Tratto nuovamente nella mia rubrica la controversa questione della prostituzione. Già con il mio primo articolo, come opinionista di questo sito, affrontai la necessaria normalizzazione di questa attività con il titolo “Contro la esclusione, regolarizzare il proibito”. Successivamente ritornai a scrivere di questo delicato tema in un articolo che guardava all’argomento attraverso il prisma dei “diritti delle prostitute”.
Senza dubbio è una tematica straordinariamente sensibile e non esiste consenso rispetto al trattamento che l’Amministrazione Pubblica dovrebbe riservare a questa vecchia attività. Nei miei articoli ho voluto sottolineare, come premessa fondamentale, che in Spagna la prostituzione non è proibita e, a questo proposito, già nel 2011 il Tribunale Plenario della Comunità Europea risolse la controversia in relazione ad una disputa intentata da alcune prostitute ceche e polacche.
Il Tribunale, le cui sentenze si applicano in Spagna, si pronunciò a favore della legalizzazione di tale attività economica, sempre e quando la stessa si eserciti per conto proprio. In rispetto a questo, ricordai il caso della Giudice spagnola Gloria Poyatos che, facendosi passare per meretrice, si iscrisse al Registro della Prevenzione Sociale come trabajadora del sexo. Pertanto, la premessa che dobbiamo tener in conto è che la prostituzione per conto proprio è già legale in Spagna. Si tratta quindi di legiferare per regolarizzare la situazione delle donne e degli uomini che praticano questa attività.
Vorrei segnalare che, dal punto di vista dei partiti, l’unica forza politica che, in Spagna, ha pianificato la regolarizzazione della prostituzione è stata Ciudadanos – Partito della Cittadinanza.
La questione è controversa e complessa. Infatti buona parte della società e della sinistra politica, spagnola e europea, considera ogni donna che esercita la prostituzione una persona prostituta, ovvero una vittima della violenza dell’uomo contro la donna o, volendo, il risultato del machismo e della disuguaglianza fra uomini e donne. Questa corrente di opinione, assunta dalla gran parte delle donne socialiste spagnole e europee, è stata quella che ha inspirato la vigente legislazione abolizionista in materia di prostituzione femminile in Svezia, Norvegia e Finlandia.
In Svezia, paese leader nel trattare la prostituzione femminile come violenza di genere, l’acquisto di servizi sessuali da parte di un uomo nei confronti di una donna è punita, per l’uomo, con la detenzione in carcere. Tuttavia, se l’acquisto di sesso avviene nei confronti di un uomo, tale condotta non è penalizzata. Ovvero, si considera delitto sollecitare servizi sessuali, in cambio di denaro, a una donna però non ad un uomo.
Di conseguenza, la legislazione abolizionista svedese non ammette l’esistenza della prostituzione femminile volontaria e libera, presupponendo che tutte le donne che si prostituiscono lo fanno, sempre, in maniera forzata, obbligate dalla imperante ideologia criminosa, il machismo.
Porto ad esempio il caso svedese perché, da anni, ci viene presentato come il miracolo contro la violenza di genere e la tratta di donne. Le autorità svedesi hanno discusso di espandere la loro politica ad altri Paesi e, nel frattempo, diffondono documenti ufficiali sui risultati della loro legislazione che mostrerebbero come in Svezia siano stati eliminati la prostituzione femminile e i maltrattamenti che tale attività necessariamente implica per le donne prostitute. Tuttavia, la divulgazione di tal presunto successo della politica abolizionista svedese è, permettetemi l’espressione, un clamoroso imbroglio.
Amnesty International, entità di prestigio mondiale, dopo più di due anni di lavoro con organizzazioni specializzate e con organismi delle Nazioni Unite, considera oggi che la depenalizzazione della prostituzione sia la migliore forma di lotta contro la discriminazione e la violazione dei diritti che soffrono le donne che la esercitano. Secondo Anna Regolar, direttrice aggiunta di Amnesty International España, per le autorità norvegesi “é delitto che due sex workers condividano un appartamento in quanto considerato bordello”. Amnesty International segnala che allo stesso modo “le autorità svedesi minacciano il proprietario e se non caccia le prostitute dalla casa, sarà accusato di promuovere la prostituzione nel suo edificio”.
La grande menzogna svedese ha dato adito alle fallaci argomentazioni dei difensori dell’abolizionismo. Tuttavia, esistono una serie di dati che evidenziano la perversione del modello svedese. Nel 2010 si aumentò la condanna da sei mesi a un anno per gli uomini che usufruiscono di servizi di prostituzione con donne. D’altra parte, la forma usata per misurare il successo si basa esclusivamente su affermazioni della polizia o degli assistenti sociali, principali beneficiari del denaro pubblico investito, le quali non si convertono in dati concreti e nemmeno in prove valutabili, ma solo in pura propaganda politica.
L’istituto svedese di statistica ha sottolineato che l’1,7% dei giovani di età compresa fra i 16 e i 25 anni avevano ricevuto denaro in cambio di sesso e questo implica che 20.000 giovani svedesi, molti dei quali minori, si prostituiscono nelle loro case.
In aggiunta, la Asociación de Prevención, Reinserción y Atención a la Mujer Prostituída (APRAMP) afferma che la Svezia è il quinto Paese dell’Unione Europea dove si consuma più prostituzione, con un 13% di uomini che pagano per avere un rapporto sessuale con donne.
Un’altra falsa conquista della legislazione svedese è che non ci sono donne straniere che esercitano la prostituzione; tuttavia questa è la conseguenza diretta della repressiva legge svedese sugli stranieri, che espelle dal Paese le donne prive di nazionalità svedese che esercitano la prostituzione.
In contrasto alla posizione abolizionista svedese, sorgono altre visioni che considerano che la proibizione della prostituzione femminile sia discriminatoria, ostacoli ancor più il lavoro delle donne e le esponga a stress e a numerosi pericoli.
Rifiutato il modello svedese, voglio segnalare che qualunque politica sulla prostituzione applica una certa prospettiva di genere, come fosse indiscutibile che la discriminazione e la violenza contro la donna siano dietro gran parte del commercio della prostituzione, anche se non della sua totalità. Certamente ci sono dati che affermano che l’89% della prostituzione femminile è forzata. Pertanto è vitale predisporre azioni per lottare contro le mafie e il crimine organizzato che hanno fra gli obiettivi lo sfruttamento sessuale. Ed è anche essenziale promuovere mezzi di riscatto e inclusione socio-lavorative per le donne che esercitano la prostituzione forzatamente e che, disgraziatamente, sembrano la maggior parte fra le prostitute.
Stando così le cose, la regolarizzazione della prostituzione non deve essere trattata nella sua dimensione economica come un commercio per lo Stato; infatti le risorse, in termini impositivi, che potrebbero provenire da questa attività dovrebbero essere reinvestite nella lotta contro la prostituzione forzata e l’inclusione socio-lavorativa delle donne vittime di violenza.
La questione della prostituzione femminile dovrebbe essere trattata, a mio giudizio, come materia di diritti umani, di diritti lavorativi e di sicurezza giuridica per le donne che esercitano liberamente la professione più antica del mondo. Solo così potremo mettere fine alla prostituzione forzata e, al tempo, ottenere che i gruppi di prostitute volontarie e libere abbiano un’adeguata protezione legale e da parte della polizia, che inizia dal riconoscere i loro diritti come persone e come lavoratrici.
Testo in lingua originale da qui
traduzione: Grazia
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