La scarsa umanità di chi si occupa di una donna che abortisce

Lei Scrive:

Cara Eretica,
(…)
Da circa un anno e mezzo sto con un ragazzo, abbiamo entrambi poco più di vent’anni, siamo studenti, stiamo bene insieme, nonostante io viva in un perenne stato d’ansia e lo tratti spesso molto male, ma lui (che mi conosce da quando eravamo bambini), per mia fortuna, resiste.

Qualche mese fa sono rimasta incinta, colpa dell’incoscienza e della noncuranza. Da subito non ho avuto dubbi su cosa fare, ho abortito.
Non è stata una decisione difficile e non me ne pento, non sono in grado nemmeno di gestire me stessa (per dei motivi che ti spiegherò) e allo stesso tempo non voglio assolutamente diventare madre ora. In futuro probabilmente, ma ora no. Solo all’idea che ora potrei avere un bambino di quasi sei mesi mi sento soffocare. Ovviamente il senso di colpa mi consuma quando leggo articoli che incitano all’odio verso le donne che abortiscono, che ci definiscono assassine e con una vasta varietà di epiteti che non sto qui a elencare. A volte mi chiedo come sarebbe stato, a volte piango, ma comunque credo che rifarei esattamente ciò che ho fatto.

Il mio ragazzo ed io siamo sempre stati favorevoli all’aborto, anche se io stessa ho sempre pensato che se l’errore è tuo, dovresti tenerti le conseguenze. Ma quando ci sei dentro, è tutta un’altra cosa e mi rendo conto che questo ragionamento ha poco senso, dato che ognuno ha la sua vita e i suoi problemi. Fare un errore non vuol dire doverne subire le conseguenze per tutta la vita. Sarò anche un’egoista, ma non riesco nemmeno a pensare a come sarebbe adesso la mia vita se non avessi abortito.

Ora, il punto non è tanto l’aborto, perché stata una mia decisione e non la cambierei. Il punto è come sono stata trattata. Appena l’ho scoperto sono stata in ospedale per fare un’ecografia di conferma, anche se ne ero già piuttosto certa. La ginecologa di turno al pronto soccorso, prima mi ha fatto gli auguri (come se la possibilità
di non voler tenere un bambino a 20 anni fosse così remota, vabbè), poi quando le abbiamo comunicato le nostre reali intenzioni ha iniziato a trattarmi come se fossi una grandissima stronza, a non degnarmi più di uno sguardo e mi ha liquidata nel giro di mezzo secondo. Il secondo passo è stato recarmi al consultorio per
ottenere il fatidico foglio che mi permetteva di abortire.

La ginecologa, freddissima, mi ha spiegato che avrei avuto una settimana per pensarci e che mi avrebbe dato degli antidolorifici per i dolori lancinanti dovuti alla dilatazione dell’utero. Niente da dire, preferisco la freddezza al disgusto totale che mi era toccato un paio di giorni prima, ma anche qui non mi è andata bene: le ostetriche che mi hanno interrogata per compilare la mia cartella si sono dimostrate ben poco empatiche. Una in particolare si è fatta gli affari miei, mi ha chiesto come potevamo essere stati così stupidi e ha cercato di convincermi a dirlo a mia madre; cosa che non avrei fatto neanche se mi avessero puntato una pistola alla testa. Ha cercato di convincermi che fosse la cosa giusta, che solo una mamma può capirti ecc ecc. In realtà so benissimo che se l’avessi detto a mia madre, per quanto io le voglia bene e lei ne voglia a me, non avrebbe mai accettato la cosa e mi avrebbe odiata (piccola parentesi: vivo in un paese piccolissimo e bigotto e se la cosa dovesse venire fuori credo che sarei stigmatizzata per sempre).

