La depressione secondo D.F. Wallace

Tra le altre belle cose scritte da questo autore ce n’è una, che è pubblicata nella raccolta “Questa è l’acqua”, che parla della sua depressione ai tempi delle superiori e poi dell’università. Non aveva ancora scritto i suoi capolavori ma in questo racconto c’è già lo stile di chi non teme di entrare dentro le “cose brutte” narrandole con leggerezza e ironia. E’ la sua cifra e questo racconto è fantastico, perciò lo condivido con voi.

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Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta

(Tratto da “Questa è l’acqua” di David Foster Wallace – edito Einaudi – traduzione Giovanna Granato)

Prendo gli antidepressivi da, quanto sarà, un anno, e ritengo di avere i numeri per dire come sono. Sono straordinari, davvero, ma sono straordinari come sarebbe straordinario vivere, che so, su un altro pianeta caldo e comodo fornito di cibo e acqua fresca: sarebbe straordinario, ma non sarebbe la cara vecchia Terra. Ormai è quasi un anno che non sto sulla Terra, perché sulla Terra non me la cavavo
troppo bene. Diciamo che me la cavo un po’ meglio dove mi trovo adesso, sul pianeta Trillafon, con grande piacere, credo, di tutti gli interessati. A prescrivermi gli antidepressivi è stato un dottore molto simpatico che si chiama dottor Kablumbus in un ospedale dove mi hanno portato per pochissimo tempo dopo un incidente davvero ridicolo con certe apparecchiature elettriche dentro la vasca da bagno del quale non ho davvero voglia di dire granché. Sono dovuto andare in ospedale per le cure mediche in seguito a quello stupidissimo incidente, e due giorni dopo mi hanno trasferito a un altro piano dell’ospedale, un piano più alto, più bianco, dove c’erano il dottor Kablumbus e i suoi colleghi. Hanno discusso un bel po’ dell’eventualità di sottopormi alla TEC, che poi sarebbe l’abbreviazione di «Terapia Elettroconvulsivante», solo che la TEC a volte cancella pezzi di memoria – piccoli particolari trascurabili tipo come ti chiami, dove abiti, ecc. – ed è terrificante anche sotto certi altri aspetti, perciò noi – io e i miei genitori – abbiamo deciso di non farla. Una legge del New Hampshire, che poi sarebbe lo Stato dove vivo, stabilisce che la TEC non può essere praticata senza il consenso dei genitori. A me sembra una gran bella legge. Così il
dottor Kablumbus, che ha davvero a cuore unicamente il mio interesse, mi ha prescritto invece gli antidepressivi.

Se qualcuno vi racconta di aver fatto un viaggio, vi aspettate come minimo uno straccio di spiegazione sul perché è partito per quel viaggio. Alla luce di questo vi racconterò certe cose che spiegano come mai le cose sulla Terra per me non andavano troppo bene ormai da un pezzo. È stranissimo, ma tre anni fa, quand’ero all’ultimo anno delle superiori, ho cominciato a soffrire di quelle
che ora chiamerei allucinazioni. Ero convinto che un’enorme ferita, una ferita davvero enorme e profonda, mi si fosse aperta sulla faccia, sulla guancia vicino al naso… che la pelle si fosse spaccata come un frutto maturo, che uscisse il sangue, scuro e lucido, che si vedessero chiaramente le vene, i pezzetti di grasso facciale giallo e di muscolo grigio-rosso e perfino qualche sfolgorante bagliore d’osso, là dentro. Ogni volta che mi guardavo allo specchio, eccola lì, la ferita, e sentivo la contrazione del muscolo scoperto e il calore del sangue sulla guancia, di continuo. Ma se dicevo a un medico, a mamma o a qualcun altro: – Ehi, guarda questa ferita aperta che ho sulla faccia, dovrei andare in ospedale, – loro dicevano: – Aho, non hai nessuna ferita sulla faccia, sicuro che ci vedi bene? – Eppure ogni volta che mi guardavo allo specchio, eccola lì, e sentivo sempre il calore del sangue sulla guancia, e ogni volta che ci passavo sopra la mano le dita sprofondavano in quella che sembrava gelatina bollente con dentro ossa, tendini e cose varie. E sembrava sempre che la guardassero tutti.

Sembrava che mi squadrassero in modo buffo, e io pensavo: «Dio santo, hanno davvero il voltastomaco, la vedono, devo andare a nascondermi, levarmi di torno». Invece forse mi squadravano perché sembravo spaventatissimo e sofferente e mi tenevo la mano sulla faccia e barcollavo ovunque e di continuo come un ubriaco. All’epoca, però, sembrava proprio vera. Strano, strano, strano. Subito prima di diplomarmi – o forse un mese prima, forse – la faccenda si era messa davvero male, nel senso che quando toglievo la mano dalla faccia vedevo sulle dita il sangue, i pezzetti di tessuto e cose varie, e sentivo pure l’odore del sangue, come rame e metallo rovente arrugginito. Così una sera che i miei erano usciti ho preso ago e filo e ho cercato di cucirmi la ferita da solo. Ho sentito un male boia perché naturalmente non avevo una goccia di anestetico. È stato brutto anche perché ovviamente, adesso lo so, non c’era davvero nessuna ferita da cucire.

