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La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”

Somigliava ad una stella di neve, mio figlio, uno dei miei figli, mentre scivolava – inconsistente ed incompiuto – lungo una cannula translucida da un’ampolla di laboratorio dritto dritto fin dentro il mio utero. Un pugnetto di cellule pari invisibili allo sguardo umano. Carne, una promessa di carne, che tornava alla carne che l’aveva generata. Ne seguivo il percorso immaginario attraverso un monitor ecografico, le lattine dei miei incanti e dei miei disincanti ben allineate sul muretto della buona sorte. Il quinto tentativo di fecondazione assistita. Un figlio già abortito spontaneamente, un altro che non sapevo avrei abortito a breve. Il gemello immobile del figlio poi nato, un bimbo con lo sguardo da alieno e troppa, troppa poca crosta tra la spinta dell’aria e i suoi organi interni. Anche oggi, a distanza di anni, quando lo vedo correre pare che il vento lo attraversi e lo gonfi, sollevandolo sulle sue gambe magre da ragazzino approdato qui da galassie che non conosco. Mio marito continuava a sussurrare come sei piccolo, come sei piccolo. La vestaglia buona con i risvolti di raso avorio, la tovaglietta coordinata con il portaposate ricamato a mano, i bicchieri con il porta bicchieri di plastica giallo sole, il rotolo di carta igienica , l’uva, i libri che mi portava mio marito insieme ai suoi occhi buoni e al ruolo di buon padre, padre immaginario, padre immaginato nei tanti pomeriggi in cui ne scorgevo il profilo nudo della spalla, quella cavità d’uomo a forma di amaca, levigata, ospitale e mi ci immaginavo, adagiata nel sonno, la testa di un neonato. Io, appena ingravidata dalla tecnica e dal miraggio tremulo dell’amore, percorrevo un corridoio notturno d’ospedale – l’ennesimo – illuminato dal blu catodico di un televisore, cercando una conferma, un sollievo, camminando avanti ed indietro, come fossi già una partoriente, per lenire il dolore di una domanda che non potevo eludere: perché volevo diventare madre?

Madre lo sono diventata. Di quel bimbo sopravvissuto, di due pesciolini ora dormienti sui fondali marini, e poi di una bimba venuta – da sola, attraverso un amplesso giocato sull’ultima protuberanza dell’Europa con l’Africa ad un tiro di schioppo – a scompigliare l’ordine del discorso, a sgretolare, corrompendolo per sempre, il sacro immaginario della maternità. La devozione al mito scambiata per devozione al figlio. La secolare consegna dei grembi femminili alla rappresentazione del materno. Le nostre esistenze consegnate al mito, di placenta in placenta, di dilatazione in dilatazione, tacendo (riguardose e con un vezzoso inchino) delle mani che abbiamo messo sulle bocche urlanti dei nostri figli per farli smettere di piangere, nelle centinaia di notti in cui la brezza increspava le tende di chiffon e noi, io, mi dondolavo esausta tra rigurgiti acidi, incrostazioni di caffè, pupazzi con la testa rovesciata, immaginando il trambusto fuori, gli scintillii della città. Cercavo la me stessa che, da ragazzina, saltava in piena notte da un autobus all’altro, abbandonandosi sui sedili accanto ai finestrini, assieme ad un’ amica, spartendoci una birra grande che avevamo imparato ad aprire con l’accendino, unite dalla nostra sguaiata tristezza e dal cavo degli auricolari del walkman. Ascoltavamo a tutto volume pezzi Heavy Metal degli Scorpions e degli AC/DC oppure album interi dei Depeche Mode e dei The Cure, attraversando pezzi di città spettrali e magnifici, finalmente denudati da ogni forma di magniloquenza storica o dal via-vai impiegatizio dei pendolari e degli studenti. Fasci di luce multicolor ci saettavano accanto. Qua e là nugoli di cartacce venivano sollevati dal vento, i locali alla moda esibivano il loro design di acciaio e plastica imitazione Kartell, gli idranti sembravano sentinelle medioevali, i maestosi portoni con i batacchi in ferro battuto evocavano pettegolezzi condominiali e furtive carezze tra amanti. La vernice scrostata delle barre di appoggio ci lasciava sulle mani, a volte, puntini rossi luminosi che guardavamo rapite in controluce. Mi chiedevo spesso se da grande mi sarei sentita protetta all’interno di una casa dignitosamente ammobiliata. Se mi sarebbe realmente piaciuto, oppure avrei rimpianto quelle notti, la condensa sui finestroni, i tappetini tanto lisi che ne sentivi la gomma sotto la suola delle scarpe, lo schiaffo d’aria fredda quando i portelloni si spalancano sulle pensiline semivuote delle ore tarde. Me lo chiedevo allora e continuo a chiedermelo tutt’oggi.