Superato anche questo passo, insieme al mio ragazzo mi reco in ospedale per l’intervento, faccio tutti gli esami che devo fare, mi inseriscono l’ovulo per far contrarre l’utero e lì mi lasciano ad aspettare dalle sette di mattina fino alle due di pomeriggio, tra dolori lancinanti e perdite di sangue, mentre tutte le donne ricoverate dopo di me passavano prima. Stessa sorte è toccata alla mia compagna di stanza, che ha resistito al dolore molto meglio di me e che se l’è vissuta anche peggio immagino, visto che sua sorella cercava di convincere il suo ragazzo a cambiare idea (mentre lei soffriva in un letto di ospedale, vabbè). Le ostetriche dell’ospedale ci trattavano come pezze da piedi, senza un minimo di riguardo o empatia, come se fossimo loro d’intralcio e stessimo facendo una cosa deplorevole.
Capisco che tante persone possano pensarlo e mi considerino una stronza, ma questo non dovrebbe essere parte integrante del loro lavoro? Non dovrebbero aiutarci a sentirci meglio e non farci sentire male?

Dopo ore di agonia, mi portano in sala operatoria, mi lasciano una mezz’ora buona in una sala dove gli infermieri lavoravano ad altro, coperta solo da un camice trasparente, al freddo. In sala operatoria tutto ok, mi addormentano subito e mi risveglio direttamente che mi stanno portando in camera. Lì ho copiose perdite di sangue, sporco il letto e continuo a sentire dolori, più lievi ma pur sempre fastidiosi, come se avessi delle mestruazioni molto dolorose. Le ostetriche chiedono a me e alla mia compagna se abbiamo bisogno di un antidolorifico. Entrambe rispondiamo di si e arrivano con una siringa. Io mi sottopongo tranquillamente alla puntura, meglio quello che i dolori, ma la mia compagna (che già aveva avuto problemi in precedenza con la cannula), rifiuta la puntura perché ha la fobia degli aghi. Per tutta risposta si sente dire che se non accetta la puntura significa che non prova abbastanza dolore.

Credetemi che non ho mai provato dei dolori così forti in vita mia e la poverina che stava con me penso che non se la cavasse molto diversamente (nonostante soffrisse in silenzio), quindi puoi immaginare quanta cattiveria ci possa essere nella risposta che le hanno dato.
Dopo poche ore dall’intervento veniamo entrambe dimesse e l’incubo “finisce”.

Ringrazierò per sempre il mio ragazzo che mi è stato vicino come nessuno avrebbe saputo fare, che nonostante abbia sofferto tantissimo ha sempre trovato il modo di preoccuparsi della mia di sofferenza, senza di lui non so dove sarei ora. Però, purtroppo, questa esperienza si è lasciata dietro un grandissimo trauma. Già di mio soffro di fortissimi disturbi dell’ansia, tra cui un disturbo ossessivo-compulsivo molto molto forte, di cui sono schiava, che guida la mia vita e decide come devo comportarmi.

Quasi ogni cosa che faccio, la faccio in base a questo disturbo, ogni cosa che faccio rappresenta per me una potenziale tragedia: la morte del mio ragazzo, di un membro della mia famiglia, un attacco terroristico, quindi devo rifarla finché questa sensazione non finisce. Ho paura di qualsiasi cosa, a malapena riesco ad uscire di casa da sola, se la mattina devo andare da qualche parte passo la notte in bianco (comunque dormo raramente la notte, non dormo una notte intera senza svegliarmi almeno 5-7 volte da anni). Dopo l’aborto la situazione è peggiorata, non riesco a combattere contro questo disturbo, non dormo la notte, non esco di casa, vivo nel terrore e faccio la stessa cosa un migliaio di volte finché il mio disturbo non mi lascia in pace fino alla volta successiva.

Ho provato a parlarne con una psicologa del consultorio, ma dopo avermi fatto parlare e aver scritto tutto quello che dicevo, mi ha liquidata dicendomi che loro non trattano disturbi dell’ansia.
Allora, disperata, le racconto dell’aborto pensando che se questo non è di loro competenza, di chi dovrebbe essere? Anche qui mi risponde che avrebbe potuto aiutarmi subito dopo l’intervento, ma non dopo qualche mese. Me ne sono andata, con un grosso punto interrogativo in testa e pentendomi di aver creduto che potesse aiutarmi. Ovviamente, essendo una studentessa che a malapena riesce a pagare le bollette, non posso permettermi uno psicologo a pagamento. Cerco di tirare avanti così, di reprimere l’ansia e mi butto sul cibo che mi calma.