Mamma e papà non sono stati per niente contenti quando rientrando a casa mi
hanno trovato ricoperto di sangue vero e con una caterva di punti tutti storti e malfatti di filo arancione sgargiante bello spesso sulla faccia. Erano davvero sconvolti. E poi i punti erano troppo profondi – a quanto pare avevo affondato incredibilmente l’ago – e quando in ospedale hanno cercato di tirare via i
punti, sotto è rimasto impigliato un po’ di filo che dopo ha fatto infezione, così mi è toccato tornare in ospedale dove per togliere tutto, spurgare e ripulire hanno dovuto farmi una ferita vera. Quando si dice l’ironia della sorte. E poi mi sa che facendo i punti così profondi devo aver infilato l’ago dentro qualche nervo della guancia mettendolo fuori uso, e adesso certi pezzi di faccia mi si intorpidiscono
senza motivo, e la bocca pende un poco sul lato sinistro. So per certo che pende e che ho questa bella cicatrice, qui, perché non si tratta solo di guardarmi allo specchio, vederla e sentire che c’è; gli altri, anche se con estremo tatto, mi dicono che la vedono anche loro.

Fatto sta che secondo me quell’anno se ne sono accorti tutti che ero un soldatino pieno di problemi, me compreso. Dopo tante chiacchiere e consultazioni abbiamo deciso di comune accordo che forse era nel mio interesse rinviare l’ingresso alla Brown University del Rhode Island, dove sarei dovuto andare subito dopo, e frequentare invece un anno post-diploma in un’ottima, prestigiosa e costosissima scuola di specializzazione che si chiama Phillips Exeter Academy opportunamente situata nella mia cittadina. E così ho fatto. In apparenza è stato un periodo pieno di soddisfazioni, solo che ero ancora sulla Terra, e le cose andavano sempre meno bene per me sulla Terra in quel periodo, anche se la faccia era guarita e avevo più o meno smesso di avere l’allucinazione della ferita sanguinolenta, a parte alcuni flash davvero brevi in cui con la coda dell’occhio vedevo specchi e cose varie.
Però, sì, tutto sommato le cose andavano sempre peggio per me in quel periodo, anche se a scuola me la cavavo benissimo con il mio programmino post-diploma e tutti dicevano: – Per la miseria, sei davvero uno studente modello, dovresti andare dritto all’università, che aspetti? – A me era chiarissimo che non dovevo andare dritto all’università, ma non potevo mica dirlo a quelli dalla Exeter, perché i motivi per non andarci non c’entravano niente col far quadrare le equazioni a Chimica o interpretare le poesie di Keats a Letteratura. C’entravano col fatto che ero un soldatino pieno di problemi.

A questo punto non è che muoia dalla voglia di fornire un resoconto lungo e sanguinolento di tutte le belle nevrosi che all’incirca in quel periodo cominciarono a spuntarmi dentro al cervello, tipo foruncoli grigi e grinzosi, ma certe cose le dirò. Tanto per cominciare, vomitavo un casino, avevo sempre la nausea, specie la mattina appena sveglio. Ma poteva scattare in ogni momento, bastava solo che ci pensassi; se mi sentivo bene, di punto in bianco pensavo: «Ehi, non ho nemmeno un po’ di nausea». E scattava subito, manco avessi un grosso interruttore di plastica lungo il tubo che collega il cervello alla pancia e all’intestino deboli e infiammati, ed ecco che vomitavo nel piatto della cena o sul banco di scuola o sul sedile della macchina, o nel letto, o dove capitava. Era davvero paradossale per tutti gli altri, e profondamente sgradevole per me, come chiunque abbia avuto davvero problemi di stomaco capirà benissimo. La cosa è andata avanti un pezzo, e io sono dimagrito un casino, il che non era un bene
perché ero già magrissimo e senza un filo di forze. E poi ho dovuto fare un casino di accertamenti allo stomaco che contemplavano squisiti beveroni al bario, farsi appendere a testa in giù per le radiografie e via dicendo, e una volta mi hanno prelevato pure il midollo spinale, che è la cosa più dolorosa che abbia mai fatto in vita mia. Io coi prelievi di midollo ho chiuso per sempre.

Poi c’era quella faccenda di piangere senza motivo, che non era dolorosa ma era molto imbarazzante e anche abbastanza spaventosa perché non riuscivo a controllarla. Succedeva che mi mettevo a piangere senza motivo, dopodiché mi prendeva come la paura di mettermi a piangere o che una volta cominciato a piangere non sarei più riuscito a smettere, e quello stato di paura aveva la gentilezza di azionare un altro interruttore bianco lungo il tubo tra il cervello foruncoloso e gli occhi infiammati, e giù a piangere ancora peggio, come quando spingi uno skate-board senza mai fermarti. Era molto imbarazzante a scuola, e incredibilmente imbarazzante in famiglia, perché i miei pensavano che fosse
colpa loro, che avessero fatto qualcosa di male. Sarebbe stato incredibilmente imbarazzante anche con gli amici, solo che all’epoca in realtà non avevo tutti questi amici. Che era un vantaggio, più o meno. Ma c’erano anche tutti gli altri.

Adottavo tutta una serie di trucchetti per il «problema del pianto». Quand’ero in mezzo agli altri e gli occhi diventavano tutti infiammati e pieni di acqua salata rovente fingevo di starnutire, o ancora più spesso di sbadigliare, essendo due cose che giustificano le lacrime agli occhi. A scuola dovevano pensare che fossi il più grande morto di sonno del mondo. Peccato che sbadigliare non giustifica per davvero il fatto che le lacrime scorrano lungo le guance piovendo in grembo o sul banco o facendo delle grinze bagnate come tante stelline sui fogli dei compiti in classe e roba varia, e poi sono pochi quelli che hanno gli occhi superrossi per aver soltanto sbadigliato. Perciò quei trucchetti non dovevano funzionare benissimo. È strano ma anche ora, qui sul pianeta Trillafon, ripensando a tutto questo sento scattare l’interruttore e sento gli occhi riempirsi più o meno di lacrime, la gola bruciare. Brutta storia. C’era anche il fatto che all’epoca non sopportavo il silenzio, non lo sopportavo davvero. Questo perché quando non c’erano rumori esterni i peletti dei miei timpani o che so io producevano un rumore tutto loro, per tenersi in allenamento o cose simili. Era come un ronzio forte, scintillante, metallico, sfavillante che chissà perché mi metteva davvero una fifa blu e mi faceva quasi impazzire quando lo sentivo, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate ti fa quasi impazzire quando la senti. Avevo cominciato a cercare il rumore più o meno come una falena cerca la luce. Dormivo con la radio accesa, guardavo una quantità incredibile di televisione a tutto volume, tenevo il fidato Walkman della Sony sempre acceso a scuola e ogni volta che giravo a piedi o in bici (quel Walkman della Sony è stato di gran lunga il miglior regalo di Natale che abbia mai ricevuto).

