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#Omofobia: evitate di trasmettere pregiudizi alle generazioni future

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Sono maschio, bianco, eterosessuale. Sono nato e cresciuto nel nord Italia, in una paese di provincia rosso, solidamente amministrato dal PC dal dopoguerra in poi. Una terra ricca e strana, in cui tutti, quasi per codice genetico, andavano alla Festa dell’Unità, ma molti lo facevano scendendo dalle ville in Mercedes. Una terra in cui Bella Ciao e Allende e i Tupamaros e Che Guevara, ma anche i versi stonati dal lambrusco di “Nessuno più al mondo deve essere sfruttato” e “Contessa”, convivevano allegramente con un radicato pregiudizio contro i “taroni” che era ben più antico di Bossi & Co. Una terra di sinistra in cui l’insulto più sanguinoso che un uomo potesse ricevere era “culano”.

Sul primo pregiudizio, quello anti-meridionale, preferisco glissare. Sebbene io abbia una madre meridionale, ed abbia avuto più di un’occasione per risentirmi di simpatici canti come “Torna nella tua terra teròn!”, il mio accento, e un cognome non sospetto, mi hanno quasi sempre protetto da attacchi diretti. Le discussioni, le litigate che feci, si mantennero essenzialmente sul piano intellettuale. Quindi non c’entra. O forse anche sì, non so.

Il pregiudizio anti-omosessuale, invece, per lungo tempo non mi interessò, semplicemente non mi riguardava. Anzi, mi vergogno a dover ammettere che per buona parte della mia adolescenza fui complice incosciente dei risolini, degli ammiccamenti pieni di sottotesto d’intesa che circolavano alle spalle di un rispettato medico locale, costretto, per non perdere la clientela, ad un matrimonio di convenienza poi naufragato disastrosamente. O alle spalle di un barista locale, che con un coraggio spropositato copiava i vestiti delle sfilate di Milano e se li faceva da solo. Vestiti vertiginosi, facile bersaglio per i clienti. Grandi pacche sulle spalle, e grazie per il drink gratis, e giù a ridere, anzi, a deridere.

Del resto, l’intera temperie culturale del luogo giustificava, e quasi autorizzava, certi comportamenti. In quella terra rossa io, nel periodo adolescente, bazzicavo l’oratorio. Vi era fermento creativo, grazie ad un prete che, difetti personali a parte, ci metteva del proprio tempo e denaro di famiglia per costruire una realtà alternativa per i bambini e i ragazzi, in un deserto istituzionale sconfortante. E poi avevano una corale magnifica, e a me piaceva cantare. Tra coloro che offrivano volontariamente il proprio tempo, nel coro come nelle attività, vi era un uomo di una certa età che non faceva assoluto mistero, nelle movenze e negli accenti, della propria sessualità. Un ottimo cantante, tutti facevano grandi mostre di amicizia nei suoi confronti, tutti erano pronti, nelle pause delle prove dei canti, a sfruttare le sue doti di massaggiatore per un collo incriccato, una schiena tesa. Ma poi, fuori, non aveva praticamente amici, se si escludono gli altri due personaggi – il dottore e il barista- menzionati più sopra. Nessuno l’aveva mai esplicitamente ostracizzato. Lo sapevi, la sentivi, la paura di essere associato a lui, di passare tu stesso per “strano”. Una volta lo incrociai mentre era in macchina, mi offrì uno strappo. Accettai, e per tutto il tragitto fui sui carboni ardenti, timoroso di essere visto da solo in macchina con lui. Lo sapevi, ripeto, lo sentivi.

A diciotto anni me ne andai in un’università lontana, a molte ore di distanza. Per tutta una serie di ragioni, la popolazione maschile al suo interno era ridottissima, e la stragrande maggioranza di essa era omosessuale. Conoscerne da vicino qualcuno divenne inevitabile. Fu allora che cominciai a capire, che i singoli mattoni di voci e dicerie accumulate in diciotto anni caddero dal muro della mia stupidità. Che la sessualità di un omosessuale non è differente da qualsiasi altra, che nessuno ha intenzione di saltarti addosso contro la tua volontà. Ma soprattutto, come imparai da un amico, che essere omosessuale non è un vizio, o un divertissement, come volevano certe battute salaci, ma un durissimo processo di accettazione personale prima ancora che sociale, perché la società infetta te per primo con il rifiuto. E sempre nelle sue parole, imparai il dolore che tutto questo implica. E dell’assurdità che poter vivere ciò che si è debba causare così tanta sofferenza.

A distanza di anni pare puerile dire queste cose, tanto esse sono ovvie. Eppure mi chiedo quanto di questo percorso avrei compiuto, se non me ne fossi mai andato dalla mia provincia, e non avessi conosciuto persone vere anziché fantasmi. E quanti, tra coloro che mi lasciai alle spalle al paese, siano riusciti a liberarsi di tali pregiudizi. Quando torno a casa, certe battute le sento ancora.

Come le sento dalla mia famiglia, che si crede priva di pregiudizi ma che se alla televisione compare un personaggio “fuori dagli schemi”, commenta “Non è un po’ strano, quello?”.

Strano. Particolare. Diverso. Altro.

Non come noi.

Il mio viaggio interiore è stato utile su tanti piani. Avere molti amici e un coinquilino gay mi curò definitivamente del mio vecchio pregiudizio. Ma poi, pian piano, mi sono accorto di averne altri, in altri settori. Con alcuni di essi continuo ancora oggi a combattere, a cercare di esorcizzarli o quantomeno di tenerli sotto controllo.

Aveva ragione quell’avvocato bianco statunitense (il nome mi sfugge) che negli anni sessanta si batteva per i diritti civili degli afroamericani. Quando gli chiesero se fosse razzista, ammise candidamente: “Sì, lo sono. E’ ciò di cui mi hanno imbevuto fin dalla nascita. Ed è ciò con cui combatto ogni giorno”.

Che paradiso potrebbe diventare il mondo, a volte mi chiedo, se la gente si sforzasse non dico di cambiare i propri pregiudizi, ma almeno di non trasmetterli alle generazioni venture.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. “Ma soprattutto, come imparai da un amico, che essere omosessuale non è un vizio, o un divertissement, come volevano certe battute salaci, ma un durissimo processo di accettazione personale prima ancora che sociale, perché la società infetta te per primo con il rifiuto. E sempre nelle sue parole, imparai il dolore che tutto questo implica. E dell’assurdità che poter vivere ciò che si è debba causare così tanta sofferenza.”

    Grazie per queste parole così vere, così vissute anche sulla mia pelle.

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  1. […] Sorgente: #Omofobia: evitate di trasmettere pregiudizi alle generazioni future – Al di là del Buco […]

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