Il pompino libera chi lo fa e non chi lo riceve

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di Aurora & Bea

Quando vedo un film in cui si descrive la vita di una donna segregata, costretta in schiavitù personale, sessuale, da un uomo che la tiene chiusa in cantina, un po’ mi incazzo. Non perché non esistano storie di questo tipo ma perché sono quelle che solleticano una curiosità morbosa nel pubblico. La descrizione di un simile mostro è consolante perché ci fa dire che non esistono altre persone del genere. Sono solo alcuni casi. Ma chi ha voglia di indagare sulle segregazioni alla luce del sole, le sottomissioni prive di catene visibili, in case perbene, a partire da uomini perbene i quali, senza alcuna costrizione, ottengono, a volte, la schiavitù di una donna che ha anche un ruolo sociale da sostenere. Deve sembrare felice, moglie e madre assolutamente soddisfatta, perché altrimenti le sue lamentele si ripercuoterebbero sul marito.

Il silenzio delle donne non è ottenuto grazie a intimidazioni straordinarie. Quello che avviene è una subdola costrizione sociale che evita il disconoscimento di una forma/struttura basata sull’ordine patriarcale. Devi tacere perché altrimenti cade in pezzi tutto quanto. Bisognerebbe ripensare la società a partire dalle micro organizzazioni sociali. La famiglia sarebbe così inevitabilmente messa in discussione e le accuse di una donna insoddisfatta, che si rivolgano al marito o meno, finiscono con il rappresentare la sconfitta dell’uomo al quale va addebitata la responsabilità di sorvegliare l’ordine stabilito.

Che l’uomo lo voglia o no è lui che ne fa le spese, sempre, perciò si sente leso, maggiormente, quando perde il lavoro, quando non può mantenere la famiglia, quando lei si mostra insoddisfatta o quando lo lascia. Le azioni violente sono responsabilità di chi le infligge ma poi c’è una responsabilità sociale che va sicuramente analizzata. Non si può restringere il campo individuando il capro espiatorio, la mela marcia di un sistema definito come perfettamente funzionante. È il sistema che non funziona. Quando frana l’equilibrio familiare tutto viene addebitato all’uomo che, secondo visione patriarcale, aveva il dovere di fare in modo che tutto andasse bene. Con ogni mezzo necessario. Soldi, botte, imposizioni o inganni. Nulla basta mai pur di educare donne e uomini a interpretare perfettamente i ruoli imposti. Se lei va via è colpa tua. Non sei riuscito a tenere insieme la famiglia. D’altronde il sottoinsieme dei manutentori dell’ordine sociale ha creato scusanti ad hoc che servono a non perdere la faccia. È lei la strega, l’egoista, la stronza che non sa tenere insieme la famiglia. Io, uomo, ho fatto il mio dovere. Lei, invece, non ha fatto niente.

Allora si scopre che quella prigionia tiene entrambi vincolati ad un meccanismo crudele, insensato. Ad una recita, come se tutti si trovassero a vivere dentro un reality show, con mille telecamere a filmare ogni singolo momento, per spiare quel che va fatto e quello che invece no. La famiglia come modello unico del sistema capitalista/patriarcale, consumatori d’eccezione, che devono impartire stessi ruoli e doveri ai figli e la storia andrà avanti per secoli. Lui e lei sono colpevoli se non funziona. Lui è lei sono lasciati soli se non funziona. Ecco perché non si previene la violenza, perché si evita di affrontare il problema, perché si impedisce di esplorare le debolezze umane isolandole con stigmi che non servono a niente. Lo stigma del mostro, quello della vittima, come ruoli fissi, privi di complessità, standardizzati, che non hanno varianti né ulteriori conclusioni.

Mi fa incazzare chiunque penalizzi lo sforzo che ciascuno di noi può fare per cercare risposte differenti. La dipendenza psicologica da relazioni violente – e non sto attribuendo colpe a chi subisce – è una catena, invisibile, che non si spezza a meno che la persona incatenata non vuole andare via. Le prigioni familiari sono fatte di sensi di colpa, persecuzioni reciproche, obblighi di cura, doveri, con il divieto di scombussolare tutto perché se anche, per esempio, tu decidi di andar via il resto delle persone di riferimento ti tratta come fossi un problema. Sei un peso. E c’è chi fa in modo che tu non sia tale.

Ho visto una madre ignorare gli sos della figlia perché voleva a tutti i costi che le cose funzionassero e sapeva che se la figlia avesse divorziato sarebbe tornata a casa con il figlio del quale la nonna avrebbe dovuto prendersi cura. Tenerla fuori, a dispetto del volere del marito, il padre della vittima, perché quel padre costringeva la moglie ad agire secondo uno schema in cui la delega del ruolo di cura era rivolta solo alle donne. Come sfuggirvi? Ignorando gli appelli. Tentando di tenere assieme quello che assieme non può stare. Ho visto quella madre assistere una notte la figlia che aveva tentato il suicidio, perché non sapeva come sfuggire alle violenze del marito, e poi a dirle che sarebbe dovuta tornare a fare funzionare le cose.

Le donne possono tutto, le disse. Se tu lo vuoi allora lui farà qualunque cosa tu chieda. Non te lo devo dire io come devi fare. Basta una carezza e lui si piega. La teoria secondo la quale un pompino avrebbe avuto il significato di una piccola rivoluzione, giacché a colpi di pompini una donna avrebbe potuto ottenere controllo e potere dentro e fuori dalla famiglia, non era cosa nuova. Era trasmessa di madre in figlia e quella figlia che non aveva voglia di fare pompini diventava un’esclusa. E mi stupisce sempre quando alcune donne se la prendono con altre donne che mettono in scena questo preciso insegnamento. Ottenere il potere a colpi di pompini, di asservimento alla causa dei patriarchi o semplicemente dei partiti, delle istituzioni patriarcali, dell’economia capitalista, di tutto quello che ci imprigiona, inclusi i ruoli misticamente esaltati come quello della maternità. Sono pompini diversi, quelli fatti dalla santa donna, madre, martire, interprete di un antico modello sociale, ma sono pur sempre pompini.

Tengo a dire che non ho alcuna avversione nei confronti delle pompinare. Lo sono anch’io. Lo siamo anche noi. Ci si libera e ci si emancipa come si vuole e forse il punto sta tutto nel dare il giusto valore, anche economico, ad un pompino. Ad ogni modo, quando perciò vedo film o leggo storie di mostruosità immediatamente comprensibili mi piglia veramente male. Resto basita. Come si può sconfiggere la violenza familiare, che agisce in termini trasversali e senza risparmiare nessuno, se si disconoscono le cause e si evita accuratamente di analizzare contesto, finalità, conclusioni?

Ecco, voi, per esempio, come fareste?

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