Darwin e i pervertiti: indagine sulle parole che usiamo

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di Armio Neloci

Esiste una vasta letteratura che indaga quali sono le difficoltà nel comprendere la teoria dell’evoluzione. E una cosa interessante è che se ricerchiamo questa letteratura per consultarla, i primi risultati sono una sorta di prontuario degli errori in cui si incappa quando si pensa alla selezione naturale. Ma ancora più interessante è vedere come la maggior parte degli errori su Darwin siano proprio le premesse a molti discorsi che si prefiggono di spiegare ciò che è anormale o deviante. E oggi con i dibattiti sulle unioni civili, anche se implicitamente, l’interpretazione sbagliata di Darwin fa da sfondo a molte delle questioni sulla naturalità, sulla procreazione e sull’evoluzione. Con una rapida indagine sulle parole e sui fraintendimenti si può qui agilmente provare a criticare questa retorica fondata su degli errori, così da capire che ad andare nel verso sbagliato (perversum) sono solo le opinioni errate.

Molti dei termini darwiniani sono entrati nel senso comune e vengono ormai usati anche al Family Day, e infatti si sente spesso che l’omosessualità non garantisce l’evoluzione della specie, e che in un mondo di omosessuali l’umanità scomparirebbe. Anche se in questi casi si è di fronte a strafalcioni logici, si ha però la sensazione che chi pronunci evoluzione dica almeno mezza verità, e che, in quanto certezza naturale, questa debba riassorbire le devianze. Com’è possibile che termini come natura ed evoluzione riescano a regalare un effetto di scientificità ai discorsi? Perché parlare dell’evoluzione alza delle verità a cui è impossibile obiettare? Il punto qui è dunque capire come degli assunti sbagliati riescano a creare dei muri terminologici, i quali, nel solo essere nominati, indirizzano i discorsi in una direzione piuttosto che in un’altra. In altre parole, si tratta di capire come si è forgiata una retorica che, anche se parla del contrario di quello che intendeva Darwin, non riesce ad essere oltrepassata e criticata.

Se si passano in rassegna gli assunti sbagliati sull’evoluzione, si scopre che questi poggiano soprattutto su degli immaginari evocati dai termini. E se si segue la pista terminologica si scopre facilmente che i discorsi sulla devianza rispondono a scenari che non esistono: infatti, parole come selezione e sopravvivenza, o frasi come vince il più forte, hanno plasmato un immaginario di competitività e lotta in cui si è in pericolo costante. Anche se sappiamo che secondo Darwin non è il più forte a sopravvivere, è comune credere che la vita sia sinonimo di un torneo di virilità in cui si riproduce chi vince. Battere gli altri maschi e guadagnarsi la compagna, impressionare le femmine attraverso danze e rituali: questi luoghi comuni, piuttosto che parlare dell’evoluzione, sembrano adeguare la natura ai racconti dei nostri sabati. L’estrema virilità che fuoriesce da questi stereotipi è poi accompagnata da una fobia di sopravvivenza e di scarsità di risorse. Sicuramente l’influenza di Malthus (quello che nel trafiletto dei libri di scuola parlava degli squilibri tra popolazione e risorse) ha giocato un ruolo fondamentale su Darwin, ma non è questo il pericolo, in quanto siamo capaci di razionalizzare la natura e produrre risorse: mangiamo le fragole a natale e beviamo le spremute d’arancia ad agosto. Inoltre andiamo a fare la spesa dopo pranzo, quindi non siamo succubi di una natura che ci rende passivi e in lotta costante per la limitatezza delle risorse alimentari.

Criticare questi scenari serve a comprendere che la nostra evoluzione non gira intorno alla forza e alla penuria; e questo ci costringe anche a toglierci l’illusione di una direzione naturale a cui adattarsi, pena l’estinzione. Quindi pervertiti e devianti non sono quelli che, oltre alla già difficile sopravvivenza, non permetteranno l’evoluzione della specie. Tra l’allungamento della vita media e le montagne di cibo avariato, non siamo di fronte a nessun bivio col guardiano della selezione ad indicare la vita o la morte. Un altro fraintendimento implicito nel termine evoluzione è il raggiungimento di un fine. Solo pensando a Darwin come a chi ha reso esplicito il disegno della natura si può opporre l’evoluzione alla devianza: i pervertiti sarebbero quelli che non vogliono (ma potrebbero) seguire il naturale percorso delle leggi biologiche.

Alla base di questa fallacia c’è proprio l’aver assorbito Darwin per confermare i propri sospetti: c’è un disegno, anche se non divino, che va seguito, e che ci porta a distinguere tra giusti e sbagliati. E questo disegno servirebbe al progresso dell’evoluzione, perché le specie evolvendosi migliorano, e di figlio in figlio avranno una prole più sviluppata. Dunque il pervertito sarebbe colui che mal interpretando il disegno non si riproduce e non migliora la specie. Meglio imbastire allora tutta una serie di controlli e cure per aiutare a rinsavire chi non capisce le tavole della natura, perché, ehi, l’evoluzione è scritta nelle stelle. Questo fraintendimento regala molta forza ai discorsi, in quanto si riesce a spacciare l’evoluzione come una pista naturale, come una dinamica fissa e inquadrata che recinta i normali e banna i devianti. E soprattutto la pericolosità di questo luogo comune crea le basi per il pregiudizio medico e offre il destro alla psichiatrizzazione degli anormali. Con questa fallacia del disegno di Darwin si sono laureati gli architetti della normalità.

