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Nessun@, a parte lei, può gestire il corpo della “donna malata”

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Quando ho letto “La Teoria della Donna Malata” ho subito pensato quanto mi riconoscessi in quella dimensione personal/politica. Qualche tempo fa il mio corpo si è ribellato, probabilmente lo aveva fatto da prima ma io non avevo preso in considerazione i segnali. Ho dovuto ripensare i miei ritmi, le mie relazioni sociali. Ho valutato quali fossero le mie reali priorità. Ho cominciato a rivolgere la parola solo a persone che stimo e che mi fanno bene. Perché ho chiara la dimensione dell’aver cura che prescinde da identitarismi e posizionamenti ideologici. Mi sono ritrovata a scontrarmi con stereotipi che avevo lasciato da parte per un bel po’. Gli affetti che vivono la “cura” nei termini in cui la società impone. Come ruoli predestinati e non come scelta libera e lieve. D’altronde io ho concesso molto poco di me. Fintanto che ho gambe e braccia per muovermi e un cervello che funziona diciamo pure che posso essere autonoma tanto quanto basta. Invece non è stato così. Non è mai così. Quando più sentivo che sarei stata di peso, perché il tempo di recupero sarebbe stato lungo, estenuante, doloroso e pieno di concessioni da parte mia che difficilmente mi affido a qualcun@, in quel caso vivevo male le attenzioni. Passaggi in auto, la spesa fatta da qualcun altr@, poi altre cose semplici, nel tempo pre e post operatorio. Cucinare, fare le pulizie, farmi anche lo shampoo. Tutto difficile e tutto delegato ad altre persone. Se non avessi accanto persone che mi vogliono bene e che vivono la cura come momento di relazione, l*i in una più stretta relazione con me, per arrivare a quella zona vulnerabile che lascio vedere difficilmente, per fare appello alla mia fiducia indubbiamente necessaria per lasciare fare ad altri, medici, chirurghi, senza aver paura, se così non fosse stato io mi sarei sentita completamente sola.

Se il corpo ha un piccolo o grande cedimento ti ritrovi ad affrontare anche il tuo rapporto con il fine vita. Fai appello alla comprensione di chi ti ama chiedendo di staccare la spina al posto tuo. Sempre se fosse stato il caso. Non corro il rischio, ora lo so, ma quando avevo paura e mi dicevo che sentirmi di peso sarebbe stata la cosa più grave per me, ho dovuto rivedere la mia idea di amore. Ora so che amo chi non è disponibile a staccare la presa e amo chi invece mi ha promesso che, in quel caso, lotterà affinché si possa fare. È dura delegare, affidare il corpo ad altri quando hai lottato per tutta la vita per fare in modo da ottenerne la assoluta gestione. Prima di arrivare al “corpo è mio e lo gestisco io”, e penso che chi ritiene io lo debba far gestire così facilmente ad altri non ha mai effettivamente scelto né pagato il prezzo per la totale autodeterminazione, prima di arrivare a quel punto voi non sapete quanti respiri, centimetri di pelle, lividi interiori e fisici, violenze istituzionali, sociali, ho dovuto individuare per smettere di confidare in esse come fossero la mia salvezza. Raggiunto quel livello, poi, quando il corpo dice che devi assegnare la responsabilità di cura ad altre persone un po’ ti senti persa. Mi sono sentita davvero persa. Ho problematizzato le mie relazioni. Sono stata in guardia affinché la cessione del mio corpo in gestione ad altr* non richiedesse la totale rinuncia. Per il mio bene. Perché è così che fa chi ti salva, no? Ti ruba tutto quanto. Vuole che tu gli/le appartenga. Perciò devi evitare di concedere troppo a chi ha nell’anima la spinta a fare l’agnello sacrificale, e che non fa altro che stabilire solo una relazione di potere con la persona da aiutare. Evitare di sollecitare cavalierato, perché sono fragile ma non mi serve tornare a restituire spazio a cavalierati e paternalismi di ogni tipo.

E voi direte che sono una rompicoglioni e che dovrei ringraziare e stare zitta, qualunque sia la persona che mi presta soccorso. Ma a me non interessa un tubo di quel che pensano certun*. Sono io che non cederò mai il mio corpo a meno che non voglia. Ho vissuto giornate di assoluta fragilità e dipendenza. Ho capito l’anima delle persone attorno, perché è in quel caso che conosci tutto quanto di qualcun@ che pure avevi avuto sempre accanto. L’amore, quello vero, che non c’entra con la possessività e con la dipendenza. L’amore che ti lascia libera di dire no, di mettere in discussione l’intrusione di chi ti spacca le vene per una cazzo di flebo. Quello che ti lascia scegliere, in ogni caso, perché il corpo è tuo e lo gestisci tu, anche se stai da schifo e per giorni devi tenere un tubo in bocca e non riesci neanche a parlare.

Se vivi con disagio simili momenti e fasi relazionali, il corpo parla. Ti dice delle cose. Allergie, psoriasi, screpolature, cose che smettono quando tu riprendi il controllo della tua vita. C’è un’infermiera che amo particolarmente che, ormai molti mesi fa, quando non potevo alzarmi per le cicatrici e la sbornia da morfina pre/durante/post intervento, mi spiegò tutto, per filo e per segno, perché non erano i parenti a dover sapere di più ma io. Anche se stordita dalle droghe legali mi giudicava capace di intendere e volere. Io ho letto i documenti, la traccia del consenso informato, ho letto anche altre cose, facoltative, e sono stata sulla sedia a leggere e leggere e a firmare e ad autorizzare. Voi direte che ogni ospedale con un personale che conosce il proprio mestiere dovrebbe fare questo, ma per me non c’era nulla di scontato. Provate ad affidarvi e vedrete quanta mancanza di professionalità, di empatia, quanto delirio di onnipotenza, quanta voglia di assumere il comando c’è nel mondo della sanità. Basta vedere chi decide di mutilare persone intersex alla nascita. Basta vedere quel che dicono i medici che ti lasciano a pietire assistenza sanitaria per una Ivg senza muovere un dito perché obiettori. Perciò è complicato chiudere gli occhi e sentire di potersi fidare di chi ti sta vicino, perché sta dicendo al chirurgo “lei non vuole che si faccia questo… non dimenticatelo… preferisce quest’altra cosa”.