Certe volte parlavo perfino da solo quando non avevo altri rumori a disposizione, il che doveva sembrare una bella mattana a chi mi sentiva, e immagino che fossi davvero matto fradicio, ma non come immaginavano loro. Non è che pensassi di essere due persone che possono avere un dialogo, o che sentissi le voci da Venere o cose simili. Sapevo di essere un’unica persona, ma quella persona unica era un soldatino pieno di problemi che non sopportava né la sostanza né le implicazioni del rumore prodotto dall’interno della sua testa. Fatto sta che tutta questa roba così piacevole andava avanti mentre me la cavavo bene e rendevo i miei genitori, peraltro preoccupatissimi e niente affatto contenti, felici dal punto di vista scolastico durante tutto l’anno e l’estate successiva, quando lavoravo per il Building and Ground Department di Exeter potando cespugli, piangendo e vomitando senza farmi notare, e nel frattempo preparavo i bagagli e ricevevo miliardi di dollari in vestiti e apparecchiature elettriche dai miei nonni, pronto a
partire per la Brown Univeristy del Rhode Island a settembre.

Mr Film, che era più o meno il mio capo alla «B and G» mi faceva continuamente un indovinello che lui trovava spassosissimo. Diceva: – Di che colore è il mal di pancia? – E vedendo che non rispondevo, diceva: – Brown1! ah, ah, ah! – Lui
rideva, io sorridevo, anche dopo la quattrocentomilionesima volta, perché Mr Film nel complesso era un tipo simpatico, e non si era nemmeno arrabbiato la volta che avevo vomitato nel suo furgone. Gli avevo raccontato che mi ero fatto la cicatrice tagliandomi con un coltello alle superiori, che poi in fondo era vero. Così in autunno vado alla Brown University, che si è rivelata del tutto simile alla «P.G.» di Exeter: doveva essere tanto dura ma in realtà non lo era, perciò avevo tutto il tempo per ottenere buoni risultati e sentirmi dire: «Magnifico» continuando allo stesso tempo a essere nevrotico e strano come pochi, tanto che il mio compagno di stanza, un tipo molto simpatico dell’Illinois che scoppiava di salute, aveva comprensibilmente chiesto una singola e qualche settimana dopo se n’era andato lasciandomi una singola enorme tutta per me. Così nella mia stanza sono rimasti soltanto il povero sottoscritto e nove miliardi di dollari circa in rumorosissimo materiale elettronico.

È stato subito dopo il trasferimento del mio compagno di stanza che è cominciata la Cosa Brutta. La Cosa Brutta è più o meno il motivo per cui non sono più sulla Terra. Il dottor Kablumbus mi ha raccontato, dopo che io gli ho raccontato come meglio potevo della cosa Brutta, che la Cosa Brutta è una «grave depressione
clinica». Sono sicuro che un dottore della Brown mi avrebbe detto più o meno la stessa cosa, ma non ho consultato nessun dottore alla Brown, soprattutto perché avevo paura che se avessi aperto bocca in quel contesto sarebbe venuta fuori roba che mi avrebbe fatto finire dritto in un posto come quello dov’ero finito dopo quella stupida, ridicola faccenda del bagno. Non so davvero se la Cosa Brutta sia davvero depressione. Prima avevo sempre pensato che la depressione fosse come una tristezza davvero profonda, tipo quella che ti prende quando muore il tuo
bravo cagnolino, o quando in Bambi uccidono la madre di Bambi. Pensavo che t’imbronciassi un po’ e magari se eri una femmina versavi qualche lacrimuccia dicendo: – Per la miseria, sono davvero depressa, – ma poi vengono gli amici, se ce li hai, a tirarti su il morale e a rimetterti in sesto e poi al mattino – come un colore sbiadito e dopo un paio di giorni chi se lo ricorda più. La Cosa Brutta – e mi sa che la depressione è questo e nient’altro – è molto diversa, e indescrivibilmente peggio. Mi sa che dovrei dire più o meno indescrivibilmente, perché nell’ultimo paio d’anni ho sentito le persone più disparate cercare di descrivere la «vera» depressione. Uno della televisione con lo scilinguagnolo ha
detto che secondo certi è come sott’acqua, sotto una massa d’acqua che non ha superficie, almeno per te, che qualunque direzione prendi trovi soltanto altra acqua, niente aria fresca né libertà di movimento, solo restrizioni e soffocamento, e niente luce.

