#NoTav #Solidarietà #Marta: condannat* per divieto di striscione antiviolenza

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Nel luglio 2013, durante una manifestazione di No Tav, Marta, una compagna pisana, fu fermata dalla polizia dopo una carica. In seguito Marta affermò, pubblicamente, di essere stata pestata, insultata e molestata sessualmente dalle forze dell’ordine. Viene comunque denunciata (poi assolta), come altri compagni fermati quella sera. Alla prima udienza del processo il movimento No Tav organizza un presidio per non lasciare da sola Marta. Un gruppo di compagne decide di portare uno striscione con su scritto “SE TOCCANO UNA TOCCANO TUTTE, NON UN PASSO INDIETRO, SOLIDARIETA’ A MARTA – COMPAGNE NO TAV”. Aprono lo striscione, provano ad appenderlo alle cancellate fuori dal tribunale ma vengono bloccate con violenza e poi denunciate. Le persone “identificate” sono poi indagate per violenza aggravata a pubblico ufficiale perché, così ha sostenuto la Procura, non rispettarono il divieto di appendere lo striscione. Non è servito dire che quell’ordine non avesse alcun senso perché su quei cancelli erano stati appesi, in svariate occasioni, striscioni riferiti ad altre manifestazioni. Così arriviamo a oggi.

Questa mattina il processo a carico di sei Notav imputati, per aver tentato di appendere quello striscione, si è concluso con una sentenza che li condanna [per violenza, resistenza e concorso] con pene che vanno dagli 8 ai 9 mesi di reclusione, così come richiesto la Procura“.

Le motivazioni saranno depositate tra 60 giorni. Tra le altre cose, da parte di chi ha seguito e subìto il processo, viene descritto come particolarmente odioso il comportamento del pubblico ministero, donna, così come i componenti del collegio giudicante, che nel corso del processo aveva chiesto ad una delle testimoni se mai avesse personalmente subito molestie sessuali. Come se, eventualmente, il non averle subite comportasse il fatto che fosse ingiustificato il presidio solidale di quella mattina. La vicenda di Marta è stata archiviata perché “i palpeggiamenti dovevano intendersi come accudenti manovre di soccorso e che dare della “puttana” ad una fermata costituisce una semplice “generica imprecazione”“.

QUI il comunicato delle compagne e nello stesso link trovate il video che racconta come è andata quella mattina.

Solidarietà alle compagne e ai compagni No Tav. E vorrei estendere una riflessione che riguarda l’ipocrisia di chi racconta come siano solidali le istituzioni nei confronti di chi subisce violenza, in particolare donne, brand molto gettonato al momento per rifarsi il trucco e attrarre consenso del pubblico, e anzi chiede alle donne di confidare e delegare tutto quanto a chi poi non ti consente neppure di solidarizzare con uno striscione che parla di sorellanza e resistenza collettiva per quel che vorrebbero fosse ritenuto un fatto da vivere in solitudine. Le donne che a testa alta resistono, espongono il proprio punto di vista, che non si affidano alle istituzioni e anzi ne descrivono l’atteggiamento prettamente ispirato, interprete, della cultura patriarcale, non sono considerate sufficientemente vittime, perché vittima è colei che offre, a testa bassa, il proprio corpo a legittimazione delle istituzioni. Quell’ipocrisia appartiene anche a quelle donne che all’epoca in cui si parlò di questa vicenda non dissero assolutamente nulla, niente di niente, in solidarietà a Marta. Nulla di nulla contro la violenza che le istituzioni infliggono regolando tempi, modi, respiri, di quel che dovrebbe essere la ribellione “lecita” delle donne.

Quello che sappiamo è che il dissenso è criminalizzato e che quella criminalizzazione si estende fino al punto da negare un’espressione solidale che a parole dicono di sollecitare. Per questa e per altre mille ragioni quel che sappiamo è che la violenza sulle donne, da qualunque parte provenga, non può risolversi legittimando istituzioni patriarcali. Siamo noi a decidere quello che ci serve e a esigerlo in ogni luogo possibile. D’altronde siamo abituate a resistere e a subire condanne, dentro e fuori casa, da partigiane che in privato e in pubblico non smettono mai di lottare. Pensateci. Pensate anche a chi legittima i governi nel voto a leggi contro la violenza sulle donne che puntano alla repressione e rafforzano i dispositivi di potere di chi poi  li utilizza contro di noi. Esempio di quel che dico? La legge contro il femminicidio (e contro i/le NoTav).

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