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Sono depressa, con disturbi alimentari, e mi vergogno per questo

12832299_1695512064020295_3815553688087680987_nLeggendo la vicenda di Wentworth Miller non ho potuto fare a meno di sentirmi un poco sollevata, perché lui ha trovato la forza di dire cose che io non so ancora dire. Ho bisogno dell’anonimato per dichiararle anche a me stessa e riconosco di essere ancora molto fragile per quanto sia, come è stato lui, in lotta.

Ho vissuto un periodo di depressione molto forte. Era un momento in cui molte cose della mia vita venivano messe in discussione. L’unica mia certezza era ed è il legame con il mio compagno. Il resto franava ed ero di fronte ad un bilancio orrendo della mia vita. Una famiglia disfunzionale alle spalle. Disoccupata dopo i 40 anni, con grandi difficoltà a trovare lavoro. Ho smesso di cercarlo e, come immagino sia avvenuto ad altre persone, mi sono rifugiata in una tra le tante dipendenze che nella mia situazione può essere ancora più devastante. Avevo sofferto di disturbi alimentari e anche di depressione, in passato, ma mai a questi livelli e avevo dovuto considerare altre priorità invece che trovare soldi, modo, e tempo per poter ammettere a me stessa di avere un problema. Poi, all’improvviso, il crollo.

Anch’io ho cominciato a volare basso, a non farmi notare, a restare in silenzio perché, oltretutto, ho toccato il fondo quando ho tentato il suicidio perché non reggevo più lo stress psicologico, la pressione fortissima, che derivava dal cyberbullismo. Non sono più riuscita a ignorare i commenti perfidi, la cattiveria di persone che si accanivano su di me e che sembravano avere la chiara intenzione di distruggermi psicologicamente pur di condannarmi all’invisibilità. Questione di mera competizione che ha portato uomini e donne a mettere in giro anche alcune mie foto in cui apparivo, ai miei occhi, brutta, grassa, riflettendo esattamente tutto quello che non volevo comunicare all’esterno.

Mi vergognavo e mi vergogno ancora, ed è così assurdo che io mi sia vergognata e mi vergogni ancora per il mio aspetto, per la mia incapacità di fare fronte al bullismo online, per il senso di colpa, così forte, per non essere riuscita a stare meglio, a coesistere con tutto quello che mi stava succedendo senza farmi demolire da niente e nessuno. Fa così male vedere l’accanimento di persone che neppure conosci e che ti distrugge basando il proprio giudizio su una parola, su un pettegolezzo, su una immagine. La sofferenza altrui diventa pornografia che viene sadicamente sollecitata, alimentata, per far stare bene altre persone che probabilmente tanto bene non stanno.

Dopo il tentativo di suicidio, quasi riuscito, intenzionale, non dimostrativo né messo in atto per farmi salvare, al primo colloquio con una psichiatra dichiaro calma che sono dispiaciuta per il fatto di essere stata “salvata”. Non mostravo segni di cedimento. Non avevo alcun bisogno di piangere o di ripensarci e l’unica cosa che mi veniva in mente era il fatto che non avrei più potuto tentare il suicidio perché avevo visto sul volto del mio compagno la sofferenza, il senso di impotenza, il senso di colpa totalmente ingiustificato. Dovevo vivere, per lui, per le persone care. Dovevo portarmi dietro quel peso e non potevo certo rinfacciare a nessuno il fatto di vivere restando con le mani in mano.

Così ho deciso di seguire un periodo di cura, ho preso farmaci antidepressivi. Ho riequilibrato il sonno, che non c’era quasi mai, e ho deciso di concedermi una tregua.  Recuperando artificiosamente un po’ di quiete interiore ho dato il giusto peso a tante cose. Sono cambiate le mie priorità. Ho chiuso il mio profilo facebook. Ho smesso di leggere le cattiverie che mi dedicavano. Ho rivelato quel mio segreto a pochissime persone amiche e ho scoperto di non essere un peso, così come temevo di sembrare. Alcune persone attendevano una mia telefonata. Volevano sentire la mia voce e a loro non importava se avessi un lavoro, se fossi depressa, se il mio aspetto fosse cambiato e se avessi messo su dei chili.

Non gli interessava e non hanno osato dirmi che “per la tua salute… bla bla bla… dovresti dimagrire”. Sui social c’è un accanimento atroce contro chi non corrisponde al modello imposto. Come se avessi il dovere di svelare una mia immagine ritoccata, adatta a soddisfare i gusti di chi si fa le seghe guardando le fotografie altrui. Se non sei all’altezza dei loro gusti allora, uomini e moltissime donne, si accaniscono su di te facendoti sapere che gli fai schifo, che non sei in salute, e grazie al cazzo che non lo sono. Ma dirmelo non migliorava certo la questione. Svelava invece soltanto l’ossessione di chi valuta i profili facebook dividendo le bone dalle cozze. E’ il destino che ti riserva chiunque ti consideri solo un oggetto sessuale e non una persona.