La mia storia finisce qui, mi scuso per essermi dilungata tanto. Spero di non averti annoiata. Mi è bastato anche solo scriverla per sentirmi un minimo meglio.

Un abbraccio

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Comments

  1. Scusate se vado forse un po’ OT.
    Non metto assolutamente in dubbio che alcuni medici siano semplicemente retrogadi e ti giudichino in caso di aborto, ma la freddezza e l’insensibilità degli ospedali c’è anche per tutte le altre occasioni: a me è capitato con un piccolissimo intervento ad un occhio di trovarmi in mutande con solo un camice mollata lì in mezzo a persone anziane in attesa, e la ragazza prima di me è stata trattata malissimo perchè non si era spogliata in fretta ed aveva messo su la cuffia per i capelli lasciandoli fuori.
    Eravamo tese anche noi, non è certo la stessa cosa ma è un’operazione cacchio, piccolissima davvero, ma siamo persone, invece siamo stat* trattat* come animali, sembrava dessimo loro fastidio…
    A mio nonno è capitato con un’operazione molto più impegnativa, anche lui mollato per ore ad aspettare mezzo nudo e intontito in un corridoio…
    Quello che voglio dire con questo è che quando si abortisce si tende a pensare che tutti ce l’abbiano con noi e ci giudichino, a volte invece è solo “routine” per medici e infermieri, semplicemente di noi non gliene frega niente, che forse è anche peggio… Volevo solo rassicurare tutte quelle che si sono sentite giudicate, magari molti meno di quelli che voi pensate vi abbiano giudicato l’hanno fatto davvero, magari sono solo stronzi di loro………..
    Scusate se sono andata fuori tema.
    Ti abbraccio!

  2. Relativamente ai disturbi ossessivo-compulsivi forse di qualche utilità può essere la terapia breve strategica.
    Per il resto: un abbraccio.

  3. Per quel che mi riguarda, sono tendenzialmente contro l’aborto; qualche mese fa ho avuto un forte ritardo, e nonostante abbia vissuto giorni interi scanditi dall’ansia e dalle pressioni da parte del mio ragazzo per fare analisi, assumere pillole abortive etc., io sono stata ferma su una sola convinzione: non ce l’avrei fatta ad abortire, e lui se ne poteva pure andare.
    Ma sono io che non avrei la forza per farlo, e non è detto che questo non sia un gesto egoista.

    Gli ospedali e i consultori sono pieni di obiettori di coscienza, e credo sia veramente poco professionale. Non si può giudicare qualcuno in base ad una nostra scelta o a quella che pensiamo possa essere.
    Quando parliamo di aborto troppo spesso dimentichiamo che stiamo parlando di ragazzine, ragazze, donne, e quindi persone.
    Facciamo in fretta a dimenticare gli sbalzi ormonali ed i profondi cambiamenti fisici che si ripercuotono anche internamente. E sto pensando anche a chi dice di dare in adozione il/la neonat@, come se una gravidanza non stravolgesse la vita di una donna (talvolta anche di chi le sta accanto), se privata della conseguente maternità.

    La libertà di scelta altrui non consiste nell’optare per ciò che sceglieremmo noi.
    Bisogna accettare che non tutte le donne sono nate per diventare mamme, perlomeno non in qualsiasi momento, e scegliere se, come e quando diventarlo è un diritto. Giocare sui sensi di colpa, invece, non lo è. Come non lo è immischiarsi in questioni che non ci riguardano, dando aria alla bocca con commenti del tipo: “se non vuole un figlio adesso non merita di averne neppure in futuro.”, giustificandosi dicendo che si è liberi di esporre il proprio pensiero.

