Non mi piaccio. Mi odio. State lontane da quelle come me!

break-the-chainsDopo aver letto questo post ho pianto. E’ vero. Io sono stata perfida con alcune donne che ho conosciuto. Lo sono stata molto di più con mia figlia. Mi sono resa conto, adesso che ho 56 anni, che non mi sono mai accettata. Non mi piaccio. Mi sono sempre vista troppo grassa. Ho fatto di tutto pur di dimagrire. Estenuanti prove di fatica fisica, palestra, corse, passeggiate lunghissime. Ho digiunato, e quando arrivavo ad un peso limite che mi rendeva più sicura ricominciavo a mangiare, senza sosta, e in un attimo riprendevo venti chili. Ho sfogato la mia frustrazione su altre persone. Ho detto a mia figlia che non aveva forza di volontà. Le dicevo di seguirmi e correre, dimagrire, perché avere il controllo su di lei mi dava modo di averlo , indirettamente, su di me. Quel che succede quando hai dei problemi e che li rifletti su altr*, e sei perfida nei loro confronti perché sei perfida con te stessa.

Ma questo mia figlia non lo sapeva e non lo sapevo neanche io. L’ho resa insicura. Le ho imposto di non piacersi. Le ho fatto del male. Non le ho mai detto di dimagrire per trovarsi un fidanzato ma le ho detto che non sarebbe stata in grado di fare niente se non avesse mostrato un po’ di costanza, tenacia, determinazione. L’ho ferita e oggi lei mi guarda come se io fossi la sua peggiore nemica. Ha ragione. Probabilmente lo sono stata e lo sono stata anche quando, da brava vittimista, le ho chiesto di perdonarmi per gli errori che ho fatto con lei, per i miei sfoghi d’ira, il mio umore altalenante, il mio modo distruttivo di farla sentire inutile. Ho spazzato via i suoi desideri, i progetti, ho distrutto le sue piccole cose, le sue certezze. L’ho schiaffeggiata, malmenata, per indurla a fare cose che pensavo non volesse fare per sua colpa.

Sono stata una madre terribile e all’improvviso, due anni fa, mi dicono che ero malata da sempre. Mi sono rifiutata di credergli perché comunque la malattia non mi giustifica affatto. Vedo mia figlia che mangia disordinatamente, prende peso e si odia e mi odio terribilmente anch’io per quello che le ho fatto. Le cattiverie che le ho scaricato addosso erano cattiverie che avrei dovuto rivolgere solo a me. Ed ecco quello che succede se sei nel pieno di una fase di non accettazione dei tuoi problemi e commenti su facebook l’immagine di una donna grassa che, per la miseria, ti fa il gran dispetto, come se tutto ruotasse attorno al tuo culo, di non dimagrire. E’ un affronto a te che hai passato ore a massacrarti i muscoli o l’esofago per dimagrire e vomitare. Lo vedi come una questione personale. Se vedi una che è grassa e non si mette in un angolo, non si rinchiude a casa, ma addirittura pubblica sue foto su facebook, è come se volesse dire a te che sei tu la vera fallita, tra tutte.

Sono io che mi sento così. Mi sento sola, piena di rimpianti e di risentimento per me stessa. Passato il tempo in cui rinfacciavo ad altri quello che mi capitava, adesso vivo il mio inferno e vedo quello che ho costruito, o, sarebbe meglio dire, che ho distrutto. Ho problemi con l’alimentazione, sono depressa, credo, da molti anni senza accorgermene. Sono malata. Io sono malata e non quelle che mostrano il loro corpo rotondo fregandosene dei giudizi. Io sono malata e sono stata complice morale di tanti bulli sessisti che di mestiere fanno solo gli odiatori e le odiatrici di quelle che vorrebbero cancellare dalla faccia della terra o di quelle che, secondo i loro parametri, non sono “scopabili”. Ho letto tanta merda e mi sono schierata con chi insultava, come se ci fosse realmente una ragione per imporre quegli insulti a chi non ha mai chiesto giudizi. La stronzata che ripetevo più frequentemente era che se loro pubblicavano foto allora dovevano andare incontro ai giudizi. E lo dicevo mentre io mi tenevo ben salda la mia privacy. Non una sola foto su facebook. Non un solo vero commento sulla mia vita, per quello che era ed è. Mai una vera confessione sui miei malesseri, perché è tanto più difficile parlare di se stess*, ed è molto più facile vomitare cattiverie su altre persone.

Io mi vergogno di quello che sono stata e che probabilmente sono ancora. Mi vergogno di non avere il coraggio di sfidare il mondo con una mia immagine, e mi vergogno quando penso che mia figlia ha pubblicato una foto in cui secondo me non è venuta bene, perché se mi vergogno io allora dovrebbe vergognarsi anche lei. Da quando mi hanno diagnosticato i miei disturbi, con lo psichiatra che mi deresponsabilizzava su tutto, io non riesco a non pensare che una persona malata può fare del male a tante persone e che chiedere aiuto non è una cattiva scelta. Ecco. Sto sbagliando ancora. Penso che tutte le persone che sputano giudizi cattivi sono malate. Ma quello è un inutile stigma. Si può essere malate in mille modi diversi. Conosco altre persone che hanno i miei stessi disturbi e non hanno i miei stessi rimpianti. Sono io che ho bisogno di aiuto e sono io che devo smettere di fare quel che ho fatto.

Non scrivo questo in cerca di assoluzione né perdono. Non cerco quella considerazione che giustamente ora mia figlia mi nega. Vorrei solo che qualcuna tra quelle che hanno subito bullismo in rete leggesse queste parole e capisse che le persone che l’hanno insultata sono persone che non meritano niente e sicuramente non meritano il suo disagio. Fregatevene e vivete sputando su quelle che come me sfogano frustrazione su altr* invece che risolvere i propri problemi. Ecco, ora sono davvero nuda. Non mi piaccio fisicamente. Non mi piaccio come persona. Non sono prossima al suicidio perché dovrò convivere con tutto questo. E nel frattempo il mio pensiero fisso non si scosta dall’ossessione per il cibo. Finito questo post vado a strafogarmi, perché sto male, e il cibo è l’unico anestetico che mi fa stare bene e poi ancora male. Bene e poi ancora male. All’infinito.

Sono malata. State lontane da quelle come me. Da quelle che si odiano e che non sanno fare altro che odiare. Statemi lontane. Vogliatevi bene, oggi, finché siete in tempo.

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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