(Non so quanto sia azzeccato dire che è come essere sott’acqua, ma provate a immaginare il momento in cui vi rendete conto, in cui improvvisamente capite
che per voi non c’è superficie, che potete nuotare finché vi pare tanto lì dentro ci affogate; immaginate come vi sentireste in quel preciso istante, come Cartesio all’inizio della sua seconda cosa, poi immaginate quella sensazione in tutta la sua piacevolissima intensità soffocante protrarsi per ore, giorni, mesi… forse questo è più azzeccato). Una poetessa davvero meravigliosa di nome Sylvia Plath, che purtroppo non è più in vita, diceva che è come stare sotto una campana di vetro a cui hanno risucchiato tutta l’aria, e tu non puoi respirare nemmeno un briciolo di aria fresca (e immaginate il momento in cui i vostri movimenti sono invisibilmente impediti dal vetro e voi capite di essere sotto vetro…) Certi dicono che è come avere sempre davanti e sotto un enorme buco nero senza fondo, un buco nero, nerissimo, con dentro qualche spunzone, magari, e tu fai parte di quel buco, e cadi anche quando rimani dove sei (… magari quando capisci che il buco sei tu, e nient’altro…)

Io non ho uno scilinguagnolo incredibile, ma voglio raccontarvi com’è secondo me la Cosa Brutta. Per me è come una nausea completa, totale, assoluta. Cercherò di spiegarmi meglio. Immaginate di avere una nausea davvero tremenda che parte dallo stomaco. Quasi tutti hanno avuto una nausea davvero tremenda, perciò tutti sanno come ci si sente: è tutt’altro che divertente. OK. OK. Ma quella è una sensazione circoscritta: si accentra grossomodo intorno allo stomaco. Immaginate che tutto il corpo abbia la nausea: i piedi, i grossi muscoli delle gambe, le clavicole, la testa, i capelli, ogni cosa, tutto nauseato come uno stomaco in subbuglio. Poi, se ci riuscite, vi pregherei di immaginare la stessa sensazione ancora più diffusa e totale. Immaginate che ogni cellula del vostro corpo, ogni singola cellula del vostro corpo stia male come quello stomaco nauseato. E non solo le cellule, ma anche gli e.coli e i lactobacilli, i mitocondri, i corpi basali, tutti con la nausea a ribollire infiammati come larve nel collo, nel cervello, ovunque, dappertutto, in ogni cosa. E tutti con una nausea da morire. Ora immaginate che ogni singolo atomo di ogni singola cellula del corpo abbia quella stessa nausea, una nausea insopportabile. E ogni protone e neutrone di ogni atomo… gonfio e pulsante, malaticcio, nauseato, senza speranza di vomitare per liberarsi da quella sensazione. Ogni elettrone ha la nausea, perde l’equilibrio e sbarella negli orbitali da luna park inondati da un turbinio screziato di gas velenosi gialli e viola, tutto stordito e sbarellante. Quark e neutrini fuori di testa che schizzano nauseati
dappertutto, impazziti. Immaginate questo, immaginate una nausea diffusa capillarmente in ogni vostro minimo frammento, perfino nei frammenti dei frammenti. Di modo che la vostra essenza, la vostra… quintessenza è caratterizzata unicamente dalla nausea; voi e la nausea siete, come si dice, «una cosa sola».

Ecco pressappoco cos’è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale. E siccome l’unica conoscenza che si ha del mondo intero passa attraverso le varie parti del corpo – tipo gli organi sensoriali, la mente, ecc. – e siccome queste parti hanno una nausea da morire, il mondo intero che voi
percepite, conoscete e abitate vi arriva filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto. E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come l’aria esce da un pallone rotto. Di questo mondo conoscete solo mefitiche puzze di marcio, visioni tristi e paradossali dai lividi colori pastello, suoni aspri o di una tristezza mortale, situazioni insopportabili e indefinite disposte in un continuum senza
fine… Idee incredibilmente stupide, disastrose. E succede proprio come quando ti viene la nausea e sotto sotto hai paura che non passerà mai: la Cosa Brutta ti spaventa allo stesso modo, solo peggio, perché la paura stessa è filtrata dalla brutta malattia e diventa più grande, peggiore e famelica di quando è cominciata. Ti squarcia, si insinua e ti si agita dentro. Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa
Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.

Non è facile capirlo, ma è davvero così. Immaginate una malattia davvero dolorosa che, per dire, colpisca le gambe e la gola provocando dolori davvero fortissimi, paralisi e sofferenza di tutte le zone circostanti. Come se non fosse già abbastanza brutta di per sé, questa malattia è anche indefinita; non riuscite a fare niente per contrastarla. Le gambe sono paralizzate e fanno malissimo… ma non riuscite a correre a cercare aiuto per quelle povere gambe, perché quelle gambe vi fanno troppo male per permettervi di correre. La gola vi brucia da morire
manco stesse per esplodere… ma non riuscite a chiamare un dottore o a chiedere aiuto, perché la gola vi fa troppo male per riuscirci. È così che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi. Il modo per combattere o sfuggire la Cosa Brutta sta chiaramente nel pensare in modo diverso, nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire e elaborare le cose. Ma vi serve la mente per farlo, vi servono le cellule cerebrali e i loro bravi atomi, le facoltà mentali e compagnia bella, vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare troppo perché funzioni a dovere. Ha fatto ammalare proprio quello. Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire. E voi cominciate a pensare a questa situazione veramente atroce e vi dite: – Mannaggia, come cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo? – Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse, e poi tutt’a un tratto avete come un’intuizione… la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient’altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d’altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi «definisce», specie dopo che è passato qualche tempo.

Vi rendete conto di tutto questo. Ed è allora, mi sa, che se avete lo scilinguagnolo vi rendete conto che l’acqua non ha superficie, oppure sbattete il muso contro il vetro della campana rendendovi conto di essere in trappola, oppure guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete. Facciamo tante storie quando chi ha una «grave depressione» si suicida; diciamo: – Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino! – Errore. Perché,
vedete, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando scolano interi armadietti di medicine, schiacciano un pisolino in garage o che so io, si sono già uccisi da un pezzo. Quando «si suicidano» si dimostrano semplicemente coerenti. Danno semplicemente forma esteriore a un fatto la cui sostanza in loro esiste già da molto tempo. Una volta che ti rendi conto di quello che sta succedendo, il fatto dell’autodistruzione esiste sotto tutti gli aspetti pratici. Rimane ben poco da fare in una situazione simile, a parte «formalizzarla», altrimenti, se non è quello che volete, c’è sempre la TEC o un viaggio che dalla Terra vi porta su altro pianeta. Ma ho detto più di quanto volevo sulla Cosa Brutta.

