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La colpa di aver dato un figlio in adozione

Ci sono le ragazze che si vestono bene e passeggiano davanti la caserma dei carabinieri. Ammiccano e ridacchiano, ed è così che immaginano di poter costruire il proprio futuro. Ne ho viste tante che pensano che la migliore cosa, per una donna, sia di sistemarsi con un uomo che ha uno stipendio sicuro, che è rispettato e ha una posizione sociale come quella che spetta ai tutori dell’ordine. C’è quella che si sposa con l’ufficiale della guardia di finanza, poi quella che sposa il poliziotto, la fidanzata del militare che va in giro a fare missioni di pace. Poi ci sono le altre, quelle che hanno altri obiettivi o che si lasciano affascinare da uomini non idonei a passare l’esame con papà. Qualcuna vive avventure con piccoli o grandi interpreti del crimine.

Diversi contesti, diversi gradi di fedeltà a regole d’onore. La solita storia delle amanti delle guardie e di quelle dei ladri. L’unica cosa che non è differente è la situazione delle donne che vengono, talvolta, obbligate a interpretare ruoli imposti a prescindere dall’abito che il marito indossa. Che lui sia ligio alle regole o anche no quel che non cambia è che una volta a casa, alcuni tra questi uomini, diventano comunque simili nel comportamento, a volte violento, tenuto nei confronti delle donne.

Quella violenza non c’entra niente con il mestiere dell’uomo che la infligge. E ad analizzare bene la questione troviamo paternalismi, regole d’onore, diverse ma in un certo senso uguali. Per quelle figlie che sono cresciute all’ombra di un militare sarà più facile capire come sia complicato rendere visibile la violenza subita se a praticarla è chi dovrebbe difenderti. Mia madre, appena diplomata, conobbe un bel carabiniere dall’accento nordico. Per una del sud equivaleva ad un investimento sicuro. I genitori dissero che lui era il meglio che lei potesse sperare. Come si vanta la moglie di un uomo in divisa, così fedele alle istituzioni, alla patria, alle regole che pongono l’uomo in difesa dei più deboli. All’epoca non c’erano le donne a fare lo stesso lavoro. Era tutto molto più cameratesco. La moglie di un uomo appartenente alle forze dell’ordine, doveva essere, e forse deve esserlo ancora, una donna onorata, fedele, con un comportamento appropriato e mai incline a non rispettare le regole dello stato. Lo stesso si richiede alle figlie, rispettatissime, perché figlie di un militare e non in quanto persone.

Sono cresciuta bene, dopotutto, e ho amato e amo mio padre. Ho meno stima di mia madre che, negli anni, si è mostrata debole e mai in grado di dire niente che la mostrasse come autonoma, almeno intellettualmente. Non ha mai fatto nulla che non volesse mio padre. Mai detto qualcosa che lo contrariasse. Non ha mai espresso idee contrarie o critiche nei confronti del marito ed è diventata la lunga mano che estendeva da lui a me ogni divieto. Quello che non apprezzo è la sua passività, della quale lei stessa comunque non è mai stata felice. Perciò in casa si è sempre respirata un’aria decisamente surreale. Lei apparentemente perfetta e in privato una depressa cronica che non cercava aiuto in nessun posto. Da grande ho saputo di aver rischiato di essere vittima di negligenza perché mia madre ogni tanto era distante, in un altro mondo. Mio padre, non consapevole del fatto di imporre violenza psicologica, pretendeva invece che fosse lei a guarire, a badare a me, anche se lei manifestava molta avversione per quel ruolo.

Da dire che per via dei trasferimenti, in tutto due, di mio padre, mia madre si trovò da sola, senza famiglia, come d’altronde anche mio padre, e lei non ebbe grande voglia di affidare i suoi segreti alle mogli dei colleghi del marito. Questa è la ragione per cui, a volte, si legge nelle pagine di cronaca di coppie di emigrati che sono lì l’uno per l’altra, e viceversa, ma dopotutto soli e senza nessuno che possa distrarli dal vivere situazioni violentemente morbose, claustrofobiche, con meccanismi ripetuti in solitudine e mai interrotti.

Parlavo delle mogli dei colleghi. Sembravano tutte fedeli a un ruolo che era in parte pubblico. Perciò sono cresciuta in un contesto un po’ incasinato e ho subito divieti, regole, incoerenze, contraddizioni, senza capire perché fosse vergognoso per mia madre chiedere aiuto e perché mio padre si ostinasse a non dire niente seppur gli fosse noto come lei muovesse i passi agli stessi ritmi ogni giorno. Cucina, sparecchia, lava, pulisci, stira, spolvera, ri-lava, cucina, sparecchia, lava, e così ogni giorno dei suoi ultimi trent’anni.

Dieci anni fa incontrai una specie di piccolo criminale, gli piaceva fregare il prossimo vendendo fumo, e non parlo di droghe. Progettava grandi cose e diceva che mi avrebbe portata con se’, a gestire un bar su una spiaggia, e io gli credevo perché volevo crederlo. Sembra uno stereotipo ma in realtà giuro che è tutto vero. Mio padre non lo vedeva di buon occhio e più volte mi vietò di incontrarlo. Io lo vedevo di nascosto, facevo l’amore con lui, finché non rimasi incinta. A quel punto fui sballottata tra regole paterne e quelle del mio partner. Ciascuno di loro aveva qualcosa da comandare o vietare. E io ero al centro della loro guerra testosteronica.