Solo che, nel frattempo, l’ho fatto a brandelli il mito della maternità. Ci siamo ridotti tutti a brandelli qui in questa famiglia che racconto dove, ordinariamente, siamo stati vittime e carnefici di una macelleria emotiva che, dissacrando il dissacrabile, ha restituito e restituisce lampi di luce accecante. Ci sono state fughe, perché ogni maternità ne ha almeno una, di me incinta sotto le mani di altri uomini. Ci sono state fughe virtuali per scampare alla micro-meccanica dei dispiaceri, dei silenzi e dei dispetti coniugali. Ci sono stati spintoni sleali, urla urlate e urla soffocate, rancori sedimentati a creare stratificazioni geologiche e spettrali, insostenibili, giornate fatte di niente. Io che guardavo il mondo attraverso la carta delle caramelle Rossana per mitigarne il lucore grigiastro, i bambini impiastricciati di pappa e acquerelli da lavare sì, ma dopo, le bottiglie di vino stappate alle undici di mattina, mio marito che mi fa piegare, mi scopa per bisogno e senza voglia, dopo si addormenta. Io che esco di notte, pallida e sporca, a sgranare il rosario dell’odio e della solitudine a piedi intorno all’isolato dieci, mille volte. Io che mi fermavo a guardare i miei bimbi dormire, e l’amore per loro – l’amore indicibile assieme al rifiuto non detto – mi faceva venire i conati di vomito. La casa che mi si piegava addosso, quasi accartocciandosi sul mio dolore stupito, indigeribile. Il potere sulla vita dei miei figli che ho provato, attonita e sgomenta, da madre, la morte che avrei potuto somministrare assieme alla vita. La famiglia infelice, la famiglia cattiva.

Mi è servita un’ascia per fare a pezzi la foresta incantata e insidiosa della maternità e dare fuoco ai ceppi. Tutti. Uno per uno. Ho dovuto fare un falò, lo avrete visto pure voi da lì, è stato un falò immenso, che ha prodotto braci e ustioni per anni, di tutto ciò che mi avevano raccontato – le donne, soprattutto le donne, nelle loro consegne perfide perché insincere – sull’essere madre. Ho dato fuoco alle parole apprese sui libri da bambina, ho dato fuoco a mia madre, le fiamme hanno disinfettato sensi di colpa e ferite pulsanti, la cenere ha lavato la sporcizia di tanti cattivi pensieri. Gli occhi infiammati hanno smesso di guardare e poi si sono riaperti e hanno visto l’amore. Mio marito era lì, con il suo profilo greco-albanese, ad accarezzarmi la schiena nuda e viva, negli occhi lo stupore muto dei superstiti. Ed erano lì, con noi, attorno al fuoco, i nostri figli tanto desiderati, incolpevoli e scalpitanti, allegri, schegge di luce conficcate nella nostra pelle di genitori sopravvissuti al mito e sopravvissuti, in qualche modo, anche a se stessi. Non indenni, non puri, senza nulla da insegnare. A te, figlia, dedico la testimonianza della tenerezza delle cose rotte, delle anomalie dei tracciati, dei bulloni spanati, delle rotaie divelte perché scompaia la paura di vivere e i racconti si tramandino terribili e sinceri, come quelli delle fiabe.

Ps: E. ci consegna ancora un magnifico racconto che parla della sua vita, quella della sua famiglia, dei suoi figli, della sua maternità. In basso trovate ancora lei, per chi volesse leggerne altri capitoli.

Della stessa autrice:

Diario di una famiglia “tradizionale”

Amo la mia famiglia e porto un plug anale

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