Quando gli adulti negano la violenza sui bambini

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Mi chiamo Giulio, ho 42 anni e sono un infermiere. Lavoro al pronto soccorso e vedo arrivare gente di ogni tipo con qualunque tipo di ferita. Spesso arrivano donne vittime di “incidenti domestici”, accompagnate dai mariti che le intimidiscono per non farle parlare di quello che è accaduto davvero, ma altrettanto spesso arrivano bambini ustionati, feriti, con lividi che derivano da brutte cadute o da colpi inferti con qualcosa. Più spesso sono le madri a portarli e in loro vedo lo stesso atteggiamento di quei mariti codardi. Le madri violente, per la mia esperienza, non vogliono essere scoperte, contano sull’omertà della famiglia, parlano al posto di quei bambini e a volte è penoso vedere quei figli tentare di dire qualcosa cercando di non perdere l’affetto della madre.

Deve essere terribile sentirsi dilaniati dall’esigenza di liberarsi dalla violenza e dall’altra esigenza di non perdere comunque l’affetto di una persona cara. È l’amore che fotte quei bambini e quando sento parlare dell’amore materno vorrei che alcune persone vedessero quello che vedo io. A volte coprono i mariti violenti o i fratelli o le sorelle più grandi ma, credetemi, spesso coprono se stesse e mi piacerebbe metterle di fronte a qualche adulto, per vederle piangere e pregare e giustificarsi per quelle misere persone che sono.

Le ferite più frequenti sono quelle alla testa. I bambini si parano la faccia con le mani e la testa resta scoperta. Se i bambini si parano la testa, piegati in un angolo a cercare protezione, allora sono le braccia a essere livide. Potrei individuare una ferita da difesa a occhi chiusi. È la stessa per chiunque. La mamma vuole raggiungere il viso e finisce per storcere un braccio o se la prende con la schiena. L’altro livido, grosso, solitamente, si trova proprio lì. La schiena diventa una sorta di punchball. Trovi segni delle mani stampate sulla pelle nuda. Segni di qualcosa di più duro. Può essere una scarpa, un cucchiaio di legno, un bastone, una cintura, un pezzo di gomma. Una volta arrivò un bambino che piangeva perché la madre aveva rotto i suoi giocattoli. Glieli aveva spaccati sul corpo.

Sono donne che io vedo tristi, piangono, sono sicuramente avvilite, pentite, non sanno controllarsi, ma tutte queste motivazioni conterebbero nel caso in cui parlassimo di un uomo? Direi di no. I lividi sono gli stessi a prescindere da chi ne è la causa. Un livido non è “maschio” o “femmina”. Non è “paterno” o “materno” e mi fanno ridere quelli che dicono che le madri sono più attente e amorevoli. Non hanno visto quel che ho visto io. Il mio giudizio non serve a far concludere che gli uomini picchiano meno o che le madri sono dei mostri. Io dico solo che vedere una donna con il braccio ustionato perché il marito le ha buttato addosso l’acqua calda e vedere un bambino con la mano scottata perché la madre lo ha colpito con una padella calda, per me è ugualmente orribile e resta sicuramente uguale il mio senso di impotenza.

Mi chiedo perché queste persone, uomini o donne violenti, non vengano – loro – a farsi curare, per quanto sia convinto che la violenza derivi anche da un fattore culturale. È vero che se arrivassero da noi dicendo che hanno voglia di picchiare qualcuno li manderebbero in psichiatria a farsi sedare. Non sono in molti quelli che pensano che la violenza dovrebbe essere affrontata cercando di capire le cause che la provocano. E per cause non intendo le colpe ma proprio le cause, culturali, sanitarie, perché una persona violenta secondo me ha un grande livido da qualche parte e se non glielo curi difficilmente capirà che non dovrà trasmettere l’eredita della violenza subita a qualcun altro.

Un giorno un bambino arrivò in pronto soccorso con una lesione a una vertebra. La madre l’aveva sbattuto forte dentro la culla, perché non voleva addormentarsi, e così il bambino aveva avuto una specie di colpo di frusta. La vertebra si sanò perché i bambini sembrano fatti di gomma, anche se possono rompersi tanto quanto gli adulti. Non oso immaginare le azioni di quella donna di fronte a un bambino che lei stessa avrebbe potuto contribuire a rendere tetraplegico. Un colpo un po’ più forte e lo avrebbe sicuramente spezzato in due.

Di quel che vedo non parlo facilmente, e non posso ovviamente ipotizzare nulla senza riceverne conferma. Racconto questo perché mi piacerebbe che le persone violente si rendessero conto che l’umanità è vulnerabile. I corpi sono fragili, si possono rompere. Una persona che subisce violenza può restare mutilata e invalida a vita. Dovrebbe essere chiaro a tutti che la vulnerabilità non è una cosa che c’è per sfiga. Tua moglie, tuo figlio, muoiono perché tu li hai picchiati, li hai trattati male. La responsabilità è tua e non del destino, della sfortuna, del fatto che lui o lei fossero particolarmente fragili sul momento. Si rompono anche gli uomini, se è per questo, per quanto sembrino più forti e un po’ lo sono, ma se li ferisci a morte loro, udite udite, muoiono.

