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Storia di una non-madre pentita

Lei scrive:

Cara Eretica, ho una storia da raccontarti e raccontarvi. Perdonami se ti uso un po’ come “terapia”, ma spero possa aiutarmi in qualche modo. È una storia un po’ controcorrente rispetto alle altre del blog, e non vorrei che venisse interpretata male. Io non sono contro l’aborto e non voglio che il mio messaggio venga preso come un “non abortite”. Il messaggio che vorrei dare è piuttosto un “non fatevi influenzare da niente e da nessuno, perché poi le conseguenze e le responsabilità delle scelte sono vostre e soltanto vostre.” E niente, sulla linea delle “madri pentite”, questa è la storia di una non-madre pentita.

Svariati mesi fa sono ricorsa alla ivg farmacologica e da allora non c’è giorno in cui io non mi penta della mia scelta. La situazione era delicatissima. Mi ripeto che non potevo fare altrimenti, ma in realtà una scelta c’è sempre. Mi sono sentita sola in una situazione che sentivo non essere in grado di gestire.

Ho percepito che qualcosa non andava nel mio corpo dopo solo una settimana da quella che poi ho ricostruito essere la data del concepimento. Quella stessa sera c’è stato l’ennesimo litigio col mio compagno, litigio che ha portato all’ennesima separazione durata come sempre solo qualche giorno.

Quando non mi è venuto il ciclo ho intuito subito cosa fosse successo, sentivo il mio corpo nettamente diverso; il seno sensibilissimo, i sensi molto più sviluppati e zero fame. Ho quindi fatto gli esami del sangue, e dopo alcune ore ne ho avuto la conferma: ero incinta. Dapprincipio sono scoppiata a piangere, sebbene lo avessi già intuito da un po’, ma nonostante questo una parte di me era al contempo sorpresa e forse anche non troppo dispiaciuta.

Così come era iniziata, è continuata: non sapevo cosa fare, cambiavo idea più volte in un giorno. Cercavo di immaginare come sarebbe stata una vita da mamma, e subito mi prendeva il panico, l’affanno, non mi sentivo in grado. Ma sentivo che c’era quel *qualcosa* di diverso, e questo mi metteva ancora più in crisi. Il mio compagno nel frattempo era al settimo cielo, voleva tanto un bambino! Io cercavo di immaginarmi come sarebbe potuta essere la nostra vita stravolta ma felice. Sono andata in consultorio, ho parlato con psicologhe e psicologhe. Mi sono sentita ridere in faccia: ma chi credevo di essere per poter pensare anche solo lontanamente di tenere un bambino senza avere una mia casa, un lavoro, e con un compagno che sì, lavorava, ma non guadagnava così tanto da poterci mantenere? Chi pensavo di essere a cercare di immaginare di studiare e laurearmi e portare avanti una gravidanza? I figli non sono giochi, è già difficile normalmente, nella mia situazione sarebbe stato impossibile.

Ho parlato con i miei – cristianissimi – genitori. Non sapevo da che parte sbattere la testa, e ne ho parlato con loro, convinta che mi avrebbero detto di tenerl*. Invece le loro parole sono state solo parole di biasimo, di vergogna, di delusione per aver cresciuto una figlia degenere. Mi hanno detto che mi sarei dovuta arrangiare, che avrei dovuto mollare gli studi e trovare un lavoro e mantenermi da sola, che non c’erano vie d’uscita, che avrei dovuto ricorrere alla ivg. Oppure mi sarei dovuta sposare, con un uomo che disapprovano –e di cui nemmeno io ero così convinta di volere per la vita.

Distrutta, mi sono rivolta al mio compagno. Non volevo un/a bambin* ma non me la sentivo nemmeno di ricorrere alla ivg. Ivg – non riesco a chiamarla altrimenti, non riesco nemmeno a pronunciare o a scrivere la parola ab***o. Non avevo mai avuto a che fare con bambin* nella mia vita, non avrei saputo da che parte iniziare, nemmeno sapevo se mi piacessero o meno, era un mondo per me totalmente inesplorato. Il mio compagno voleva lo tenessi. Ma poi solo qualche giorno dopo un litigio ancora più forte dei precedenti, delle minacce, se lo voleva portare via perché non mi riteneva in grado di gestirlo. Dopo il litigio un mal di pancia atroce, e del sangue sugli slip. La decisione l’ho presa quella stessa notte. Mi sono detta che, perlomeno in quel momento, lui non era l’uomo con cui crescere un figli*, quel bambin* avrebbe meritato molto di più che non vedere un padre che mi umiliava, non si fidava e non mi rispettava; se avessi deciso di portare avanti la gravidanza mi avrebbe aspettato un destino segnato e cupo costituito – immaginavo – da una famiglia sghemba e sbagliata, dove mancavano le premesse più basilari.

Non avevo amiche con cui parlare. Mi sono solo confrontata online con altre donne, sconosciute, come ora. Pensavo che questo mi avrebbe aiutata, e che i loro giudizi non mi avrebbero ferita. Invece anche da loro ho ricevuto solo condanne: “come fai ad avere dubbi??? In una situazione del genere?? Egoista!!! Pensa a quella povera creatura, a come crescerebbe! I figli non sono conigli!” E via così.

