I/Le sex workers parlano: chi ascolta?

Photo by Feminist Fightback. All rights reserved.

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di G. Garofalo Geymonat e P.G. Macioti

da Opendemocracy.net, tradotto da Grazia 

L’industria sessuale in tutto il mondo è associata con gravi forme di marginalizzazione, violenza, sfruttamento e lavoro forzato. I Media, la ricerca, la fiction raccontano storie si sex workers abusat*, sfruttat* a trafficat*. E lo fanno così spesso che cominciamo a diventare indifferenti al tema, come quasi sempre accade di fronte agli orrori del mondo. Un* sex worker uccis* in Italia, un* derubato a Rio de Janeiro durante una transazione, un* altr* sfruttat* fino alla morte in un bordello di Seoul. Povera gente, che triste vita.

Una violenza di genere, razzista, classista, omofobia e transfobica infesta il mondo del sex work e molt* di noi credono che gli stati, le organizzazioni intergovernamentali e le ONG dovrebbero offrire maggiore aiuto. Molto è già stato fatto. Infatti, si può notare che, specialmente in seguito al Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite (2000), l’ultima decade è stata testimone del moltiplicarsi di interventi ‘contro il traffico di sesso e lo sfruttamento nella prostituzione’ (per esempio vedere UNODC -> https://www.unodc.org/cld/en/v3/htms/index.html ). Il problema è l’efficacia di questi interventi, come mostra ampiamente la attuale situazione che durante questo periodo non è migliorata. Povere persone, che mondo! Ma…c’è qualcos’altro da sapere?

Noi crediamo di sì. Questa serie (di articoli pubblicati da openDemocracy e scritti da sex workers, ndt) si occupa della violenza, dello sfruttamento, dell’abuso e del traffico presenti nell’industria del sesso, ma lo fa dalla prospettiva degli/delle stess* sex workers. Sono in discussione donne, uomini, persone transgender che sono stat* direttamente toccat* dall’abuso, dallo sfruttamento e sono persone che attivamente e collettivamente resistono a tutte le forme di violenza esercita contro di loro. Pubblicando direttamente le loro voci speriamo di aiutare i/le lettori/lettrici a resistere all’indifferenza, da una parte, e a diventare più critic* nei confronti degli interventi statali, che sono diffusamente visti e legittimati come necessari a combattere il ‘traffico’, dall’altra.

Tutt* gli/le autori/autrici di questa serie sono coinvolt*, o lo sono stat* in passato, in organizzazioni di sex workers . Ciò significa che sono in o hanno fatto parte di organizzazioni composte, o portate avanti da, persone che hanno un diretta esperienza del vendere sesso.

É nostra speranza che i loro contributi, nel corso delle prossime due settimane (iniziate il 29 febbraio passato, ndt) trasmettano un po’ della radicale ricchezza e diversità di conoscenza prodotta all’interno del contemporaneo mondo dei/delle sex workers. Tale movimento è frammentato, stigmatizzato e mal finanziato, ma ha continuato ad espandersi in Europa, Stati Uniti e America Latina sin dalla sua nascita alla metà degli ani ’70. Attualmente include 273 gruppi (-> http://www.nswp.org/members ) che sono parte del Network of Sex Work Projects (NSWP) e molti altri individui in tutti i continenti. Questi si sono organizzati in seguito al rendersi conto che dire apertamente di essere un* sex workers significa mettere a rischio le proprie relazioni e la famiglia. Tal fatto ti espone   a minacce da parte dei tuoi clienti e può condurre alla violenza o all’arresto da parte della polizia, soprattutto se sei un* stranier* senza documenti. Puoi perdere la tua credibilità politica, e anche essere accusat* di rappresentare gli interessi dei/delle ‘protettori/protettrici’ e di prendere denaro da loro. Oggigiorno, grazie alla migrazione transnazionale, a internet e a loro impatto sui movimenti sociali transfrontalieri, i/le sex workers alzano di più le loro voci, più spesso e più chiaramente di prima. Tuttavia, è ancora difficile ascoltarli.

