La cultura cristiana e occidentale sottomette le donne

12804667_10154015782334525_3437726036776523709_nDicono che le donne figlie di una cultura cristiana e occidentale non siano costrette alla sottomissione. Vorrei raccontare il mio punto di vista. Il punto di vista di una figlia di coppia credente ma non praticante, con parenti credenti e praticanti, fratelli agnostici o atei. Sono stata battezzata senza che il mio parere contasse nulla. Quindi la mia anima persa è stata data in affido ad un Dio di cui non sapevo niente. A scuola ero obbligata a pregare all’inizio e alla fine delle lezioni. In piedi, tutti quanti, dovevamo rivolgerci al crocifisso, appeso alla parete di ogni classe, e recitare preghiere rivolte al padre nostro e a maria. Solo una volta in cinque anni, mi hanno permesso di restare seduta e non pregare. Avevo la febbre, ma, in ogni caso, ho dovuto attendere la fine delle preghiere, prima che la maestra chiamasse un familiare che mi portasse a casa.

A scuola i libri raccontavano di un presepe in vita, con una donna messa incinta dallo spirito santo e con Giuseppe che si accollò la sorte di madre e figlio, portandoli in soccorso fuori da una città dove qualcuno compiva un genocidio. In una capanna, aiutati da contadini e pecorai, lei fece nascere Gesù, e la presenza di contadini e pecorai, animali, ovini, bovini, non fu sufficiente a dare di quel momento una regale visione. Perciò serviva aggiungere i re magi che portavano oro incenso e mirra. Mai saputo che diamine fosse la mirra, ma era necessario parlarne. Non conoscevo le preghiere a memoria. Non mi riusciva di impararle. Non ne capivo il senso.

Fin da piccola conobbi la compassione delle suore, dove trascorsi un anno. Lì credo che un bambino mi spinse su una superficie in fabbricazione. La mia gamba sanguinò. Mia madre andò su tutte le furie e mio padre fece una scenata alle suore che, secondo lui, dato che le strapagava, avrebbero dovuto fare più attenzione a noi. Erano le ultime settimane dell’anno scolastico. Poi avrei iniziato le elementari con preghiere, crocifissi, libri che imponevano ruoli di genere, stabilendo che il padre era al lavoro e la madre a fare le torte. I figli avrebbero dovuto essere grati con i padri e le madri a seconda del ruolo svolto. La chiesa fu il luogo meta delle mie uscite domenicali. Una confessione, dopo qualche tempo, poi la comunione e poi fui data in sposa a cristo, se non erro, con quell’abito bianco, virginale, che segnava il tempo della cresima. Nessuno mi consultò neanche in quei casi. Le date dei riti venivano decisi sulla base della disponibilità di vescovi e madrine. Non solo la mia anima era ostaggio di non so chi, ma il mio futuro, l’assistenza morale sarebbe stata affidata a donne che mi avrebbero ricordato come essere una brava cristiana, come se già non bastassero i miei genitori.

La religione diceva che le donne dovevano essere miti. Gli uomini più avventurosi. Le donne servizievoli. Le madri, martiri, sacrificate. Le figlie amorevoli e disponibili, ad apprendere i doveri delle donne fin da piccole. I bambini dovevano imparare a essere veri uomini. Cominciai a peccare molto presto: la masturbazione, il fatto che pronunciavo il nome di Dio invano, a volte bestemmiavo, non mi interessavano le preghiere e pensavo a Gesù più in senso carnale che in altri modi. L’unico miracolo che avrei voluto che compisse riguardava la mia sessualità, curiosa, da peccatrice sporca e irragionevole. L’altro peccato fu la pomiciata spinta durante una scampagnata organizzata dalla parrocchia. Dopo la cresima dissi al prete che non avevo fede. Non mi interessava niente della fede. Io ero atea. Avevo deciso. Non credevo all’esistenza di un Dio e non ci credo ancora. Il prete disse che sarei stata investita da una serie di sfighe madornali e così fui condannata a peccare in eterno.