Ancora adesso, se ci penso un pochino su, diventando introspettivo, la sento tendere la mano verso di me, cercare di incasinarmi gli elettroni. Ma io non sono più sulla Terra. Sono riuscito a finire il primo semestre alla Brown University, rimediando pure un premio come studente modello al corso introduttivo di Economia, duecento dollari, che ho subito speso in marijuana, perché fumare marijuana tiene a bada la nausea e non ti fa vomitare. È vero: la danno ai malati di cancro che fanno la chemioterapia, certe volte. Io avevo cominciato a fumarne tantissima durante l’anno di specializzazione alla «P.G.» per non vomitare, e aveva funzionato un casino di volte. Alla nausea dei miei atomi faceva il solletico, però. La Cosa Brutta si faceva certe risate. Ero un soldatino strapieno di problemi alla fine del semestre. Rimpiangevo i giorni felici in cui mi sanguinava la faccia.
A dicembre io e la Cosa Brutta montiamo su un autobus per andare a trascorrere le vacanze natalizie nel New Hampshire. Era tutto molto allegro. Peccato che uscendo da Providence, Rhode Island, l’autista non ha guardato bene prima di svoltare a sinistra e un pickup che veniva da sinistra si è schiantato contro l’autobus, ha sfondato la fiancata anteriore sinistra e ha sbalzato l’autista dal posto di guida spedendolo dove c’erano le scale per salire e scendere dall’autobus, e quello si è rotto il braccio e secondo me pure la gamba e si è fatto un gran brutto taglio alla testa. Così ci è toccato fermarci, aspettare l’ambulanza per l’autista e un altro autobus per noi. L’autista era incredibilmente sconvolto. Era sicuro che ci avrebbe rimesso il posto, perché s’era incasinato con quella svolta a sinistra e aveva provocato l’incidente, e anche perché non aveva la cintura di sicurezza – prova ne sia che era stato sbalzato dal posto di guida finendo sulle scale, cosa che avevano visto tutti e che tutti avrebbero detto di aver visto – che è contro la legge più o meno in tutti gli Stati dell’Unione se sei un autista di autobus.

Per poco non si metteva a piangere, e io pure, perché diceva di avere una settantina di figli e che quel lavoro gli serviva davvero, mentre ora l’avrebbero licenziato. Un paio di passeggeri avevano cercato di rasserenarlo e di farlo stare buono, senza nemmeno avvicinarsi, comprensibilmente, al sottoscritto. Eravamo solo io e la Cosa Brutta. Alla fine l’autista dell’autobus è più o meno svenuto per via delle ossa rotte e del taglio, l’ambulanza è arrivata e gli hanno messo addosso una coperta color ruggine. Dal tramonto è spuntato un altro autobus e anche una specie di dirigente degli autobus, che si è davvero arrabbiato quando alcuni dei passeggeri incredibilmente solerti gli hanno raccontato com’era andata. Sapevo che l’autista probabilmente avrebbe perso il posto, proprio come temeva. Mi dispiaceva in modo incredibile per lui, e naturalmente la Cosa Brutta è stata così gentile da filtrare quella tristezza e da peggiorarla un casino. Era strano e irrazionale ma tutt’a un tratto ho sentito fortissimamente che l’autista ero davvero io. Mi sentivo davvero così. Perciò mi sentivo come doveva sentirsi lui, ed era orribile. Non solo mi dispiaceva per lui, mi dispiaceva come a lui, o cose simili. Tutto grazie alla Cosa Brutta. A un tratto dovevo andare da qualche parte, davvero in fretta, così sono andato dove c’era la barella dell’autista sull’ambulanza aperta e sono entrato a dargli un’occhiata, lì. Aveva un cartellino di identificazione della compagnia dei trasporti con la sua foto, ma si vedeva davvero poco perché era coperto dalla striscia del sangue che gli colava dalla testa. Ho preso il centinaio di dollari che avevo e una bustina di marijuana «sensimilla» e li ho infilati sotto la coperta color ruggine per aiutarlo a sfamare tutti quei figli e a combattere nausea e vomito, poi me ne sono riandato davvero in fretta, ho preso le mie cose e sono salito sull’altro autobus. È stato solo dopo, quanto sarà, una mezz’ora, in notturna, in autostrada, che mi sono reso conto che trovando quella marijuana vicino all’autista avrebbero pensato che magari ce l’aveva fin dall’inizio e l’avrebbero licenziato davvero, e magari spedito pure in prigione. Era come averlo incastrato, ucciso, solo che lui era anche me, ho pensato, e questo confondeva davvero le acque. Era come se avessi ucciso simbolicamente me stesso, perché sentivo che in un senso profondo lui era me.

