Mio nonno abusò di me: devo o non devo parlarne con mia figlia?

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Lei scrive:

L’arte di non vedere e di tacere, alcune donne, devono averla imparata da piccole. Sono Sabina, abusata dal nonno. Ho informato mia madre e lei informò mia nonna. Nessuno volle credermi. Cose da ragazzina. C’era troppo in ballo. Mio nonno ci aiutava economicamente e per mia madre fu più comodo chiudere occhi e orecchie e passare oltre. Però in realtà fecero in modo da non lasciarmi mai più sola con lui. Mia nonna era quella più attenta e mi sono sempre chiesta se lo stesso destino fosse toccato a mia madre. Non me lo disse mai, neppure quando fui più grande. Mio nonno, buon’anima, morì quando io fui adolescente. Non piansi la sua morte e decisi comunque che non ne avrei più parlato. Mamma e nonna avevano fatto di tutto per confondermi le idee. Sicuramente ero io ad aver capito male. Nonno era una gran brava persona. Non era possibile che lui fosse responsabile di così cattive azioni.

Da grande provai a riflettere sulla cosa. Dissi a me stessa che avrei dovuto fare chiarezza, più che altro perché non volevo somigliare alle protagoniste di certi film che finivano per distruggere la loro vita a causa di quegli abusi. Io non volevo essere vittima per sempre e non volevo costruire tutta la mia vita piangendo per quell’abuso. Fosse stato vivo lo avrei probabilmente denunciato, ma dopo la sua morte non potevo che considerare tutta la faccenda guadando con amarezza e compassione le donne che avevano permesso che io rimuovessi gran parte di quel ricordo. Dissi a me stessa che forse mia madre fece bene a dirmi di andare avanti, per guarire senza essere etichettata come la vittima di un pedofilo. Perché sono marchi che ti porti sempre dietro. Sono marchi che si portano dietro tutti i familiari, incluse le donne che vengono viste come custodi del segreto di un mostro.

Mio nonno non mi penetrò. Non mi spogliò. Lui si toccava mentre gli facevo le carezzine sul viso. Io in braccio a lui e lui che si dimenava per strofinarsi su di me. Potrei aver costruito tutto con la mia fantasia, ma io so che non è così e so anche che la questione per me fu relativamente traumatica, perché lo dissi subito e individuai subito in lui quello che comunque non fu un uomo di cui la famiglia si fidava. Perciò mi avevano creduto. Nei fatti prima che a parole.

Ho poi avuto una figlia e ho tentato di non proiettare su di lei i miei timori. Pensavo a suo nonno come ad una brava persona. Da parte di madre e di padre. Ho visto mio marito come un uomo giusto, meraviglioso, rassicurante. Mia figlia è sempre stata al sicuro e non sapevo come dirle di parlarmi di cose brutte senza avergliele descritte. Ma se gliele descrivi, quando lei è troppo piccola per capire, le metto in testa pensieri non suoi? Se chiedo, spaventata, se qualcuno l’ha toccata lì, non rischio di inquinare la percezione che lei ha delle relazioni? Le faccio male o le faccio bene? Ne parlammo con mio marito e scelsi, alla fine, di non imporle le mie paure. Sarei solo stata sempre in ascolto senza giudicarla mai. Perciò fui soddisfatta quando mi disse che un ragazzino, in prima media, la costrinse ad abbassarsi le mutandine.

Lei sapeva che si trattava di una brutta cosa. Le chiesi cosa volesse fare. Mi disse che voleva trasferirsi in un’altra classe. Si vergognava a dire in pubblico quello che il bambino le aveva fatto e io non potevo costringerla a superare lo scoglio della mortificazione che lei avrebbe sentito su di se’. A volte essere madre è difficile. Mia madre mi impose la sua scelta. Io non potevo imporre a mia figlia di fare quel che a me sembrava giusto per farle combattere la mia battaglia. Ne parlammo con mio marito e lui mi disse che lei sarebbe di sicuro passata per la zoccola e comunque la pensassimo non potevamo combattere una giusta battaglia di civiltà sulla pelle di una bambina che non sarebbe stata in grado di reggerla. Lui preparò tutto per trasferirla e io andai a parlare con due suoi insegnanti per dire quello che sapevo, ché almeno si regolassero per impedire che non accadesse ad altre bimbe. Credo che spiegarono in classe un paio di regole di comportamento sul rispetto delle donne. Nulla di eccezionale. Solo cose tipo “le donne non si toccano neanche con un fiore”, mentre tutti in classe facevano si con la testa.