    Detto ciò, concordo con Sabri: chi lavora nelle strutture pubbliche è abituato (non si capisce perché) a trattare come stracci da piedi chiunque stia male. Fanno un mestiere che dovrebbe essere una sorta di “vocazione” (?), eppure spesso pare che siano stati mess@ lì per umiliare chi si rivolge a loro, per qualunque motivo,
    Sono insofferenti, indolenti, e sembrano non vedere le persone ma solo parti anatomiche. Stai lì, loro ti toccano, ti rigirano, e manco ti chiedono se ti fanno male, però ti mostrano il loro fastidio se lamenti dolore.
    Ora non saprei dirti se ce l’avevano con voi per la vostra scelta, o se semplicemente erano ignoranti ed inumani, certo è che avete beccato degli stronzi, punto. Devi vederla solo così, erano animali, perché per quanto possano essere abituati ad urla e sangue, cazzo davanti a loro c’è una persona, ed io non capisco come si possa perdere questa consapevolezza.

  4. Io ho sempre più la convinzione che molti di coloro che scelgono di lavorate nell’ambito sanitario lo facciano per sentirsi superiori a qualcuno. Non dico tutti, medici e infermieri professionali ne ho incontrati, ma sospetto che molti facciano in questo modo. Da notare che quasi tutti gli obiettori si dichiarano tali perché cattolici e quindi mi chiedo, loro che non svolgono questo compito perché visto come un peccato, lo sanno che esistono anche confessioni in cui l’aborto è ammesso? Come l’islam o semplicemente gli atei. Lo sanno che oltre che stronzi rischiano anche di passare per razzisti? Ma forse conoscendo i valori dell’italiano medio se ad abortire è la “negra” “l’araba” o “la cinese” a loro non turba perché in giro c’è ne saranno di meno!

  5. io sono stupefatta, nella mia ignoranza non pensavo potesse essere cosi doloroso .. mi hai fatto ripensare al parto .. saran dolori simili anche se per meno ore, ma vissuti in uno stato d’animo diverso .. da brivido.. ma che meraviglia allora .. oltre agli aspetti di tensione psicologica quelli fisici, davvero non pensavo tanto .. pensavo fosse tipo ciclo doloroso e non di più .. Prendi il lato positivo della faccenda .. eri convinta, sei rimasta convinta .. poi certo era meglio non trovarcisi .. ma al bivio hai preso la strada giusta per te .. e questo già è motivo per pensare bene di sé stesse .. Per il resto altri su fb ti han suggerito qualcosa per la tua compulsione .. questa si un bell’impiccio .. Un abbraccio ..

  6. Il comportamento del personale medico è stato semplicemente rivoltante. Per quanto riguarda la psicoterapia, mi vengono in mente 2 cose.Rivolgiti alla tua asl e chiedi del CSM di tua appartenenza, cosi’ potrai avere delle psicoterapie gratuite, visto che non puoi permetterti di pagare. Oppure ci sono delle associazioni che potrebbero conoscere dei centri che offrono questi tipi di servizi gratuitamente. Me ne vengono in mente 2 che hanno centri in tutta Italia e linee di ascolto: Progetto Itaka e Fondazione Idea. Entrambe si occupano di disturbi d’ansia e depressione. un abbraccio

  7. È vero che la freddezza del personale si manifesta nella gran parte delle situazioni, purtroppo bisogna essere realisti, se uno è a contatto con decine di casi al giorno prima o poi subentra una sorta di assuefazione. Quello che però a me sconvolge è che stando a tutti questi racconti riguardanti l’aborto (ci metto anche l’inchiesta di iacona a presa diretta di qualche settimana fa) è come se in Italia su questo tema vi fosse stata una regressione reazionaria. Mi spiego, a me sembra che quella maggioranza che si affermò al referendum sull’aborto sia diventata minoranza. Ciò che temo è che la maggioranza di obiettori di coscienza presenti nella sanità siamo semplicemente il contraltare di una linea contraria all’aborto maggioritaria nella società. Spero ovviamente di sbagliarmi e auguro alla protagonista del racconto di trovare una soluzione, temo tuttavia che l’unico modo sarebbe quello di riuscire a frequentare uno psicologo ma non sta a me dare consigli.