Credo di non essermi mai sentito male come in quel momento, prelievo di midollo a parte, ed era completamente diverso. Il dottor Kablumbus dice che succede così quando la Cosa Brutta mi prende davvero per le palle. Parole testuali. Mi dispiace davvero per quello che ho fatto e per quello che la Cosa Brutta ha fatto all’autista dell’autobus. Intendevo davvero sinceramente soltanto aiutarlo, come se lui fosse me. E l’ho come ammazzato, invece. Sono arrivato a casa e i miei hanno detto: – Ehi, ciao, ti vogliamo bene, complimenti, – e io ho detto: – Ciao, ciao, grazie, grazie –. Non ero esattamente nello «spirito vacanziero», devo confessare, per via della Cosa Brutta, e per via dell’autista dell’autobus, e per via del fatto che eravamo tutti e tre la stessa cosa sotto gli aspetti che contavano. La cosa estremamente ridicola è successa la vigilia di Natale. È stata stupidissima, ma credo anche quasi inevitabile visto tutto quello che succedeva all’epoca. Si potrebbe semplicemente dire che mi ero già più o meno ucciso dentro durante il semestre autunnale, e mi ero ucciso simbolicamente rispetto all’autista dell’autobus, e adesso da bravo soldatino dovevo «formalizzare» il tutto, renderlo chiaro, squadrato ed esteriore; dovevo piegare gli angoli e creare angoli d’ospedale. Mentre mamma, papà, le mie sorelle, nonna, nonnino, zio Michael e zia Sally erano di sotto a bere cocktail e ad ascoltare il disco bellissimo e mortalmente triste che parla di un bambino segnato e di tre re la notte di Natale, io mi sono svestito e sono entrato nella vasca piena d’acqua calda tirandomi appresso una cosa come tremila apparecchiature elettriche dentro la vasca. Peccato che a completare la perfetta idiozia dell’intero episodio c’era il fatto che nel mio stato confusionale non avessi oculatamente inserito la spina di quasi tutte le apparecchiature. Solo un paio erano davvero «vive», ma sono bastate a far saltare la corrente in tutta la casa, a fare un gran fracasso e a darmi una scossa niente male, tanto che hanno dovuto portarmi in ospedale per le cure fisiche.

Non so se dovrei dirlo, ma la scossa davvero peggiore se la sono beccata i miei organi riproduttivi. Mi sa che erano come in parte fuori dall’acqua, formando una specie di ponte elettrico tra l’acqua, il corpo e l’aria. Fatto sta che la scossa è stata dolorosissima e a quanto dicono le conseguenze si faranno sentire di più se mai deciderò di mettere su famiglia. Non che la cosa mi preoccupi più di tanto. La mia famiglia si è preoccupata per quello che è successo, però; erano a dir poco scontenti. Io ero come mezzo svenuto o addormentato, ma ricordo di aver sentito l’acqua come sfrigolare e loro che entravano dicendo: – Santo Iddio, ehi! – Ricordo che se la sono vista brutta perché il bagno era buio pesto, c’ero solo io a fare un po’ di luce. Hanno dovuto tirarmi fuori dalla vasca con grande cautela perché non volevano prendere la scossa anche loro. Li capisco benissimo. Dopo un paio di giorni d’ospedale è diventato chiaro che ragazzo e organi riproduttivi sarebbero sopravvissuti. Ho fatto il mio piccolo trasloco verticale su al Piano Bianco.

Riguardo al Piano Bianco – il Piano del Soldatino Pieno di Problemi – non ho davvero nessuna voglia di addentrarmi in una quantità gigantesca di particolari. Ma alcune cose le dirò. Il Piano Bianco era bianco, ovviamente, ma un bianco non di quelli accecanti, dannosi, come nel reparto ustionati. Era più un bianco delicato, quasi grigiognolo, molto tenue e lenitivo. Ora che ci penso, quasi tutto quello che c’era al Piano Bianco era delicato, sottotono e… dimesso, come se si sforzassero di non suscitare impressioni grandi o forti negli ospiti – in termini mentali o sensoriali – perché sapevano che ogni singola vera impressione sulle
persone che avevano bisogno di andare al Piano Bianco forse sarebbe stata una brutta impressione, una volta filtrata dalla Cosa Brutta. Il Piano Bianco aveva le pareti di un bianco delicato e la moquette di un marroncino delicato, e le finestre erano come opache e molto spesse. Tutti gli angoli acuminati di cose tipo cassettiere, comodini e porte erano smussati, scartavetrati e levigati, Perciò sembrava tutto un po’ strano. Che io sappia nessuno ha mai cercato di uccidersi con l’angolo acuminato di una porta, ma immagino che sia meglio essere pronti a ogni evenienza. Alla luce di questo, ne sono certo, si assicuravano che tutto quello che ti davano da mangiare fosse mangiabile senza forchetta né coltello. Il budino andava per la maggiore al Piano Bianco. Dovevo indossare una certa cosa durante la mia permanenza al Piano Bianco, ma non ero certo legato al letto, a differenza di certi miei colleghi. La cosa che dovevo indossare non era una camicia di forza o cose simili, ma era decisamente più stretta di una normale vestaglia, e avevo come la sensazione che l’avrebbero stretta ancora di più se fosse stato nel mio interesse. Quando qualcuno voleva fumare una sigaretta di tabacco, un’infermiera psichiatrica doveva accenderla, perché a nessun ospite del Piano Bianco era consentito avere fiammiferi. Ricordo anche che il Piano Bianco aveva un odore molto più buono del resto dell’ospedale, femminile e un po’ onirico, come l’etere.