Parte del problema può essere che la lettura superficiale di slogans come ‘il lavoro sessuale è un lavoro come qualunque altro’, ‘il lavoro sessuale è un mio diritto’ o ‘la prostituzione è una mia scelta’ facciano erroneamente assumere ai/lle lettori/lettrici che i collettivi di sex workers pensino solo ai propri interessi e che siano organizzazioni ultra-liberali e apolitiche che ignorano i profondi problemi politici della loro industria. Come ricercatrici sociali che utilizzano il metodo partecipativo, sappiamo che le risposte dipendono anche da come vengono poste le domande e dalle persone che le pongono. Può non essere una sorpresa che, quando si reagisce a persone ostinate nel criminalizzare i loro guadagni, e nel trattarl* come inconsapevoli vittime di violenza, molt* sex workers mettano da parte la complessità analitica e diventino ‘prottettiv*’ della loro industria e della loro ‘scelta’.

Da migrantsexworkers.com

Da migrantsexworkers.com

 

Per evitare la trappola, abbiamo esplicitamente chiesto ai/lle nostr* autori/autrici di scrivere sui modi in cui si oppongono allo sfruttamento e alla criminalità nella loro propria industria; cosa pensano delle politiche degli stati sul traffico, dell’industria del sesso, della migrazione e della povertà; e quali sono, dal loro punto di vista, le strutture socio-economiche che gli/le concettualizzano come lavoratori/lavoratrici sfruttabili. In altre parole abbiamo parlato il linguaggio elaborato dai/dalle sex workers, per il quale il lavoro sessuale è lavoro.

Le risposte sono state estremamente arricchenti, perché i/le sex workers hanno parlato non solo come tali ma anche come donne, LGBTIQ, migranti, classe lavoratrice e persone colonizzate. Gli/Le autori/autrici hanno scritto come individui o come collettivi o, sostenut* da alleati, sperimentando la co-scrittura. Le organizzazioni mostrano il grande scopo dell’azione di resistenza: dalle lotte concrete per un’economia di sostenibilità e per ottenere mezzi di sostentamento quando i loro luoghi di lavoro vengono chiusi forzatamente e le strade ‘ripulite’; per protestare conto gli arresti, la corruzione e la violenza messa in atto dalla polizia; per cercare di ridurre, attraverso unioni e cooperative, lo sfruttamento di terzi o l’abuso da parte dei clienti; per sfidare, attraverso il teatro e l’arte, lo stigma sociale. I/Le lettori/lettrici troveranno resoconti di gruppi che presentano casi giuridici, che riportano violenza e che investigano su omicidi, gruppi che scrivono e diffondono reports, che rastrellano collettivamente le strade in cui lavorano, che formulano pubblicamente proposte di legge a politici eminenti che comprano i loro servizi, che si organizzano in lobbies a livello nazionale e internazionale, si alleano con altri movimenti sociali, partecipano ad eventi e forum in qualità di espert* della loro condizione, che allestiscono performances e giocano a calcio.

 

La regolamentazione del lavoro sessuale e la resistenza

La prima settimana di questa serie è dedicata a contributi dall’Europa, mentre la seconda include resoconti dall’America Latina, dall’Asia e dall’Africa. Noi abbiamo base in Europa e siamo attive qui come ricercatrici – membri di ProsPol (http://prospol.eu/is1209/) una rete di ricerca sulla prostituzione in europa – e come progettatrici nel campo dei diritti dei/delle sex workers. L’Europa è anche il paese che ha prodotto, e continua a produrre, le principali politiche nel campo della prostituzione, che vengono poi esportate in tutto il mondo. Questa tendenza iniziò verosimilmente all’inizio del XIX secolo con il ‘regolazionismo’ che costringeva le sex workers a lavorare sotto stretto controllo medico ed economico, senza ricevere in cambio alcun diritto.

In seguito venne ‘l’abolizionismo’ di fine ‘800, che considerava le sex workers come vittime che, secondo principio, non avrebbero dovuto essere criminalizzate, controllate, o sfruttate né dallo stato né da chiunque altr*. Questa prospettiva trovò espressione un secolo più tardi nella famosa Convenzione delle Nazioni Unite per la Soppressione del Traffico di Persone e dello Sfruttamento della Prostituzione di Altr* (http://www.ohchr.org/EN/ProfessionalInterest/Pages/TrafficInPersons.aspx) del 1949. Ora, più recentemente, abbiamo il ‘neo-proibizionismo’ che si focalizza sulla criminalizzazione del cliente – il cosiddetto ‘modello svedese’ che apparve la prima volta nel 1999.

