Se ci leccheremo ancora, come cani randagi

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Il palazzo è giallo. Di tanto in tanto pezzi di intonaco a forma irregolare si staccano dai cornicioni e planano, crepitanti come fogli di pergamena, sul marciapiede assolato. Risaltano sparse, qui è là, macchie di tufo a vista. Ordinarie impronte di incuria suburbana, tracce di trascuratezza condominiale. Le gazze ladre becchettano i sacchi neri dell’immondizia sul mio balcone con ritmica insistenza, afferrano un pezzo di cibo, saltellano sulla ringhiera querule e distratte, poi riprendono il volo.

Io resto a fissarle, in questo sabato mattina che sembra fatto di latte: bianchiccio, fluorescente e appiccicoso. Il mare borbotta oltre le lame scavate da acque che non scorrono più. Ancora vive le braci dei falò notturni delle prostitute, intorno – a quest’ora – solo traballanti sedie arrugginite, bottigliette d’acqua accartocciate, cumuli argentei di mille confezioni di snack. Dall’altra parte, lungo un vialone periferico, si montano le bancarelle del mercato settimanale, tra fragore metallico, risate maschili dopo ogni sbadiglio e odore di caffè mescolato a quello delle forme di pecorino ancora integre. Due cani lupo da appartamento ringhiano e subito smettono.

Il mio pigiama è macchiato di sperma e marmellata. Ho raccolto malamente i capelli con una pinza viola. Accendo la prima sigaretta, ne fumo la metà, la spengo. Guardo ancora fuori, chiudo gli occhi e non guardo più. Nel buio, dietro gli occhi serrati, il crepitio elettrico della luce rimasta intrappolata disegna mille linee a zig zag blu. Corrono verso me le visioni degli edifici barocchi sul lungomare Malecòn de La Havana, sopraggiunge il ricordo del silenzio afoso e irreale sulla Città dei morti al Cairo, arriva ad aprire il respiro la memoria del Caffè Pierre Loti in cima alla collina che domina l’intero stretto del Bosforo.

Mio marito ancora dorme, e dormiva nudo accanto a me – il mio corpo giovane e perfetto, il suo più maturo e nodoso – su tutti i letti di tutti i posti di tutte le notti di tutti questi anni. Anche i bambini sono ancora addormentati. Si sveglierà prima il figlio maggiore, mi raggiungerà in cucina trascinando i piedi scalzi, le movenze disarmoniche di chi sta crescendo, lo sguardo felice come mi vedesse per la prima volta. Si rannicchierà addosso a me, farfugliando un buongiorno di rito, il fiato un po’ rancido, le nostre ossa che non trovano mai l’incastro giusto.

Attenderà che il mio petto e i miei baci di madre lo riportino alla vita da sveglio. Mi faccio depredare e frugare. Metto il mio corpo a disposizione dei risvegli altrui: grotta umida per gli amplessi mattutini nei giorni festivi, peschereccio ondeggiante per cullare mio figlio, bambola con gli arti allungabili per arrivare in tutti i posti in cui mia figlia mi vuole. Eccola che arriva già imperiosa, affaccendata, un vagone arzillo e sferragliante. Per ultimo arriverà mio marito, un caffè al volo prima della doccia.

Non c’è mattina in cui non mi senta allo stesso tempo grata ed erosa. Riconoscente all’amore e, al contempo, lentamente esfoliata. Sciacquo le tazze della colazione, le copro con uno strofinaccio dell’Ikea. Vado a riempire la vasca per il bagno dei bambini. Incrocio mio marito in accappatoio, con un asciugamano pulito gli tampono i capelli bagnati, friziono un po’. Lui mi sorride. Sei una troia perfetta, mi dice. Il suo viso comincia ad essere segnato da leggeri solchi, la pelle è più spessa e meno elastica, la barba grigiastra, le palpebre leggermente gonfie.

Vorrei sussurrare parole liete, che dirottino il tempo verso altre stazioni, e invece mi rattrista – un po’, solo un po’ – sapere che un giorno non ne avremo più voglia: di leccarci a vicenda come cani randagi, di tirare il guinzaglio per tenere eretta la testa mentre mi spingi e ti spingo dentro centimetri di carne o plastica vibrante, di chinarmi a baciarti i piedi prima del sesso, in un gesto di apparente prostrazione che marca la potenza di un libero genuflettersi. Ho amato solo mio marito. E un altro uomo.