Non faccio la vittima perché mi interessa poco quel ruolo. Descrivo soltanto quello che è senza avere paura di mostrare la mia fragilità. Mostrarla anonimamente, intendo, perché diversamente non ne avrei il coraggio. Sono una femminista, lotto contro gli stereotipi sessisti, so quel che comporta il body shaming e sono brava a dire ad altre di fregarsene del giudizio altrui, ma il problema è che non riesco ad essere femminista per me stessa. La psichiatra dice che perseguire un modello “alto”, di una donna che se ne frega eccetera, alla fine mi indebolisce perché mirando in alto non riesco ad accettarmi per quello che sono realmente. Fragile. Scampata alla morte e non pentita di aver tentato il suicidio. Sentendomi a casa solo in un reparto di psichiatria dove ho trascorso tempo prezioso che mi ha permesso di guardare me stessa regalando comprensione per altre persone come me. E quante ce ne sono, di insospettabili che vivono piene di problemi.

Nel periodo di ricovero due donne hanno smesso di seguire la terapia. Due donne, all’ennesimo tentativo di suicidio, sono riuscite a morire. E io mi vergogno un po’ di ammettere che in fondo le invidiavo. Non dovevano più subire la pressione, non facevano finta di esistere, si sono lasciate trasportare dalla malattia. Poi ne ho ricavato che quel pensiero era una cazzata perché si trattava di una sconfitta. Si erano semplicemente arrese e se io avessi ritentato mi sarei arresa anch’io. Convivo con mille dubbi, mille incoerenze, cerco di non sovraespormi e mi proteggo, così, dal male che potrebbero farmi. Mi sento protetta dall’anonimato, perché lo stigma sulle persone depresse, con disturbi alimentari, è troppo grande da reggere. Mi sento protetta da un nick fasullo, un’immagine neutra, difendendo altre che penso stiano soffrendo quanto me.

Molte persone non capiscono. E non lo capisco neanche io. So solo che mi riprendo, lentamente, le parole per definirmi. I miei sorrisi al mio compagno sono sempre meno una finzione. Il sole rischiara la nebbia, le idee diventano un po’ meno confuse e vedo la gente cattiva per quello che è. Gente che non si assume mai la responsabilità per le proprie azioni. Che non ha alcuna intenzione di chiedere scusa o smettere di trattare le persone come immondizia. Gente odiosa che vive l’odio come sentimento prevalente contro chiunque non gli somigli, idealmente e fisicamente.

Una delle cose che devo fare seguendo la terapia è fare una foto al mese per valutare i miei cambiamenti perché questo dovrebbe avere degli effetti positivi su di me. Da quando ho tentato il suicidio ho perso un po’ di chili, ho cambiato acconciatura, mi trucco un po’, a volte esco, ma non troppo, perché stare a casa mi fa sentire al sicuro. Sono cambiate alcune cose ma non cambia il fatto che ancora oggi il panico blocca la mia possibilità di avere altre interazioni. Continuo a sentirmi in colpa, di peso, per il mio compagno, anche se lui non mi fa pesare niente e mi ama, non so neppure io perché mi ama in un modo che io, troppo concentrata sul mio buco del culo, non so se mai riuscirò ad imitare.

Non ho consigli da dare, perché io non so risolvere la mia vita e figuriamoci se ho ricette per altre persone, però posso dire a chi si diverte a farti del male, in qualunque modo possibile, che pesa su di loro la responsabilità morale di suicidi, depressioni, dei quali non sono l’unica causa ma di certo sono bravi ad alimentarli. Avete la responsabilità delle condizioni di salute di altri individui e se anche a voi sembra di non stare facendo nulla di male dovete sapere che ogni stronzata cattiva che dite contro altre persone corrisponde a un pugno, una coltellata, una ferita profonda che indebolisce la psiche di chiunque, perfino delle persone meno fragili di me.

Se per me va bene dire a me stessa chissenefotte, per andare avanti e stare meglio, se un giorno potrò anche immaginare di aver sviluppato un super potere, quello che non va bene e aggiungere un ulteriore senso di colpa a quello che già io e altre persone viviamo. Non è colpa mia se in giro ci sono persone di merda che fanno male, volendo proprio fare male, alle persone che hanno la sfortuna di diventare oggetto delle loro persecuzioni violente. Non è colpa mia. Come non sarebbe colpa mia se qualcuno mi stuprasse perché decido di esistere nelle strade. Fateci caso: le persone che si bullano di te diranno sempre che te la sei cercata. Perché hai pubblicato una tua foto, perché hai scritto qualcosa che non gli piace, perché semplicemente gli stai antipatico/a e pensano di essere autorizzati a ferirti. Non è colpa mia. Sono le persone come loro che devono vergognarsi per quello che hanno fatto a me e a tante altre persone.

Eppure sono io che ho il terrore di mostrarmi. Loro invece no. Chissà come mai.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. cavaliereerrante says:

    A very interesting Post … because the bullysm is a thing orrible, about what We never must fear ! 🙂

  2. L’ha ribloggato su Lpelo2000's Blog.

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