12801330_10154015785624525_2418661748994358393_nLa mia verginità andò via con il mio primo rapporto sessuale, a 15 anni. Lasciai quel primo amore e decisi di conoscere meglio un tizio che mi piaceva di più. Inutile dire che il mio primo amore mi chiamò puttana perché avrei dovuto stare con lui vita natural durante dopo avergli dato la mia verginità.

In paese si diceva che ero una puttana, il mio ragazzo se ne fregava perché era uno che veniva dalla città. E menomale, ebbi un gran culo, perché aveva anche più esperienza e mi piacque moltissimo apprendere il piacere da uno come lui. Non sentii l’esigenza di rivolgermi a un prete se non quando seppi che ce n’era uno laureato in psicologia e io avevo bisogno di un consiglio su quel che avrei dovuto fare con una gravidanza indesiderata. Avevo 18 anni, lui era un prete che aveva un’amante. In paese lo sapevano tutti. Si sarebbe spretato e sposato poco tempo dopo. Perciò gli affidai quel segreto. Mi consigliò di parlarne con il mio ragazzo e di parlarne anche con mia madre. Il mio ragazzo disse che non sapeva da dove cominciare. Mia madre disse che sarebbe stato meglio abortire. Ma come, dissi io, proprio tu che ti appelli a Dio per ogni cosa mi dici che devo peccare?

La mia madrina della cresima non mi avrebbe mai più perdonata. Una rottura in meno, per fortuna. Poi il diploma e l’università. Il mio ragazzo divenne un ex. Io cominciai a fare sesso con altri, per il mio piacere. Un peccato dopo l’altro. A volte fui una tentazione per uomini talmente pii da sembrare preti. Ragazzi vergini, docenti timidi, uomini fidanzati o sposati. Mi piaceva peccare, senza dubbio. Il mio obiettivo era l’inferno. Poi incontrai un uomo che diceva di amarmi veramente. Era irascibile, passionale, molto geloso. Mi piacque appartenergli, e all’improvviso divenni una copia di mia madre e forse perfino di mia nonna. Il modello di donna imparato a forza a scuola, imposto con le fiabe che parlavano di donne salvate da altri e fedelissime mogli di re prodighi nei confronti del popolo ma a volte feroci con le consorti, diventò il mio modello. Giocai ad essere una mogliettina premurosa. Riapplicavo di riflesso ogni respiro imparato nelle dinamiche familiari per assumere un ruolo che non era il mio. Ma io non sapevo cosa avrei voluto diventare. Fui moglie, madre, amica, amante, poi mi stancai e cominciarono i primi litigi. Mi resi conto della solitudine e del vuoto fatto attorno a me. Arrivarono le prime botte perché mi ribellavo e più mi ribellavo e più lui si sentiva Dio vendicativo, punitivo, a darmi mille penitenze.

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Dapprima minacciò di lasciarmi e io ero davvero innamorata di quell’uomo che in modo morboso mi faceva sentire molto amata. Tentai di essere più “obbediente”, ma lui a quel punto diventò un’altra cosa. La dinamica si fece più viziata. Lui aveva il potere o ce l’avevo io? Ero io che lo tenevo in pugno, quando lui mostrava tanta sofferenza per la paura di perdermi, di perdere la mia devozione, o era lui che possedeva ogni briciola di me? Quel che sapevo era che quell’amore somigliava molto al rapporto di fede con un Dio infausto e terribile. Credevo in lui, lo perdonavo. Lui chiedeva perdono anche per me. Per quel che io gli facevo fare. La colpa era sempre mia. Dovetti arrivare quasi ad essere ferita a morte per capire che avrei dovuto rinunciare a fare la moglie obbediente. Lo lasciai e mi sentii vuota per molto tempo.