Tutti questi approcci alla prostituzione si sono diffusi in giro per il mondo, sono tuttora utilizzati in varia misura (http://www.spl.ids.ac.uk/sexworklaw) e sono discussi e criticati dalle organizzazioni di sex workers. In contrasto con questi approcci, i movimenti di sex workers, sin dai loro primi documenti politici (http://www.walnet.org/csis/groups/icpr_charter.html) hanno largamente sostenuto la ‘decriminalizzazione’. La Nuova Zelanda (https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/fraser-crichton/decriminalising-sex-work-in-new-zealand-its-history-and-impact) la sta attualmente sperimentando, e il concetto ha recentemente ricevuto grande risalto dalla Risoluzione di Amnesty (https://www.amnesty.org/en/policy-on-state-obligations-to-respect-protect-and-fulfil-the-human-rights-of-sex-workers/) che lo sostiene.

Decriminalizzazione significa assenza di leggi speciali per la prostituzione e quindi la violenza, l’abuso, lo stupro e lo sfruttamento sono affrontati con gli stessi mezzi di qualunque altra attività economica o sessuale. Questo approccio, insistono le organizzazioni di sex workers, danneggia meno i/le sex workers e supporta maggiormente il loro processo di empowement rispetto ad altri ‘regimi sul lavoro sessuale’, incluso il regime relativamente progressivo che è stato implementato in Netherlands, in Germania a in alcune parti dell’Australia. Anche se di principio è orientato alla promozione dei diritti dei/delle sex workers, tale regime duramente regolato produce molti spazi di illegalità per cui i/le sex workers non possono rispettare alcune delle norme – un esempio tipico sono i/le sex workers stranier* senza documenti, come Hydra’s Peers di Berlino argomentano nel loro contributo. Inoltre questa regolamentazione può facilmente violare il diritto basico di un* sex workers di decidere come, quando e con chi fare sesso.

La questione non è così semplice, perché nel lavoro sessuale “tu metti una parte veramente importante di te in prima linea”, come fa infatti il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute dall’Italia (http://www.lucciole.org). Inoltre, la decriminalizzazione di per sé è concepita da alcuni degli/delle scrittori/scrittrici solo un primo passo nella lotta per i diritti dei/delle sex workers. Come Ava Caradonna di X:talkProject (http://www.xtalkproject.net ) sottolinea rispetto alla Gran Bretagna e all’Europa, qualunque legge che riconosce il lavoro sessuale come un lavoro, inclusa la decriminalizzazione, potrebbe essere utilizzata per peggiorare la già difficile situazione degli/delle stranier* senza documenti. Inoltre, nell’attuale regime di criminalizzazione della migrazione, semplicemente il fatto di lavorare può renderti un criminale. Dunque riconoscere il lavoro sessuale come lavoro non è sufficiente. Un cambio nelle politiche migratorie è una priorità, un punto che ugualmente enfatizza STRASS (http://strass-syndicat.org) dalla Francia, come lo è la rimozione degli ostacoli che impediscono la possibilità di organizzarsi collettivamente e lo sviluppo di alleanze con altri movimenti sociali e di lavoratori/lavoratrici.

I/Le lettori/lettrici troveranno una ‘prima ondata’ di voci in molti degli articoli di questa serie, quelle organizzazioni che esistono sin dagli anni ’80 come il Comitao dei Diritti Civili delle Prostitute in Italia, Empower (http://www.empowerfoundation.org/index_en.html) in Tailandia e Hydra (http://www.hydra-berlin.de/aktuelles/) in Germania. Ascolteremo anche una ricercatrice femminista e attivista, Gail Peterson, che gioca un ruolo cruciale come organizzatrice nella prima fase e ancora oggi ispira le riflessioni delle persone che si prostituiscono.

Altri gruppi come SWEAT (http://www.sweat.org.za) in Sudafrica, AMMAR (http://www.ammar.org.ar) in Argentina, e Davida (http://www.davida.org.br) in Brasile furono creati negli anni ’90. Molti nacquero in seno alla crisi mondiale dell’AIDS, che spinse i/le sex workers di tutto il mondo a unirsi per una educazione una organizzazione collettiva, molto più che la comunità gay. Infine, un certo numero di organizzazioni, Steel Roses (Francia), ICRSE (Europa) – http://www.sexworkeurope.org , SWAN (Europa dell’Est e Asia Centrale) – http://swannet.org , GG (Sud Corea) – https://researchprojectkorea.wordpress.com/tag/giant-girls/ , Hanteo (Sud Corea) – https://researchprojectkorea.wordpress.com/tag/hanteo/ , STRASS (Francia), X:talk Project (Bretagna), sono cresciute in reazione alle ondate di repressione e di criminalizzazione emerse nel nuovo millennio come parte di strategie ‘anti-traffico-.

