Moby Vs Trump: ma a che serve la retorica dell’aborto sofferto?

Catturaaa

L’Indiana (siamo negli Usa) condanna una donna a 20 anni di galera per feticidio. Immagino sia questa l’idea punitiva che hanno i “pro/life” che supportano la candidatura del repubblicano Trump alle primarie pre elezioni presidenziali. Trump infatti, alle tante battute misogine e razziste, aggiunge l’affermazione sulle donne che abortiscono e per questo secondo lui andrebbero punite. C’è Laurie Penny che gliele canta senza problemi, così come altre donne stanno facendo in un modo o nell’altro. La Penny dice che se sei contro l’aborto tranne che nei casi di stupro o di incesto non sei anti-aborto ma sei anti/donne. Ma sulla misoginia insita nelle posizioni antiabortiste, intrise di retorica del martirio, la madre che dà la vita, il sacro mistero della nascita, i miracoli che possono solo essere impediti per via di grandi traumi, e grazie della concessione, nessun@ ha dubbi. Il fatto è che la retorica della sacra madre martire spesso accompagna anche le posizioni pro/aborto. Così vediamo che un commento paternalista di Moby ha fatto infuriare, giustamente, un’amica che spiega in basso anche il perché. Buona lettura a tutt*!

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Cara Eretica, oggi mi è capitato sotto gli occhi questo post. Dopo l’iniziale “bravo” per Moby e “che schifo” per Trump, il testo mi è risultato fastidioso, anche se voleva essere una difesa delle donne schifosamente offese da Trump. Mi spiego, e per farlo non posso fare a meno di raccontare la mia esperienza, motivo per cui ti chiedo di pubblicarmi, se vorrai farlo, anonimamente.

Il motivo del mio fastidio è che Moby dice che pur non essendo una donna, immagina che il trauma di interrompere una gravidanza non desiderata sia terribile “beyond words”.

Deve essere un trauma. Perfino per un uomo liberale, femminista e che vede solo il male del voler negare l’aborto legale e sicuro, questo è accettabile a condizione che ci sia il trauma, che la donna soffra dell’essersi negata l’esperienza piu bella, piu totalizzante e i soliti blabla che conosciamo. Probabilmente l’arringa difensiva del diritto all’aborto libero continuerebbe parlando di figli concepiti dalla violenza, di condizioni economiche disastrose, di sedicenni sconsiderate.

E qui vengo a me, che ho abortito quasi 10 anni fa, giovane ma non giovanissima, in una condizione economica tale da poter dare una vita dignitosa a un figlio, in una coppia solida con una persona matura. Eppure non ho mai avuto nessun dubbio su quello che volevo quando ho visto la doppia linea rossa (parentesi, ho concepito pur essendo responsabile e ben informata sui contraccettivi: come dice mia madre che tra le varie cose insegna educazione sessuale nelle scuole, nulla funziona al 100% ). Quella volta pensavo che il non volere figli fosse legato al fatto di essere giovane e di voler viaggiare e vivere ma poi chi lo sa, oggi, dopo che tra l’altro ho viaggiato ben poco in questi anni, so che la questione è proprio che non voglio figli, ma poco importa ora.

La questione è che magari ho anche diritto a fare del mio corpo quello che voglio, ma rinunciare alla maternitá deve portare a qualche sofferenza o problema, o sono io ad avere un problema. Addirittura mi è stato detto che stavo negando “qualcosa di grande” perche non era possibile che io nel vedere la bambina della mia amica che rimase incinta piu o meno nello stesso periodo non mi riempissi di lacrime all’idea che quella peste urlante avrebbe potuto essere mia. Anche se la medaglia dell’assurdo la riceve quello che all’epoca mi disse che tanta sicurezza e poche lacrime erano dovute al fatto che mi negavo quel figlio perche non convinta della mia relazione di coppia, sottinteso: e vorrei ben vedere quale donna sarebbe contenta di sentirsi dire dal proprio uomo che è d’accordo nel non volere il loro figlio. La relazione duró poi altri 7 anni.

Mi è capitato anche di parlarne con altre donne che avessero interrotto una gravidanza. Mi è stato detto che dire con orgoglio di non provare rimorso non aiutasse la causa: brave femministe, loro, che si allacciano tutti i bottoni della blusa e si conformano allo stereotipo di genere, donna e madre, e se la donna non puó essere madre quanto dolore!

Solo una ragazza con una storia molto diversa dalla mia e che penso non sia consapevole di quanto sia stata fondamentale nel mio percorso di autoaccettazione, ascoltando la mia storia e raccontandomi la sua riconobbe e mi fece riconoscere il perchè della mia esperienza non traumatica. Ho avuto la possibilitá di prendere la mia decisione appoggiata silenziosamente ma da vicino da tutte le persone importanti, mia madre, le mie amiche, il mio compagno. E una volta presa la decisione non ci sono stati compassione, giudizi, imbarazzi e discorsi evitati. Nessuno ha addebitato la mia decisione a motivazioni che non fossero il mio “non voglio, ho deciso”, non sono stata costretta a mentire o a nascondermi. Solo amore, libertá e rispetto, quello che dovrebbe guidare ogni relazione umana.

L’unico trauma, prima di quella illuminante chiaccherata, me lo stava producendo la “societá” facendomi credere di essere una senza cuore, profondamente sbagliata e immorale donna che nemmeno si sente in colpa dopo aver preso la “decisione più difficile”.
Ah, e pure gli obiettori di coscienza, ma quella è un’altra storia.

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