienti conquisti la libertà di avvelenarti in pubblico dopo i quaranta. A quaranta anni io avevo smesso di fumare da un paio d’anni. Vedi un po’ che iella.

Punto terzo: la mangiata di gruppo è il momento in cui ti fanno la radiografia. Allora un giorno dico che il loro atteggiamento non è incoraggiante. Sai, cara zia, la cugina non viene mai perché soffre di disturbi alimentari e vive con terrore il vostro approccio al cibo. E anch’io, se permetti, ho la mia dose di preoccupazioni. Il nostro rapporto con il cibo è diventato più sofferto. Non siamo più in guerra e mangiare quattro salsicce in un solo tempo non ci fa affatto bene. Poi c’è chi non partecipa o partecipa male. Ricordo il cugino seduto sul divano. Eternamente seduto sul divano, e dire che io, piccina, fui quasi innamorata di lui. Una cotta enorme, mi ero presa. Lui sparì e cambiò città dicendo che rinnegava il nome di suo padre e io ho sempre pensato che forse era irriconoscente, o forse troppo grato a chi gli aveva fatto cogliere la sua natura. Sarà omosessuale, o forse il padre lo ha picchiato, o picchia la moglie, o chi lo sa. Per quali altre ragioni uno dovrebbe dire al padre che rinnega il suo nome?

Oh, quante sceneggiate mi sono persa negli ultimi anni per aver vissuto a distanza da tanti parenti. Un po’ mi mancano ma poi ci ripenso e dico che la liberazione ha un prezzo. Affrancarsi da un modello di dipendenza relazionale è complicato e nessuno ti regala niente. Quello che c’era di buono era questa convivialità che alcune persone recuperano in comunità con nuove forme di coabitazione sulla base di certe affinità politiche, economiche, ecologiche. Cerchie che hanno riprodotto in chiave hippie i pranzi natalizi, di capodanno, le scampagnate e i raduni, a fare carne arrosto, anzi, verdure arrosto, che alcuni di noi si sono persi per strada. Personalmente vivo in bilico tra il senso di colpa per non aver dato troppo spago alla famiglia e un senso di liberazione per essere riuscita a dire no. Quello che penso è che sarebbe grandioso fare vita di comunità per affinità, e non per questioni di sangue. Non serve restare collegati a un clan per vivere quel senso di appartenenza che ti fa stare bene, o anche no. Dipende.

Se si riuscisse a liberare la vita di gruppo, familiare o meno, da tutte quelle pressioni, gli stereotipi, la divisione dei ruoli, l’analfabetismo di chi non legge le espressioni se non per scorgerne debolezze da saccheggiare e trasformare in pettegolezzo. Deve esserci un modo e vorrei trovarlo. Voi che alternative avete? Dove esercitate vita di gruppo?

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