Diario di una famiglia “tradizionale”

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Vi ricordate del racconto di E.? Bellissimo, sincero, commovente. Quello che segue è un aggiornamento, a distanza di circa un anno e mezzo. Stessa meraviglia, stesso incanto, stessa passione viscerale. Lei e la sua famiglia crescono, vivono, e regalano un po’ della loro bellezza anche a noi. Buona lettura!

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L’imbrunire, nel mese di Marzo, qui arriva ancora violento come una saracinesca guidata da una mano frettolosa, srotolando le sue ombre sui terrazzi sporchi delle case a due piani, sulle strade di asfalto rattoppato, sui marciapiedi con le mattonelle sollevate, sulle cartacce mulinanti e le passanti che si avvolgono nelle mantelle sintetiche color castoro o verde muschio. Si dispiega distratto e impaziente fino al mare, oscura gli imponenti frangiflutti di cemento e poi corre via fino alla linea dell’orizzonte dove ancora tremano, magiche, le mie fate morgane.

Sento il freddo che scende e mi morde le guance scoperte. Scelgo sardine, merluzzi e triglie di piccola taglia. E’ il solo pesce che ci possiamo permettere. Una volta ogni due settimane. La spigola ed il salmone me li compra mio padre dal mercato il sabato mattina. Cucina il pesce per i bambini – quasi mi intima – gli fa bene. Mi porge la busta una mano guantata di giallo. Infilo la mia, di mano, nella borsa per cercare il portafoglio e, nel farlo, tintinna contro un mazzo di chiavi la mia nuova catenella anale. E’ rossa, di metallo, è sfiziosa. Me l’ha fatta trovare mio marito al risveglio ieri mattina, dopo la consueta strizzata di tette che mi fa da buongiorno. Le prende, le strizza, le titilla, a volte mi poggia la punta del cazzo sulle labbra e ruba qualche bacio. Sospira ed esce dal letto. Sono le sei di mattina e comincia la nostra giornata.

Si alza prima lui, prepara la colazione per me e per i bambini, controlla che negli zainetti ci siano merenda, acqua fresca e fazzoletti di carta. Mette su il caffè e me lo porta a letto. Mentre sorseggio il caffè mi sfila i pantaloni del pigiama e le mutande, mi bacia la fica e se ne va. Ci vediamo stasera, prendo io i bambini da scuola, tu pensa a passare in posta a ritirare quella raccomandata, per cena ti va bene pasta e lenticchie, se ce la fai passa da mia madre a vedere se ha bisogno di altre medicine. Non dimenticarti di chiedere quella cosa alla maestra. Siamo ancora stanchi, vorremmo dormire. La bambina è raffreddata, aveva sete stanotte, ci ha chiamati quattro, forse cinque volte. Sono le sette e mio marito è già fuori di casa. Quarantacinque chilometri per raggiungere la scuola, due ore di latino, due di italiano, una di storia. Novanta ragazzi al giorno di fronte: adolescenti da consolare, da entrarci in contatto, da appassionare alla vita. Crisalidi imbottite di tutto e di niente.

I nostri figli, quelli vivi, nel frattempo sono cresciuti un altro po’. Tento di svegliarli, è già tardi, siamo sempre in ritardo. Mi chiedono le coccole, mi infilo nei loro lettini, me li sbaciucchio, gli faccio il solletico. Ora basta, però, forza di corsa a lavarvi i denti. Vi aiuto io a fare il bidet, però sbrigatevi. I vestiti puliti sono sul divano. Li ho preparati la sera prima, assieme ai buoni mensa, il nuovo temperino, le forbicine spuntate, i cinque euro nella bustina da consegnare alle insegnanti, la confezione di scottex da consegnare alla bidella. In qualche modo ci laviamo e ci vestiamo tutti e tre. Mi chiudo in camera, di nascosto, solo un attimo per guardare il mio, il nostro, nuovo gingillo. Mi concedo qualche istante a pensare alle palline di dimensioni crescenti che, prima che lui rientri, mi infilerò una alla volta nel culo, i muscoli che si allargano e cedono, le contrazioni che accompagneranno l’inserimento, i millimetri di pelle risvegliati all’amore e al desiderio e poi lui che me li sfila, uno ad uno, lentamente ma senza indugi. Il mio corpo che respira e si dilata. Sospiro, guardo l’orologio, le lezioni stanno per iniziare, urlo “mettete i giubbotti e chiamate l’ascensore”. Loro, i miei bambini, escono sul pianerottolo e chiamano “ascensoooooreeee”. E’ così ogni mattina.