La cosa più frequente che vedo davanti a me è la negazione. Ma quella non la posso curare. Nessuno rivela la propria responsabilità per il livido di qualcuno. Tranne quando arrivano piangendo perché non hanno fatto nulla di intenzionale. Hanno ingoiato qualcosa di letale, detersivi, pillole. Hanno messo le dita nella presa elettrica. Hanno messo le mani vicino al fornello caldo. Sono scivolati dentro la vasca da bagno. È stato davvero un incidente o un fatto frutto della disattenzione, ma loro non volevano e allora piangono pur sapendo che l’incuria non è cosa da poco. Ma se le botte sono state date con intenzione, si sentono le scuse più creative. Il bimbo urla tutto il giorno e uno schiaffo non fa male a nessuno. Si è fatto male da solo perché è caduto dalle scale. C’è un danno grave con il quale devono fare i conti le persone violente, ovvero il fatto che non sanno convivere con se stessi e quel che hanno fatto. Solitamente inventano, ma è la madre soprattutto che interpreta il ruolo della martire derelitta. È nervosa per questo o quel motivo. Ha avuto una discussione, in casa non c’è una buona atmosfera, e può anche essere vero ma la stessa cosa si può dire per chiunque e la violenza resta comunque violenza. Allora vorrei sentir parlare un po’ di più di questa violenza sommersa che avviene al chiuso delle case, negata, omertosamente giustificata, perché i bambini non possono denunciare niente e perché quando li picchi per un buon 99% penseranno che sia stata colpa loro.

Di quante urla, pianti, botte, voi non parlate in pubblico? Quante volte giustificate la violenza contro i bambini perché tanto “un po’ di botte non hanno mai ammazzato nessuno” (errore tragico)? Quante volte vedete o sentite la vicina di casa strattonare, urlare e sbraitare contro i figli? Quanti sono i bambini troppo timidi, infelici, immobili, intimiditi, che avete visto nel corso della vostra vita e nei confronti dei quali non avete mai speso una sola parola? Sarà per questo che io non ho figli. Ho troppa paura di diventare un pessimo genitore. Forse esagero ma, d’altro canto, mi chiedo: con quale leggerezza in tanti, pur non essendo in grado di fare i genitori, fanno figli?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

Comments

  1. E questa è solo la violenza visibile, perché arriva in un luogo pubblico. Poi c’è quella “educativa”… Fisica, verbale, psicologica. I bambini sono i veri invisibili, in questa società. Perché spessissimo gli adulti sono conniventi, senza nemmeno rendermene conto. Nessuno interviene per un ceffone ad un figlio. Così la violenza diventa ordinaria e terribile. Un bambino non ha scelta. Non può nemmeno smettere di amare sua madre e suo padre.

  2. E tutto questo per non parlare della violenza psicologica…
    Capisco quello che dici.
    É orribile che nella maggioranza dei casi non si possa fare niente.

  3. Non capita spesso di imbattersi in uno sguardo sensibile come il tuo, Giulio. E’ un piacere, quando accade; un piacere e un dolore. Credo che certe cose, queste cose, possano essere comprese e sentite soltanto da due tipi di persone: quelli che le hanno vissute e quelli che sono dotati di un animo particolarmente fecondo e aperto verso l’altro, gli altri. Ti auguro di appartenere a quest’ultimo gruppo; io, beh io appartengo al primo, e sono felice che ci sia in giro qualcuno come te. A volte i corpi non si rompono, ma le anime…quelle muoiono, a volte, in certi bambini. Chi è particolarmente determinato e fortunato, come me, sopravvive, magari trova pure un buon lavoro, magari si sforza di sorridere. Ma dentro, là c’è il buio. Anche luci e colori, se è per questo, ma in fondo, in fondo a tutto questo c’è un buio impenetrabile, fatto d’angoscia, di senso di inadeguatezza (se non si sente amato, un bambino sarà portato a credere di non meritare l’amore), di una bruciante fame d’amore, che talvolta si trasforma nel suo contrario. Come te, anch’io riconosco certe ferite a prima vista: ma non quelle fisiche, io lo leggo negli occhi, negli atteggiamenti di certi bambini. E mi prende la tua stessa impotenza, e una gran rabbia, indovinando come si svilupperanno le loro storie, quali forme prenderà il loro dolore. Esiste un forte stigma su questo argomento: molti, troppi restano come increduli ascoltando certe storie, perché l’aura di affettuosa santità che circonda lo stereotipo materno vieta di aprire gli occhi sulla realtà. Ci sono tante donne che soffrono, là fuori, e troppi bambini che ne fanno le spese. E se lo racconti, ecco quegli sguardi spaventati che sembrano dire che in fondo sicuramente stai un po’ esagerando, che non è possibile, che hai di certo travisato qualcosa, che forse sei troppo sensibile e qualche “normale” schiaffo tu l’hai letto come violenza. Forse ti chiederai qual è il senso del mio commento: in fondo non lo so neppure io, volevo solo comunicare con te, perché mi hai toccato l’anima, quest’oggi, e non è cosa che capiti spesso. Thanks.

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