  8. lei scrive, in risposta a te (vuole restare anonima):

    “la prima volta avevo circa la tua età. i consultori erano all’avanguardia in quegli anni.
    Competenti, gentili, affidabili. Ci andavo per le visite, per la pillola, felice di poter sbrigare la mia vita privata senza coinvolgere il medico di famiglia e i miei genitori.

    Poi in una pausa pillola, rimasi incinta. Fino al ricovero tutto andò bene, le pratiche le feci al consultorio, esami, visite, consenso. All’ospedale, in una nota clinica torinese, invece fui trattata con sgarbo e maleducazione. Eravamo una ventina in una stanza accanto alle otto camere delle partorienti, quindi in mezzo a vagiti, fiocchi rosa e azzurri, culle e via vai di parenti. Ancora inesperta e succube di un educazione molto repressiva, soffrì moltissimo, fisicamente e mentalmente, andai in tilt pensando di dover pagare un prezzo per questa mia libertà sessuale.
    Le altre, tutte più giovani di me, sembravano molto tranquille, per alcune non era la prima volta e neppure la seconda, ridevano e scherzavano tra di loro. Un’unica donna più grande, mi spiegò che aveva già due figli e non poteva permettersi una terza gravidanza. Anche lei era serena. Io mi sentivo in colpa e aspettavo l’ira del Cielo che prima o poi mi avrebbe fatto qualche brutto scherzo.

    Anni dopo rimasi incinta, al secondo mese di gravidanza ebbi una minaccia d’aborto, e passai i restanti sette nella paura di essere ‘punita’ e di perdere quella figlia che invece volevo. Negli anni, non senza fatica, mi liberai dai sensi di colpa, dall’educazione ricevuta e molto altro. E’ un percorso lungo, non facile ma non impossibile. Rimasi nuovamente incinta, erano passati più di dieci anni. Iniziai le pratiche per l’IVG, in ospedale nulla era variato. Scortesi all’inverosimile compreso un ‘te lo sei meritato questo dolore’.

    Però ero più forte, una decisione presa in piena e serena consapevolezza e non ebbi alcun dolore. In tutti e due i ricoveri, non c’era stata una lunga attesa e non ci avevano dato l’ovulo. Nel giro di un’oretta eravamo tutte nel lettino a riprenderci dall’anestesia.Pochi anni fa, nove per la precisione, rimasi incinta. Una gravidanza cercata, in questo caso. Purtroppo dopo il primo mese il feto smise di crescere. La ginecologa mi fece ricoverare per il raschiamento. Io sperai di avere un aborto spontaneo ma non accadde, così mi presentai in ospedale. Anche in questo terzo caso fui trattata nel peggiore dei modi. Qui dopo un’ora mi diedero l’ovulo (e si il dolore che provoca è atroce, prima e dopo), il resto è pressoché identico al tuo racconto. Non so quanto questa mia testimonianza ti possa essere d’aiuto, se non per dirti che non sei sola.

    A me aiutò molto leggere, in generale e più specificatamente, tutto quello che avviene e avvenne sulla legge 184, comprendendo quanto ha contribuito l’educazione, l’ignoranza e tutti gli stereotipi che ci girano attorno, e soprattutto quanto riesca a insinuarsi silenziosa l’ideologia cattolica anche quando catechismo e comunione sono lontane anni luce dal tuo quotidiano. Il senso di colpa, insomma, ha un potere ‘strabiliante’ nello sconvolgere quello che si pensa libero arbitrio.
    Cercherei, se fosse possibile nella tua zona, qualche associazione che si occupa di donne, spesso nell’equipe c’è anche la psicologa e l’accesso è gratuito.

    In generale, visto la mia esperienza, e quelle che continuo a leggere qui su Abbatto i Muri, vorrei auspicare che si possa porre un freno a queste modalità brutali che ci tocca subire negli ospedali pubblici. è una vergogna. una terribile vergogna che va denunciata a voce alta.”

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