Il dottor Kablumbus voleva sapere che succedeva, e io gliel’ho raccontato in sei minuti circa. Ero un po’ troppo stanco e a pezzi perché all’epoca la Cosa Brutta era super-brutta, ma avevo un discreto scilinguagnolo. Il dottor Kablumbus mi piaceva abbastanza, anche se succhiava di continuo certe caramelle davvero puzzolenti – lo aiutavano a smettere di fumare, a quanto pare – e dava un po’ sui
nervi perché cercava di parlare come un ragazzino – dicendo un mucchio di parolacce, ecc. – quando si vedeva benissimo che non era un ragazzino. Era molto comprensivo, però, ed era incredibilmente bello vedere un dottore che non voleva trafficare sempre con i miei organi riproduttivi. Dopo aver inquadrato la situazione, il dottor Kablumbus ha esposto le alternative prima a me, poi a me e ai miei genitori. Dopo che abbiamo scartato tutti la terapia con le convulsioni elettriche, il dottor Kablumbus si è preparato a farmi lasciare la Terra per mezzo degli antidepressivi. Prima di aggiungere qualcosa sul dottor Kablumbus o sul mio viaggetto, voglio raccontare brevissimamente l’incontro con una collega del Piano Bianco che purtroppo non è più in vita, non per colpa sua ma per colpa del suo ragazzo che si è messo al volante ubriaco uccidendola in un incidente d’auto. Incontrare e conoscere quella ragazza, che si chiama May, nel ricordo spicca ancora come più o meno l’ultima cosa bella che mi sia successa sulla Terra. Ho conosciuto May un giorno nella sala della TV per via del fatto che lei aveva la dolcevita al rovescio. Ricordo che davano Simpatiche canaglie e io ho visto, lì, il retro di una testa bionda appartenente a chissà quale sesso perché i capelli erano davvero corti e spettinati. E sotto quella testa c’erano la targhetta con la taglia e la composizione del tessuto e la cucitura bianca indice del fatto che una dolcevita è al rovescio. Così ho detto: – Scusa, lo sapevi che hai la dolcevita al rovescio? – E la persona, che era May, si è girata e ha detto: – Sì, lo sapevo –. Quando si è girata non ho potuto fare a meno di notare che purtroppo era molto carina. Non mi ero accorto che era una ragazza carina, altrimenti è quasi sicuro che avrei fatto scena muta. Ho sempre cercato di evitare di parlare con le ragazze carine, perché le ragazze carine hanno un effetto deleterio su di me nel senso che ogni parte del mio cervello si chiude fuorché la parte che dice cose di una stupidità incredibile e la parte consapevole che dico cose di una stupidità incredibile. Ma a quel punto ero ancora troppo stanco e a pezzi per preoccuparmi più di tanto, e mi stavo preparando a lasciare la Terra, così ho detto quello che pensavo, anche se May era carina in modo allarmante. Ho detto: – Perché la porti al rovescio? – riferendomi alla maglia. E May ha detto: – Perché non mi piace che l’etichetta mi graffi il collo –. Io, comprensibilmente, ho detto: – No, dico, perché non tagli l’etichetta? – Al che ricordo che May ha risposto: – Perché non riconoscerei il davanti della maglia. – Eh? – ho detto, facendo lo spiritoso. May ha detto: – Non ha tasche, scritte né altro. Il davanti è uguale e identico al didietro. Con la differenza che il didietro ha l’etichetta. Perciò non li distinguerei –. Così ho detto: – No, dico, se il davanti è uguale e identico al didietro, che differenza fa da che parte la indossi? –

A quel punto May mi ha guardato serissima per una cosa come undici anni, quindi ha detto: – Per me fa differenza –. Poi ha sfoderato un grosso sorriso di una bellezza mortale e mi ha chiesto con estremo tatto come mi fossi fatto quella cicatrice. Io le ho detto che avevo una fastidiosa etichetta che mi spuntava dalla guancia… Così più o meno per caso io e May siamo diventati amici, e abbiamo parlato un po’. Lei voleva guadagnarsi da vivere scrivendo storie inventate. Io ho detto che non sapevo fosse possibile. Il suo fidanzato l’ha uccisa con quella sua macchina ubriaca appena dieci giorni fa. Ieri ho cercato di telefonare ai genitori di May solo per dire che mi dispiaceva incredibilmente, ma la segreteria mi ha
informato che il signore e la signora Aculpa erano fuori città per un periodo imprecisato. Li capisco, perché sono «fuori città» anch’io. Il dottor Kablumbus sapeva un casino di cose sulla psicofarmaceutica. Ha detto a me e ai miei genitori che in linea di massima ci sono due tipi di antidepressivi: quelli triciclici e gli inibitori M.A.O. (non ricordo cosa significano esattamente le iniziali, ma qualche idea sull’argomento ce l’avrei). A quanto pare funzionano bene tutti e due, ma il signor Kablumbus ha detto che con gli inibitori M.A.O. non puoi mangiare e bere certe cose, come la birra, e certi tipi di salsiccia. Mia madre aveva paura che me lo dimenticassi e mi ritrovassi magari a mangiare e bere alcune di quelle cose, così ci siamo consultati e abbiamo deciso per i triciclici. Secondo il dottor Kablumbus è stata un’ottima scelta. Come in un lungo viaggio che non ti porta subito a destinazione, con gli antidepressivi devi «salire» per gradi; cioè, cominci con una dosettina minuscola e procedi verso una dose intera per permettere ai livelli del sangue di abituarsi e compagnia bella. Perciò in un certo senso il mio viaggio verso il pianeta Trillafon ha richiesto più di una settimana.

In un altro senso, però, è stato come lasciare la Terra e salire sul pianeta Trillafon fin dalla mattina in cui ho iniziato. La grande differenza fra la Terra e il pianeta
Trillafon è, ovviamente, la distanza: il pianeta Trillafon è lontano, lontanissimo. Ma ci sono altre differenze che sono come più immediate e intrinseche. Secondo me l’aria sul pianeta Trillafon non dev’essere tanto ricca di ossigeno, nutrimento e quelle cose lì, perché ti stanchi molto di più molto più in fretta, lì. Ti basta spalare la neve dal marciapiede, correre per prendere l’autobus, fare un paio di tiri a canestro o scalare un’altura da ridiscendere con lo slittino per sentirti molto, molto stanco. Un’altra scocciatura è che il pianeta Trillafon è appena appena inclinato sull’asse, perciò quando guardi il suolo non è tanto in piano; sbanda un po’ a dritta. Ti ci abitui quasi subito, però, come quando trovi la
stabilità in barca. Un’altra cosa è che il pianeta Trillafon è un pianeta molto sonnolento. Devi prendere gli antidepressivi di sera, e ti conviene assicurarti che ci sia un letto nei paraggi, perché dopo averli presi l’ora di andare a letto arriva incredibilmente presto. Anche durante il giorno il residente del pianeta Trillafon è un soldatino assonnato. Assonnato e stanco, ma troppo lontano per essere superpieno di problemi.