All’ecografia pre-ivg stavo per morire. Aveva già un cuore che batteva. Vederlo mi ha fatta stare malissimo. La notte prima dell’ivg non ho dormito. Sono andata da mia madre, pregandola di aiutarmi. Mi ha lasciata sola. Il giorno dell’ivg sono andata da sola in ospedale, e mi hanno dato la pillola da prendere. L’ho tenuta in mano quasi tre ore prima di decidermi a ingoiarla. Non appena l’ho fatto mi sono sentita malissimo. Mi è venuto a trovare il mio ragazzo, più distrutto di me. Ero senza forze. Ho pianto tutta la notte in preda a pensieri suicidi. Il giorno dopo sono venuti a trovarmi i miei genitori. Non volevo vederli. Quando mi hanno dimessa ero a pezzi. Ripensavo a quanto successo ogni notte, avevo incubi su incubi, e scoppiavo a piangere dal nulla ogni giorno. Non riuscivo a guardare in faccia né i miei genitori né il mio ragazzo, li sentivo tutti colpevoli per avermi in un modo o nell’altro spinto a prendere una decisione che non era la mia.

Qualche settimana dopo sono crollata col mio compagno, mi sono aperta, gli ho detto tutto, abbiamo pianto insieme, mi ha capita. Volevo lasciarlo, ma dopo le parole di quella notte si è costituito un legame nel bene o nel male ancora più indissolubile. L’ho perdonato. Ho perdonato i miei genitori. L’unica persona che non sono ancora riuscita a perdonare sono io. Mi sono resa conto di quanto volessi bene a quella creatura nel momento stesso in cui la stavo perdendo. Ho voluto dargli un nome, D., perché ne avevo bisogno. Perché non volevo che di l*i rimanesse un’ecografia in un cassetto, volevo la memoria di quell’ “abbozzo di persona” che era. Sono credente, più o meno, e dare un nome mi ha permesso anche di includerl* nelle mie preghiere, sia mai che serva a qualcosa, e sia mai che – se per caso dovesse vedermi – un giorno possa perdonarmi. Sogno di morire, ma di voler tornare indietro dal mio compagno. Mi è concesso ma mi viene preannunciato che dopo il mio gesto non mi sarà possibile avere altri figl*. Qualche mese dopo un nuovo sogno. Io con un palloncino alla quale estremità ho legato una piastrina di rame su cui ho inciso sopra “I miss you”, mentre spiego ingenuamente al mio compagno perplesso – che mi chiede perché non ho usato un pezzo di carta invece della piastrina – che attraverso l’atmosfera la carta si disintegra mentre il rame no (lol) e che così il messaggio sarebbe potuto arrivare.

Apro fb, sono circondata da conoscenti incinte e felici, neonat* ovunque, famiglie Mulino Bianco. Apro fb e vedo post anti abortisti tremendi che mi fanno stare malissimo. Apro fb e arrivo sui Abbatti i muri, un’oasi di Persone. Mi ha fatto bene leggere le testimonianze di abbatto i muri, mi fa sentire un po’ meno sola. Ora sto meglio, anche se è un dolore che non è ancora passato del tutto. So che mi farebbe bene un percorso di psicoterapia, ma ora come ora non me lo posso permettere, e le psicologhe del consultorio ho già avuto l’onore di incrociarle, e spero davvero di non rivederle mai più. Sul rapporto col mio ragazzo sto ancora lavorando. Quello che mi preme di più ora è trovare il modo di perdonarmi. Continuo a pensare che il mio atto non fosse giustificato e che mi sia fatta troppo influenzare da persone esterne alla situazione.

E nulla, questo è quanto.

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Comments

  1. Anche io sono una “non madre” e per 8 anni sono stata anche “pentita”, come te. Facile condannare il gesto, la scelta. Anche io leggo ovunque condanne. Mi rivedo in tutto quello che hai scritto, anche se il mio contesto è stato diverso dal tuo. Vorrei scrivere una parola di conforto, spero in qualche modo di riuscirci.
    Non so se sia un fatto che si può superare del tutto. Nel mio caso sono passati 15 anni e il dolore c’è ancora, si è trasformato, ora è più accettabile. Accettabile credo che sia l’unica etichetta che si può sperare di attribuire ad un dolore così grande.
    Hai scritto che ti ripeti che non potevi fare altrimenti, contemporaneamente non puoi fare a meno di attribuirti la colpa. In realtà è proprio così. Non potevi fare davvero nient’altro. Avresti certamente voluto, sperato…ci hai perfino provato concretamente. Hai cercato aiuto e non ne hai trovato nemmeno una briciola. Hai fatto il possibile e non è bastato a fare qualcosa di diverso. Così hai dovuto salvarti almeno tu. Hai fatto del tuo meglio per evitarlo finché non ti sei trovata costretta a fare i conti con la realtà nella quale stavi vivendo.
    Spero tu possa trovare l’aiuto che cerchi.

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