Non potevo sperare di più e in ogni caso la mia priorità era mia figlia. Aveva dimostrato una grande autonomia e di capire più di quel che io capii solo qualche anno meno di lei. Ero soddisfatta. Davvero. La cosa più importante era che lei sapesse che io e il padre le avevamo creduto. Avevamo piena fiducia in lei. Eravamo pront* a fare qualunque cosa lei volesse. Queste sono basi solide per un buon rapporto genitori e figli. Non feci diventare la sua storia una mia ossessione. Non le impedii di vivere per paura che accadesse di nuovo. Portava in casa i compagni, per studiare. Ebbe perfino un fidanzato, in terza media. Più piccolo di lei di un anno. Poi, un bel giorno, vede in televisione un programma che parlava di abusi su minori. Da parte di adulti e non di coetanei. Non lo associò alla sua esperienza che aveva comunque superato. Aveva avuto supporto, fiducia e amore. Aveva imparato a non fidarsi di tutt* e a difendersi un po’ di più. Non chiese mai altro. Però mi disse che la cosa l’aveva colpita molto e che avrebbe voluto parlare con qualcun@ che c’era passat@.

E sono arrivata a oggi. Mia figlia è una adolescente, molto intelligente. C’è mia madre ancora viva, nel senso che parlare di quello che io ho vissuto potrebbe compromettere il loro rapporto. Io e mio marito non abbiamo ancora deciso cosa fare. Devo allungare la linea di omertà da nonna a madre a nipote o devo parlargliene? Come dirglielo senza sconvolgerla. Come dirglielo senza trasferirle un’idea poco serena della mia vita che comunque si è svolta tranquillamente. Ed è questa la domanda che faccio a voi, per confrontarmi, perché non so che fare. Voi cosa fareste se foste al mio posto?

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Comments

  1. Io aspetterei a parlarne ancora un po’, almeno che tua figlia sia adulta, l’adolescenza già è delicata…

  2. Non credo sia indispensabile raccontare chi, come, quando nel dettaglio. Però, le direi che, purtroppo, in seno alla famiglia avvengono la maggior parte degli abusi sessuali e delle violenze.

  3. Lo scopo ultimo della tua rivelazione dovrebbe essere l’educazione affinché possa rispettare, rispettarsi e farsi rispettare. Dal tuo racconto credo che questo scopo tu lo abbia già raggiunto… quindi trovo superfluo raccontarle del nonno pedofilo. Risparmiale questo dolore… Non si tratta di omertà ma agire secondo uno scopo nel modo più ottimale! Siete dei bravi genitori 🙂

    • Premettendo che non posso capire a pieno il problema, poiché non so cosa significa vivere esperienze di questo tipo, nella mia umile opinione mi trovo d’accordo con Michela.

  4. E’ difficile dare un consiglio, ma forse aspetterei che sia più adulta e che abbiate un legame diverso, più “paritario”. A un certo punto, inevitabilmente ci si allontana dai genitori e si riesce a giudicarli come persone e non come essere più o meno perfetti, ma quando si è ragazzini la cosa può essere shockante. Potrebbe anche reagire male, perché non gliene hai parlato in precedenza, sentirsi tradita. Proverei ad affrontare l’argomento in modo non diretto e magari parlargliene quando sarà adulta. Però è un consiglio che lascia un po’ il tempo che trova, vado solo a istinto.

  5. I genitori, a mio parere e per la mia esperienza personale (che mi ha distrutta e di cui non mi sento ancora di parlare) non hanno il diritto di parlare dei loro problemi ai loro figli. Io ho subito questa cosa per anni, e non la trovo assolutamente giusta.
    Quando sarete entrambe donne adulte sarà diverso, ma al momento non credo che sia giusto da parte tua raccontarle questo.
    Io adoro mia madre. Le voglio infinitamente bene. Ma alcune cose che mi ha raccontato non gliele ho mai perdonate. Non credo lo farò mai.

  6. Una molestia od una abuso non si dimentica, anche se non ne soffri più rimane sempre come un cassetto mezzo aperto su cui ogni tanto sbatti.
    Se una persona è importante, il momento in cui ti chiederai se raccontarle o meno quello che ti è accaduto, arriverà. E se decidi di tacere, ti senti un po’ di tradire quella persona.

    Voglio stare attenta a quello che dico.
    Tu perché vuoi raccontare questa cosa a tua figlia? Per spiegarle che le cose brutte accadono anche quando è impensabile aspettarsele? O semplicemente perché vuoi che tua figlia sappia? O ancora, perché vorresti che la cosa venga fuori una volta per tutte, e quindi vuoi che riconoscano chi lo ha fatto? In fondo perché proteggere la memoria di una persona che di protezione ne ha avuta sin troppa negli anni?

    Dici che tua figlia è intelligente, potresti raccontarglielo per gradi, inizi dicendole cosa ti è successo, e magari più in là nel tempo, anche in base alla sua reazione, le dici chi è stato. Mentre ti scrivo mi sono ricorda che una situazione analoga è capitata a mia nonna con il marito della madre, ed il fatto che la mia bisnonna (morta due anni fa, quindi me l’hanno raccontato quando era ancora viva) un po’ mi aveva stranita. Poi mi hanno spiegato che all’epoca funzionava così, le donne avevano paura a parlare, ad accusare chi le campava, ed avevano paura di essere additate come poco di buono, impure, invece che essere viste come vittime. Così nascondevano, ma non per scarsa fiducia, bensì per protezione, e per ignoranza, come han fatto con te. Se hanno provato a confonderti è stato solo per limitare, a modo loro e con i mezzi che avevano, i traumi.

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