Questo non ha niente a che vedere col ridicolissimo incidente della vasca da bagno la vigila di Natale, ma c’è un che di elettrico riguardo al pianeta Trillafon. Su Trillafon non ho il solito problema della testa che trasforma il silenzio in uno sfavillante scintillio, perché l’antidepressivo triciclico – «Tofranil» – fa come un rumore elettrico tutto suo che soffoca completamente lo scintillio. Il nuovo rumore non è che sia piacevolissimo, ma è meglio dei rumori vecchi, che davvero non sopportavo. Il nuovo rumore sul mio pianeta è una specie di trillo elettrico ad alta tensione. Ecco perché da quasi un anno sbaglio puntualmente il nome del mio antidepressivo se non guardo bene la boccetta: l’ho chiamato «Trillafon»
anziché «Trofanil», perché «Trillafon» è più trillante e elettrico, e somiglia più a com’è abitarci. Ma l’elettricità del pianeta Trillafon non è solo un rumore. Immagino che ad avere lo scilinguagnolo di May direi che «il pianeta Trillafon è caratterizzato semplicemente da uno stile di vita più elettrico». Il che è vero, più o meno. Certe volte sul pianeta Trillafon ti si rizzano i peli sulle braccia, senti un gelo correre lungo i grossi muscoli delle gambe e i denti vibrare quando chiudi la bocca, come se fossi sotto un cavo dell’alta tensione, o vicino a un trasformatore. Certe volte scoppietti senza motivo e vedi le cose blu. E perfino il suono della tua voce cerebrale quando pensi pensieri fra te e te sul pianeta Trillafon è diverso da com’era sulla Terra; ora sembra venire come da un altoparlante collegato a te
solo da chilometri e chilometri di filo, come se fossi tornato ad ascoltare il vecchio programma radiofonico «Golden Days of Radio».

È difficilissimo perfino leggere sul pianeta Trillafon, ma non è un grande inconveniente, perché tanto ormai non leggo quasi più, se si esclude il «Newsweek», di cui mi hanno regalato l’abbonamento per il mio compleanno. Ho ventun’anni. May aveva diciassette anni. Ora certe volte mi prendo come in giro dicendo che dovrei passare a un inibitore M.A.O. Le iniziali di May sono M.A., e ora quando penso a lei divento così triste che faccio: – O! – In un certo senso, mi piacerebbe comprensibilmente inibire il «M. A.: O.» Sono sicuro che il dottor Kablumbus converrebbe che è nel mio interesse. Se l’autista dell’autobus che ho più o meno ucciso avesse le iniziali M.A., ci sarebbe davvero da ridere. Le comunicazioni tra la Terra e il pianeta Trillafon sono difficili, ma non costano niente, perciò è sicuro che probabilmente telefonerò agli Aculpa per dire quanto mi dispiace per la loro figlia, aggiungendo magari che più o meno l’amavo. La grande domanda è se sul pianeta Trillafon ci sia la Cosa Brutta. Non so se ci sia o no. Magari non se la passa troppo bene in un’atmosfera più rarefatta e meno nutriente. Io non me la passo bene per niente, sotto certi aspetti. A volte, quando non ci penso, penso di essere ormai completamente sfuggito alla Cosa Brutta, e che sarò in grado di condurre una Vita Normale e Produttiva come avvocato o roba del genere qui sul pianeta Trillafon, non appena riuscirò di nuovo a leggere.
Essere lontani aiuta rispetto alla Cosa Brutta. Solo che è sommamente idiota se si pensa a quello che dicevo prima riguardo al fatto che la Cosa Brutta è davvero

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Comments

  1. ho sempre creduto che d.f.w. si sia ucciso per la sua incapacità di dominare le trame dei suoi romanzi. Lui non era Linch di Lost Highways o Mullholland drive. Linch racconta una storia utilizzando, invece di una molteplicità di punti di vista, una moltitudine di piani narrativi frragili come calcare, i piani narrativi sono distinti in base al rapporto con la realtà: dal delirio simbolista e onirico alla vicenda pura e semplice, Wallace invece non riusciva a fare il passo decisivo che gji permettesse di unire descrizione e dialoghi con intreccio. Secondo me lui era depresso certo, ma si è impiccato quando si è reso conto che non avrebbe potuto scrivere il romanzo definitivo dei nostri tempi: perché non ci riusciva, perché i tempi non erano quelli giusti, perché il rigore protestante e grammatico-prescrittivo dell’autore non gli permetteva di cialtroneggiare giocando allo sperimentatore. E badate che avrebbe ingannato chiunque, In sostanza, dopo Infinite Jest, d,f,w, capì che la sua condizione mentale gli impedisse di esprimere nel modo più alto il suo immenso talento. Rip.

    • essere troppo consapevoli della propria incapacità di raggiungere vette auspicate è di sicuro un motivo per smettere di tentare. ma la depressione è un male che prescinde dalla razionalità e non sappiamo quello che gli è successo davvero.

  2. Voglio ringraziarti per avermi messo sotto mano questo racconto. Ho il librone Infinite Jest nella mia biblioteca, e anche se non è ancora giunto il momento di leggerlo, devo dire che il racconto mi ha davvero fatto venire l’acquolina in bocca.

  3. L’ha ribloggato su pepp8.

  4. Bellissimo. Grazie per averlo condiviso.
    Fa un certo effetto leggerlo quando è quasi il 24 dicembre.

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