Forse avrei potuto innamorarmi di Caterina, caschetto nero spettinato sulla giacca di pelle stretta, cosce tornite e piccoli seni appuntiti su un corpo asciutto da donna adulta, un’aria stregata, da elfo, con un accento noir. I suoi orgasmi ritmati e tremanti sotto le mie dita frenetiche chè non c’era altro modo di farla venire se non mettendoci dentro tutta la frenesia ed il sound della terra. Forse lei avrebbe potuto innamorarsi di me. E’ restata fedele, invece, al suo patto coniugale, al suo anello d’oro ed alla legittima, dignitosa, penitenza da madre responsabile. Il sigillo omertoso di tante maternità.

Lui, invece, lui sì, un amore senza alcuna omertà, senza clandestinità, quasi sbattuto in faccia al mondo. Io diciottenne, lui quasi cinquantenne. Io, dell’infanzia, conservavo l’impulsività, la voglia di giocare e allo stesso tempo qualcosa in me conteneva ancora l’esoterismo della pubertà. Impressi nello stesso corpo, nell’attimo del passaggio, lo slancio di una bambina e l’avidità greve, disturbante, di una giovane ragazza. Le volte che ho amato, l’altro mi è apparso come in una lastra radiografica: ne ho visto l’interno, lo scheletro, le macchie indistinte degli organi. Ho amato la sua voce, le sue forme, il tocco sapiente di uomo sulle mie labbra che si stavano dischiudendo alla vita, in una specie di verginità ritrovata dopo lo scempio delle scopate con coetanei ineducati al sesso e alle sue note modulate.

Amo quell’uomo da quasi vent’anni. Amo mio marito dallo stesso periodo. I miei amori sovrapposti, a due dimensioni, inconciliabili e conciliati per un po’. Tre anni di relazione plurima, rabbiosamente rivendicata, protetta con furia, consumata senza tregua. Esposta al sole, attraversata dal maestrale. Mai taciuta. Propongo una convivenza a tre. Una ventenne, un trentenne ed un cinquantenne. Mio marito, uno dei due fidanzati di allora, mi guarda sereno con la placidità di un gabbiano, emette un sospiro che pare salire dal magma caldo al centro della Terra e pronuncia il suo no senza revoca. Scegli. Ed io ho scelto.

L’altro, oramai, ha settanta anni, vive nella casa dei cipressi, su un altopiano toscano, tra i cavalli. La casa che avrei voluto per noi tre. Rivolgo a lui un saluto ogni mattina ed ogni sera. Il nostro amore è rimasto intatto, non sporcato più da nulla, pietrificato nell’assenza e consegnato al tempo senza le impudicizie del vivere comune. Ci siamo incontrati qualche volta: tutta la feroce passione dei sensi trattenuta e ricomposta nelle tenere carezze di un uomo invecchiato e di una moglie restata fedele, legittimamente e dignitosamente, al proprio anello d’oro e all’omertoso sotto testo della maternità.

E’ sabato mattina. Mi lascio baciare da mio marito. Come ad un bambino gli dico rivestiti, altrimenti prendi freddo. Esco a fare la spesa, dice, voglio cucinare qualcosa di speciale per te oggi. Lo abbraccio, tra le ciglia trattengo una lacrima che non scenderà. La vasca è piena di schiuma. I bambini aspettano nudi e tremanti che io li aiuti ad immergersi. Mi sfilo il pigiama sporco, mi lavo i denti, lascio che l’elettricità dei ricordi scarichi la propria potenza e lasci il mio cielo terso come dopo i temporali. Mamma ma sei triste? Sì, un po’. Perché non andiamo a farci un giro al mercato. Forse c’è ancora quel foulard che ti piaceva. Ok, sì, è una buona idea. Mamma mi senti? Sì, sono qui. Mamma mi aiuti a lavarmi i capelli?

—>>>Prosegue la narrazione di E. con il suo Diario di una famiglia tradizionale. Non si può non leggerlo e non goderne. 

Per recuperare le puntate precedenti, in ordine progressivo:

1] Amo la mia famiglia e porto un plug anale

2] Diario di una famiglia “tradizionale”

3] La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”

Comments

  1. Grazie per la condivisione, sta diventando quasi un appuntamento, sai?

  2. Splendido, commuovente. Grazie.

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