Il darwinismo populista non è solo alla base di concezioni classicamente reazionarie, anzi, essendo penetrato nel senso comune, è un baluardo trasversale. Infatti, per altri il pervertito sarebbe un effetto collaterale del capitalismo, in quanto, lo sfruttamento esagerato della natura produce anche OGM umani. Natura opposta a Cultura, in cui il secondo termine genera perversione, e il primo è sempre intoccabile poiché l’uomo, a causa della tecnologia, è fuoriuscito dalla natura. E la natura, con la sua genuina cattiveria darwinista, ci impone dunque un’involuzione culturale e un ritorno all’evoluzione naturale, una pista sicura dove incontreremo ciò che siamo realmente. Un motto: per l’abbandono del capitale che ha alienato i rapporti umani e per una pacata riconciliazione con il verde che riassorbirà i traviati. Ne fuoriesce un’idea di perversione paragonabile alle pale eoliche che deturpano i bei paesaggi: meglio ritornare alla vista coi campi di grano e scorci naturali colmi di tralicci. Dopo il crollo delle certezze politiche, un nuovo social-darwinismo che riporterà da mamma natura e papà lavoro i figli del capitale.

Ovviamente qui si è elencato retoricamente ciò che non è Darwin e come questo sia stato interpretato e assorbito. E si è liquidato questo autore con leggerezza perché, se a conoscenza delle sue teorie, sarebbe l’ultimo da consultare sulle questioni circa la perversione (o ciò che è considerato tale). In questo vademecum di ciò che non è l’evoluzione (ma sembra esserlo) si è voluta restituire la logica di ciò che reputiamo normale, la strategia retorica che mette in piedi il disegno trascendente che giustifica la normalità. Ieri erano le leggi divine, oggi le leggi naturali, ma è proprio il proiettare la legge degli accordi sociali su altro a creare l’illusione dell’imparzialità del discorso.

Si ha a che fare dunque con meccanismi retorici che costruiscono significati neutri evocati da termini vincenti. E oggi natura ed evoluzione evocano proprio monumenti di verità, i quali, una volta pronunciati, trasformano i discorsi in spiegazioni incontrovertibili. Dunque non è importante certificare il pensiero dell’autore, ma è necessario capire come la normalità si vesta da dio, da Darwin e da Marx a seconda di cosa reputi più adatto per difendersi dagli anormali. In una dinamica sociale che produce impliciti e presupposti di normalità, dire natura ed evoluzione significa neutralizzare la storia e metterla in stand-by: una rapida tecnica che dal bisogno di neutralità costruisce retoricamente la naturalità.

Come difendersi? Bisogna riuscire a questionare i termini appena entrano nel discorso, perché altrimenti ‘(anche se non ti ho mostrato le prove di ciò che dico) dovrai essere tu ad azzardarti a dire che l’evoluzione è una teoria sbagliata’. Se si lascia correre sull’uso improprio dei termini diventerà sempre più complesso mostrare che chi parla sia in antitesi con Darwin, e sarà sempre meno scontato che a quei presupposti di naturalità anche preti, single, divorziati che abbandonano i figli e genitori adottivi dovrebbero essere dei completi pervertiti. Come diceva Barthes nei Miti d’oggi, siamo di fronte a un furto di linguaggio che deforma i termini per iniettare la propria ideologia. Bisogna allora interrogare le parole e invertire la retorica per far emergere quelle che sono le perversioni del linguaggio.

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Comments

  1. Bravo
    Su youtube consiglio questo di Telmo Pievani

    e questo video che riassume storicamente i vari darwinismi sociali

  2. http://www.ibs.it/code/9788898874149/mancini-glenda/uomini-vittime-donne.html

    Il concetto di “violenza di genere” viene troppo spesso tradotto erroneamente dai mass media come “violenza esclusiva dell’uomo sulla donna”, come se l’uomo fosse destinato a ricoprire sempre e solo il ruolo di carnefice e la donna quello di vittima. Invece è possibile affermare che esiste anche una violenza della donna sull’uomo che si manifesta con caratteristiche e tipologie considerate tipicamente maschili. Nella società in cui viviamo appare impensabile che l’uomo possa essere vittima di violenza da parte di una donna, tanto che non solo non viene denunciata, ma il più delle volte gli stessi uomini faticano a riconoscersi nel ruolo di vittima. Ci sono voluti anni di appoggio e supporto per incoraggiare le donne a denunciare la violenza domestica invece per incoraggiare gli uomini non è stato fatto nulla. È opportuno investire in ricerche senza schematismi, essere coscienti dei mutamenti della società, dei ruoli che si uniscono e si ridefiniscono

  3. molto più semplicemente le parole hanno una storia dietro se, ed essendo dei simboli portano a ruota una serie di significati di contorno, che il comunicatore in genere ritiene già acquisiti.
    e se il ricevente non li ha a priori, allora quest’ultimo cerca di ricostruire con i propri mezzi questi significati, per interpolazione per intenderci. il problema è se poi non coincide quello che si vuol comunicare con quello ricostruito. ed il problema cresce perchè cosa si è ricostruito, e questi cosa comunicherà poi?
    E’ la base del pregiudizio,ed il meme il suo veicolo di trasmissione.

    quindi fate attenzione, non usate le parole come se fossero pietre!

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