Thirteen, la serie tv che racconta di una bimba rapita

Thirteen è una serie televisiva che va in onda sul canale in web BBC Three. Si possono vedere le puntate, via via che le trasmettono, pagando un tot all’emittente. A parte farmi scoprire il gruppo musicale dei Dark Dark Dark, con la sigla In your dreams, fornisce una interpretazione formidabile sulla psicologia dei personaggi che ruotano attorno ad un rapimento, quello della piccola Ivy, sfuggita al suo rapitore tredici anni dopo. Potrebbe essere stata ispirata anche al rapimento di Natascha Kampusch, a Vienna, fuggita dopo otto anni di prigionia. La serie mi interessa perché ricordo perfettamente molti commenti fatti da chi assisteva con incredulità alla vicenda della Kampusch. Di lei, nei salotti televisivi, si diceva che fosse troppo controllata, ambigua, troppo a suo agio in televisione, che stava speculando su quella che potrebbe essere stata una ricostruzione fantasiosa di una che ad un certo punto si era semplicemente stancata del proprio “amante”.

A lei fu contestato di tutto, perché era più semplice far questo piuttosto che sospettare quanto e come una ragazzina potesse essere tenuta in ostaggio e maturare una paura tale del proprio rapitore al punto che quella stessa ragazza stentasse a liberarsi anche in momenti in cui apparentemente ve ne fosse stata l’occasione. Si trascurava il grado di sottomissione, il ruolo di vittima soggiogata e qualcuno disse perfino che era lei a tenere sotto controllo il suo rapitore, ad avere una posizione di potere nei confronti del rapitore, lui, così debole perché schiavo dei suoi istinti. Lui, un poveretto, uno sfigato, e lei una ragazzina troppo spigliata per aver trascorso anni in prigione. Chissà, forse aveva voluto scappare dalla famiglia o che altra storia c’era dietro. Praticamente poco mancò che dicessero che si era fatta rapire da sola per poi poter guadagnare in interviste tv e con il suo libro.

Ricordo il moralismo nei confronti di una ragazza che non riuscì a integrarsi nel suo stesso contesto familiare, così andò ad abitare da sola, per riabituarsi al mondo senza subire l’ansia di nessuno. Qualcuno disse che era addirittura vergognoso che si facesse pagare per le interviste e invece lei continuava a mostrarsi in tv a raccontare la propria storia, a soddisfare le morbose richieste di chi voleva godere di un po’ di pornomostruosità. Lei parlava a quel mondo che voleva dettagli prurigginosi. A quelli che volevano sapere perché mai non era fuggita prima. E se non era fuggita evidentemente ci stava bene. Perché non era riuscita a fare neppure una telefonata. Perché l’unica cosa che culturalmente esigevano di rintracciare era la colpa. La sua colpa.

Thirteen è una serie strepitosa perché, sebbene non racconti la storia dell’austriaca, guarda alla faccenda dal punto di vista di chi accoglie Ivy. Esplora le dinamiche attorno alle investigazioni, gli umori della famiglia, le amicizie passate, tutto il mondo che era prima ed è dopo il rapimento di Ivy. Diverso dal recente film, comunque apprezzabile, Room, che parla di un rapimento di una minore dal punto di vista del figlio di quella che diventò, al chiuso di una stanza, anche madre. Guardate la serie televisiva, lasciatevi trascinare dai personaggi e, dato che vi tiene in sospeso in modo egregio, ditemi se voi riuscite a guardare con obiettività alla questione o se finite anche voi per nutrire dubbi sul racconto di Ivy. E’ stata effettivamente rapita? Ha avuto occasione di fuggire o no? E’ una vittima? Una complice? Una carnefice? Insomma, voi, la vostra cultura, cosa vi induce a pensare? Buona visione.

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