Mio padre voleva il mio bene, questo lo so, ma la sua maniera di fare, così autoritaria, fu causa di molti miei errori. Decisi di portare avanti la gravidanza. Mio padre dovette subire l’onta di tanto disonore e mia madre espresse il suo nulla depresso anche per via delle mie condizioni. Pensavano a se stessi più che a me. Io ho fatto, io ho detto, io volevo, io facevo. Parlavano sempre e solo usando l’io come soggetto. Così la mia ridicola ribellione per me aveva ancora più senso. Alle prime manifestazioni di autoritarismo da parte del padre del bambino capii che stavo cadendo dalla padella alla brace. La faccio breve: non potevo più abortire e così andai avanti con la gravidanza decidendo di dare il bambino in adozione. I miei non erano d’accordo. Cosa avrebbero detto i colleghi? E le mogli dei colleghi? Cosa avrebbero detto tutti?

La confusione e i ricatti emotivi non mi aiutarono molto ma ero certa, così come lo sono adesso, di non voler crescere quel bimbo. Non ero fatta per la maternità. E figuriamoci come poteva essere presa una tale affermazione nel contesto familiare. Dissi ai miei che se proprio volevano il bambino potevano tenerselo, e con parole crude sottolineai l’inadeguatezza di mia madre a crescerlo e accudirlo. Su questo conveniva anche mio padre che, tuttavia, seppure fosse incline a non appoggiarmi, non era neppure disposto a diventare più presente nella vita familiare. Dunque, cosa fare? Il mio ex non voleva saperne. La famiglia del mio ex neppure. I miei non lo avrebbero cresciuto senza incatenare me. Non restò che decidere di consegnare il bambino alle cure del personale medico affinché fosse dato in adozione.

Le infermiere e i medici, per quanto obbligati ad applicare la legge, mi fecero perfettamente capire che quella decisione era comprensibile, anzi, auspicata, quando a prenderla erano donne “di strada”, che vivevano in ambienti degradati, ma non si addiceva affatto ad una ragazza di “buona famiglia”. Per quanto io fossi maggiorenne più di una volta chiesero di incontrare i miei genitori. D’altro canto i miei non hanno mai approvato quella scelta. Mio padre mi guarda ancora come fossi una sorta di depravata e rimprovera mia madre di non avermi insegnato a diventare madre a mia volta. Mamma invece continua a interpretare il suo ruolo pubblico, differente da quello privato, e a me sembra sollevata di non dover accudire nessun altro a parte suo marito.

Non so chi abbia adottato il bambino. Non so che faccia abbia adesso. Voglio pensare che stia bene, molto meglio senza di me, e non mi sento in colpa per averlo lasciato. Il senso di colpa è una componente culturale di chi stabilisce che devi essere madre in ogni caso, anche se non lo vuoi. All’inizio ho patito soprattutto il fatto di essere cresciuta in un contesto militare. Tutto per me sembrava trasgressione e mai appropriazione della mia libertà di scelta. A volte ne ho parlato con qualche amica e mi hanno detto che sono senza cuore. Fredda. Idiota. Che ho fatto pagare al bambino un mio capriccio. Qualcuno dice che ho fatto bene e che ho tempo per fare un altro figlio, tutto per me, con qualcuno che amo e che mi ama davvero.

Continuo a vivere in un contesto piccolo, seppur al nord, in cui le donne aspirano a matrimoni con tutori dell’ordine. Vedo altre figlie di colleghi di mio padre che sono cresciute bene, hanno famiglia, hanno sposato uomini laureati, bravi, lavoratori, e hanno dato nipotini ai nonni, alcuni ormai in pensione. Io non partecipo volentieri a cene, pranzi, festività condivise. Mi sembra sempre che ci sia un non detto, perché non posso mai raccontarmi e quella parentesi della mia vita è stata semplicemente rimossa. I miei non vogliono parlarne, mio padre si vergogna di me. Non sa come o perché ma la vive male. Io non posso dire a nessuno di aver vissuto quel che ho vissuto e di essere rimasta sola ad elaborare quella scelta, per me in un certo senso un lutto.

Perciò volevo raccontare questa storia a qualcuno, perché non mi capita di farlo quasi mai. Non posso farlo neppure con gli uomini che si approcciano alla mia vita. Non subito. Cosa penserebbero di una donna che ha lasciato il proprio figlio? Cosa pensa la società di una donna che lascia un figlio? A parole sono tutti bravi a dire che non devi abortire e puoi sempre darlo in adozione. Ma se lo fai? Sul serio rispettano la tua decisione?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Chissà se tuo padre è davvero di te, che si vergogna. Magari è di sé, e avrebbe ragione una volta tanto. 🙂

  2. L’unico consiglio sensato (se possibile) è di lasciarsi alle spalle l’ambiente familiare cupo e colpevolizzante.
    Non è detto che il mondo là fuori sia necessariamente così ristretto.

    @Mia: mi sembra un’ipotesi della serie “troppo bello per essere vero”. Credo che i genitori di questa ragazza siano semplicemente a disagio per una situazione che li “macchia” agli occhi del loro ambiente, tutto qui.

  3. Gpg_Patroclo says:

    Sono scelte personali e importanti, difficile discuterle; ma certo si può solidarizzare con te per l’inutile, feroce stigma subìto. …E oltre a questo una piccola riflessione sull’ambiente e il contesto che racconti, che sembrano usciti da un film anni ’50. Tutti questi “contesti piccoli”, come li chiami tu, al nord o al sud, opprimenti, in cui le persone si muovono come automi, chiusi in ruoli fissi (di genere, sociali e culturali), copioni vecchi e già scritti, fanno una tristezza infinita. Un’atmosfera vista attraverso una lente deformante, un problema culturale in senso lato. Non saprei, forse solo con incentivi alla scolarizzazione, investimenti in cultura, far viaggiare i giovani che ci crescono. “Contesti piccoli”… Gabbie bloccate nel tempo, nello spazio, paralizzate nei cuori.

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