Poi consegno le loro piccole vite al mondo per otto ore. Dovranno fare da soli, senza di me, mi auguro ogni santa mattina che trovino adulti alla loro altezza. La piccola ha i capelli cortissimi, a spazzola, li porta in giro orgogliosa. Dice che nessuna femmina li ha belli come i suoi. L’altro ha gli occhi sgranati sul mondo e pare senza filtri, sembra che tutto possa attraversarlo ed illuminarlo. E questo a me fa un po’ paura. Corro al lavoro, corro sempre. Ce l’ho di nuovo un lavoro, sapete, dall’ultima volta che vi ho scritto ne ho perso uno e ne ho trovato un altro. Mi pagano cinquecentoventieuro al mese per distribuire paillettes e balocchi, finzioni di futuro e dosi omeopatiche anti-suicidio, a tutti quelli che si affacciano a chiedere un lavoro e ottengono – se va bene – una piccola esperienza di tirocinio che, in altri tempi, avremmo chiamato forza lavoro a pochi spicci. Una variante moderna e ben confezionata del lavoro forzato. Tutti gli altri li guardi negli occhi e gli dici “mi dispiace” e tieni lì la faccia in alto perché possano sputarci meglio. Non importa se quello che guadagni tu è ugualmente umiliante.

Alla fine, alla sera, dopo l’imbrunire, ci si ritrova. Ho anch’io un regalo per mio marito, stasera. E’ arrivato il pacco che aspettavo. Il plug destinato a lui è piccolo, blu elettrico, ha un gioiellino finto sull’impugnatura che sbrilluccica – divertito e fiero – tra le natiche quando glielo infilo. Non sarà una sera in cui gli chiederò di mettere il rossetto e la matita agli occhi. Ha due gambe scolpite, meravigliose, adoro accarezzargliele fasciate dalle calze di nylon. E’ un uomo-donna bellissimo, la sua bellezza è talmente altera e superba che mi lascia ogni volta il fiato corto. Sì, è successo anche questo dall’ultima volta che vi ho scritto. Lui la chiama “educazione sentimentale”. Io non so cosa sia. Io so che abbiamo questi desideri, che sono feroci e voraci come tutti i desideri, che contengono visioni che abbiamo dovuto esplorare oltre la retorica della pornografia e della famiglia, oltre la tassonomia dei generi e degli impulsi sessuali, oltre i nomi che ci hanno dato alla nascita. Quando lo penetro, sparisce ogni forma di violenza. Defluisce dalle mani e ogni colpo di bacino, per quanto implacabile e selvaggio, è solo amore che ci salva.

L’erba anche stasera sarà dolce e lenta. I bambini dormiranno sereni. E noi, forse, ci metteremo solo l’uno dentro l’altra dondolandoci un po’, mentre ci raccontiamo le nostre giornate. O forse sarà una sera in cui lo pregherò di darmene un altro po’, un altro po’ di cazzo, un altro po’ di pelle, un altro po’ di carne dentro la mia carne, dentro la mia bocca stanca di parole e che sa ospitare e succhiare, fin giù, fino alle palle. Perché ancora non basta. E ci sarà lingua per la mia fica fino a far diventare la mia clitoride così dura e sporgente da potermi immaginare un po’ uomo, mentre spingo e godo. E sentirmi la donna, la madre e la moglie (e sì, la donna la madre e la moglie) che sento di voler essere.
E poi sarà di nuovo mattina. La colazione, la catenella sotto il cuscino, tutti i mostri ed i fantasmi ancora lì, le paure, le voglie ed il peso quotidiano di una famiglia ordinaria che, ordinariamente, traccia una strada per se stessa. Spalancando cosce e buchi del culo. Tenendo gli occhi ben aperti. Rimanendo vigili a vegliare, imbrattati ed esausti dopo il sesso, la nostra famiglia che cresce e si fa sempre più bella.

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Comments

  1. Grazie per questi racconti di vita di cui ci fai dono! Credo varrebbe la pena raccontarne di più, magari attraverso un blog personale, oppure Eretica potrebbe ospitarti più spesso tra le sue pagine…non so in che forma,ma sono convinta che certe famiglie “tradizionali” dovrebbero venire più spesso allo scoperto e raccontarsi di più, perchè in Italia abbiamo un bisogno disperato di sdoganare l’idea della famiglia Barilla. Perché è importante mostrare di più che le famiglie “tradizionali” tanto tradizionali non sono, o forse che sono tradizionalissime, ma senza perdere la loro identità. Grazie

  2. spero e mi auguro che la storia raccontata in due belle puntate sia vera.
    ce ne fossero tante di mogli così ! E anche di mariti tanto complici…
    complimenti alla loro giovinezza, quella vera autentica e vissuta 🙂
    state tranquille di una cosa, una unione senza sesso o con un sesso di routine
    è una unione col destino segnato…
    ciao

  3. Bravissima, autentica, vera, passionale. Dovresti scrivere un libro.

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