Tanti anni mi servirono per ricostruire un’identità nuova, per liberarmi dai modelli imposti, dai fardelli del passato, e la prima rivoluzione iniziò da me. Essere una peccatrice mi riempie di orgoglio perché peccare significa disobbedire. Significa non accontentarsi delle concessioni di nessuno. Significa non dover chiedere perdono per non aver eseguito gli ordini. Significa essere autonoma, non appellarsi a nessuno padre o a nessuna madre. Peccare significava scegliere, significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte, come la scelta di Eva, ecco qual era il problema con la religione. Non mi permetteva di scegliere liberamente, di sbagliare, di seguire il mio percorso autonomo, peccando, ovvero, scegliendo. Così, di peccato in peccato, imparai il dissenso, l’importanza di avere senso critico, di mettere in dubbio ogni cosa, di non accettare mai niente per fede, perché la fiducia cieca porta a conclusioni orrende. Porta alla disistima, all’insicurezza, porta alla negazione di se’, perché ti sei affidata a chi ti rende insicura, a chi denomina le tue scelte come peccati, a chi ti impone regole che non sono e non saranno mai realmente scelte da te.

Peccare significa vivere, e io l’ho imparato sulla mia pelle. E sulla mia pelle ho imparato quanto poco sia accettato tutto questo. Quante volte una donna libera sia chiamata troia, sia definita pazza, ribelle, terrorista. Quante volte una donna libera sia ritenuta non in grado di decidere per se’, dove l’imposizione paternalista, di chi ti dice che stai sbagliando e che devi seguire le sue norme, è sempre lì dietro l’angolo. È peccando che le donne hanno conquistato un posto nella società. Fosse per la nostra religione saremmo ancora a farci bruciare come streghe. Ed ecco che val la pena ricordare che la cultura cristiana e occidentale ha una enorme dose di delitti da farsi perdonare. Delitti compiuti contro gente di altre religioni, ebrei, musulmani, poi donne, uomini non in linea con le norme imposte, gay, lesbiche, tutte le persone che non obbedivano. Perché i peccati divennero reati e ancora oggi c’è chi vuole farci scontare la galera perché non abbiamo seguito le loro convinzioni. L’aborto clandestino è un reato. Lo è, forse, pregare altri dei. C’è chi vorrebbe fosse reato l’unione tra gay e lesbiche. C’è chi vorrebbe fosse reato l’adozione per le coppie gay. Ci sono persone che vorrebbero piegarci e mutilare la nostra laicità. Dunque, voi ditemi, perché siamo così bravi a guardare la schiavitù di genere nelle altre culture e non guardiamo quelli, fondamentalisti, che qui da noi chiamano “pericolo gender” quel che vorrebbe insegnare ai bambini al rispetto di tutti i generi? Disobbedite, siate critici, osate dissentire e chiedere il perché delle cose. E se significa peccare allora peccate. Parola di una donna, strega, femminista, che lo è diventata per crescere più libera.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Non è un problema di religioni. È un problema di interpretazione. A seconda della coscienza, della convinzione, della personalità di chi interpreta che la religione reputa ingiusto, peccato una certa azione.

  2. A me pare che nella storia di questa ragazza più che la religione abbia avuto peso qualcos’ altro, qualcosa di più quotidiano e reale, lo dice lei stessa:
    “Riapplicavo di riflesso ogni respiro imparato nelle dinamiche familiari”.
    Tutti abbiamo sentito a scuola le frasi anacronistiche sui ruoli di mamma e papà (ma che c’entrano con il cattolicesimo? Forse che quei libri sono scritti da preti?); tutti abbiamo recitato preghiere e compiuto riti forse senza senso (e appunto se li percepiamo senza senso, come potrebbero influenzare la nostra vita ? Chi è fissato con lo spauracchio del “gender” lo trova eccome un senso nella religione, anche se distorto…). La differenza la fa l’esempio concreto in famiglia. La sua famiglia non pare fosse poi così legata alla religione, visto che la madre le ha consigliato di abortire, quindi secondo me se ha introiettato un modello patriarcale e maschilista lo deve più alla propria situazione familiare che genericamente al cattolicesimo. L’argomento per lei era cruciale e allora le è “caduto l’occhio” su cose cui un altro non avrebbe fatto caso: ad esempio il dedurre dalla Bibbia esempi di comportamento maschile/femminile (senza contestualizzarli: sono storie di 2000 anni fa, per non parlare del Vecchio Testamento!)

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