Il fallimento dellanti-traffico

Tutti contesti differenti con diverse economie; livelli di benessere, ineguaglianze e educazione; relazioni di genere; storie di migrazione; colonizzazione; divisione di classe; mobilità sociale; e così via. Certamente le analisi e le richieste che i/le sex workers fanno sono contesto-specifiche. Comunque, quel che ci colpisce quando leggiamo gli articoli è che, dalle differenti organizzazioni dagli opposti lati del mondo, tutt* gli/le autori/autrici hanno qualcosa di forte da dire contro l’anti-traffico’.

Con ‘anti-traffico’ intendono l’insieme di interventi che sono presentati al pubblico come necessari per combattere lo ‘sfruttamento sessuale’ e il ‘traffico’ all’interno dell’industria del sesso, così come la liberazione delle vittime. Avviene molto di rado, riportano gli/le autori/autrici, che le politiche ‘anti-traffico’ realmente sostengano l’emancipazione delle persone nell’industria. Come ci dice il Comitato dall’Italia, una parziale eccezione è rappresentata dal famoso articolo 18 (https://ec.europa.eu/anti-trafficking/content/nip/italy_en) della Legge 286/1998 (Italia), che offre alle vittime di traffico la possibilità di avere la piena residenza. Invece gli interventi ‘anti-traffico’ tradotti in azioni contro i/le sex workers, includono l’arresto, le multe, lo stupro e il fatto che vengano spinti a situazioni di lavoro sempre più pericolose. In Europa, i/le migranti che lavorano nell’industria del sesso diventano uno specifico obiettivo della repressione da parte della polizia, della detenzione e della deportazione. In pratica, ‘salvare le persone prostitute’ significa toglierle i mezzi di sostentamento e, quando sono migranti, espellerle dai territori nazionali. I gruppi di sex workers sono chiari su questo punto: un* sex worker diventa più vulnerabile allo sfruttamento, all’abuso e alla coercizione in conseguenza dell’anti-traffico’.

Già l’anti-traffico’ è il progetto dominante, che trova consenso in tutto lo spettro politico, dalle posizioni conservative e ultra-religiose fino a parte del femminismo e alla sinistra. Il suo richiamo è dovuto in gran parte dalla semplicità del suo messaggio: ‘lotta contro la violenza sulle donne’, a tutti i costi. Come sentimento è difficile da contrastare, ma le vittime collaterali dei loro metodi sono stat* i/le sex workers, che sono in gran parte donne, persone LGBTIQ e migranti.

Come il lavoro di Gail Peterson ci ricorda, c’è un altro tipo di femminismo, di genealogia materialista, nel cui è fortemente radicata l’organizzazione dei/delle sex workers. Un femminismo che riconosce spazio e onori alle lotte delle donne, dei/delle migranti e delle persone LGBTIQ sotto il capitalistico regime del neo-colonialismo, del razzismo, e della espropriazione eterosessuale, dello sfruttamento, della violenza e dell’abuso. Come ci fa acutamente notare Empowerment dalla Tailandia: “Non facciamo i/le sex workers perché siamo pover*, lo facciamo per porre fine alla nostra povertà…non possiamo scegliere fra opzioni che non abbiamo”.

Parlare di lavoro sessuale come lavoro significa parlare di lavoro precario e sfruttato in tempi di austerità, guerra e aumento della criminalizzazione dei movimenti di persone. Significa anche parlare della resistenza e del riconoscere le nostre posizioni relative, i nostri privilegi e le ineguaglianze. Questo potrebbe essere il motivo per cui ascoltare non è così facile.

Come SWEAT dal Sud Africa ben evidenzia: “parlare di lavoro sessuale situa alcune realtà incomode di fronte a chi vorrebbe non parlare criticamente del capitale, del lavoro e del genere, ma salvare le donne in un’utopia di saldi di vestiti di seconda mano e di perline”

 

—>>>versione originale: https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/sws/giulia-garofalo-geymonat-pg-macioti/sex-workers-speak-who-listens

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Comments

  1. L’ha ribloggato su gatt(A) randagi(A).

Trackbacks

  1. […] Sorgente: I/Le sex workers parlano: chi ascolta? – Al di là del Buco […]

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