Questo ha molto a che fare con quel che si discute, anche tra donne, femministe, a proposito della neofondamentalista idea di gestire il corpo altrui in nome della sua salvezza. I medici, se bravi, te lo insegnano. E te lo insegnano perfino se non ci capisci niente, se sei confusa, stordita, se hai un malessere che richiede sedativi, antidolorifici, tranquillanti, perché in ogni momento della terapia tu non smetti di essere una persona. Sei tu che hai il potere. Non ce l’ha chi ti salva. La guarigione parte da te. Nessuno può importi un cazzo. E se questa cosa la sanno in un contesto che potrebbe facilmente virare in senso autoritario, con un abuso di potere dopo l’altro, mi chiedo perché non la sanno le femministe che dicono di voler fornire alle donne non già strumenti di difesa – che le donne possono usare oppure no -, ma imperativi morali, addirittura etici, perché per stare bene tu devi semplicemente abbandonarti al ruolo della donna “malata”, per l’appunto, quella indispensabile al capitalismo, alla industria del salvataggio. E’ questo che vogliono queste femministe neofondamentaliste quando parlano di Gestazione per Altri, di velo o di sex work?

Esigono che tutte dicano: eccoci, siamo donne malate, ora curateci, ci affidiamo a voi che siete sane e sapete quel che c’è da fare. Nulla di più paternalista e autoritario di questo. Così torno a me stessa, dal personale al politico, che è quello che chiedo sempre anche a voi, perché non può esserci alcuna discussione reale se non si scende dai piedistalli e non ci si confronta mettendo in gioco se stess* e il proprio vissuto. Da donna malata, ma sempre in grado di decidere per me stessa, mi sono accorta che un uomo o una donna responsabile, capace di ascolto, in pieno contatto con il mio corpo, è in grado di sentirlo, di percepirlo e di modificare i suoi gesti in relazione ad esso. La cura intima, così come la cura sociale, non è un obbligo e non fa si che tu debba assoggettarti a chi ti cura. Non è una condizione di inferiorità psichica e se in tanti contesti capiscono che sono io a dover dire l’ultima parola su me stessa, che sono io che rivelo il sintomo e che aiuto nella ricerca della causa, perché, mi chiedo, nelle situazioni in cui mi aspetterei maggiore consapevolezza trovo invece così tante persone che assumono il ruolo di missionarie dedite al bene altrui al solo scopo di evangelizzare e pretendere conversioni?

In ospedale, a un certo punto, arrivò una suora ed io ero pronta a mandarla a quel paese perché di certo non avevo voglia di stare a sentire qualcuno che mi parlasse di fato, volontà divina, il dolore che in termini sadomaso diventa il piacere di aspirare alla salvezza eterna. Invece, questa donna, battendomi sul tempo, disse che avrebbe fatto qualcosa per me senza pretendere niente. Le chiesi di prendermi un libro, la seconda parte di una trilogia che stavo leggendo, e lei andò giù in libreria e tornò con il volume chiedendomi se avessi voluto prestarle il primo tomo. Ci confrontammo qualche giorno dopo e lei andò a prendermi il terzo atto e prese in prestito il secondo. Ho chiacchierato con lei di tutto e di più. Accanto a me, a un certo punto, ci fu una signora che in gioventù aveva fatto la prostituta. Credo di averne parlato anche su questo blog. Io, la suora e la ex prostituta abbiamo riso di tante cose e io ho smesso di sentirla come una nemica. Quella suora, per quel che mi riguarda, è più laica di alcune femministe. Non ha mai preteso che io pregassi o fingessi un interesse per la sua fede. Nessun giudizio, nessuna pretesa di conversione. Ma tanta libertà. La donna malata – che, dopo mille cambiamenti e accettazione per il cyborg che è in me, é ora in fase di guarigione, per fortuna e grazie a chi mi ha permesso di superare momenti complicati – per quel che mi riguarda è un soggetto politico per questi e mille altri motivi. Quante tra voi si sono chieste come e dove avrete spazio, in ogni caso e sempre, di vivere in libertà ogni momento della vostra vita? Ogni momento, inclusa l’incoscienza. Perché se quando io sono incosciente tu mi fai qualcosa che io non ho deciso in fase cosciente rompi un patto di fiducia. Così, quando subivo violenza da una relazione vecchia, oramai sepolta, di cui ogni tanto ho parlato, ero cosciente. Lo stesso sono stata in mille altre situazioni. Per tutti i mestieri che ho svolto. Per le mille volte che ho deciso, per me, con me, o con chiunque fosse coinvolt@ in un progetto comune.

Lo dico a tutt*, ma soprattutto alle sedicenti “femministe”: giù le mani dalla “donna malata”, considerata tale perché lo è fisicamente o lo diventa per imposizione culturale e per via degli stigmi colpevolizzanti, normativi e patologizzanti che ponete sulla sua testa. Il corpo è nostro e lo gestiamo noi, in qualunque momento, e voi non potete farci niente.

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Comments

  1. Da rileggere con calma.

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