Autodeterminazione, categorie imposte, stereotipi

6046b9a8367215fb9ce98aa75b858c16Mi chiamo M., sono una studentessa di 25 anni. Sono emigrata all’estero da un paio di anni, per studio. Mi trovo qui a voler condividere una riflessione che mi ronza in testa da ieri sera, che riguarda l’autodeterminazione, la libertà di essere, il rifiuto di categorie pre-impostate.

Ieri, per la prima volta in via mia, ho posato nuda. Mi trovo a mio agio con il mio corpo, sono una fervente sostenitrice del corpo umano come capolavoro artistico, in tutte le sue forme e varietà. Ho posato per una scuola di disegno ed è stata un’esperienza meravigliosa: per la prima volta, il mio corpo nudo non veniva sessualizzato. Venivo guardata come una statua, come un soggetto da rappresentare, nonostante fossi completamente nuda davanti ad un gruppo di dieci sconosciuti.

Il paese dove vivo è noto per essere ai primi posti in Europa e nel mondo per le pari opportunità e l’uguaglianza di genere, tuttavia a quel corso di disegno erano quasi tutti nostri connazionali. Perchè mi trovo a specificarlo, vi chiedete? Lo voglio specificare perchè se fosse vera la teoria, tanto sostenuta da tant* nostr* compatriot*, secondo la quale gli uomini hanno i loro istinti, non sono in grado di controllarsi davanti la pelle femminile esposta, allora ieri sera avrei dovuto subire ripetute violenze di gruppo, no? Ed invece l’ambiente di lavoro è stato assolutamente rispettoso e rilassante. A riprova che non è una coscia nuda che manda fuori di testa, bensì il significato che a quella coscia nuda si vuole attribuire.

Mi sono ritrovata a riflettere sull’autodeterminazione dopo questa esperienza mettendola a confronto con un altro evento che ho vissuto solo una settimana prima. Mi trovavo a Roma e ho deciso di visitare la Grande Moschea, sono sempre stata attratta dalla diversità culturale. La moschea ha naturalmente un codice di vestiario, così come ce l’ha una qualunque chiesa; mi è stato chiesto di coprirmi il capo e sono stata ben felice di farlo. Mi sono trovata estremamente a mio agio con il velo in testa, era come uno strato protettivo tra me e il mondo circostante, un po` come quando si indossano gli occhiali da sole o un cappuccio. Lo indosserei molto più spesso se non venisse così stigmatizzato; ho sempre creduto che autodeterminazione voglia dire sia libertà di scoprirsi che di coprirsi, finchè si sceglie liberamente di farlo.

Il confronto tra questi due episodi mi ha fatta riflettere su quanto in realtà noi esseri umani siamo persone complesse, impossibili da semplificare in categorie. Un giorno puoi essere la devota composta e coperta, il giorno dopo la modella che posa nuda davanti dieci sconosciuti. Sin dalla mia infanzia mi hanno fatto credere che bisognasse necessariamente appartenere ad una determinata categoria di persone, ed io stessa tendevo a categorizzare tutti secondo determinati criteri. Nella mia classe del liceo ad esempio c’era la “bella ragazza”, curata, con la passione della moda; c’era la sportiva, la religiosa, la “maschiaccia”, quella intelligente, e così via. Le categorie non si mischiavano mai tra di loro e io faticavo a riconoscermi in una sola di esse. Mi sentivo carina, e lo stesso intelligente e sportiva. Ero la prima, la seconda o la terza? Non c’è mai stato un tratto caratteriale che spiccasse in mezzo agli altri, e provavo una certa invidia verso chi vedevo avere dei tratti caratterizzanti più evidenti.

Ci vuole tempo e tanta auto-analisi per capire che non necessariamente dobbiamo far parte di una categoria definita, e che la bellezza delle persone sta proprio nella varietà dei tratti. Il contrasto tra questi due episodi narrate ne è la prova, per quanto mi riguarda. Autodeterminazione può voler dire libertà di essere tutto o niente. Io scelgo di essere tutte le categorie contemporaneamente.

ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha scritta.

Comments

  1. Ottima riflessione: mi permetto solo di far notare una cosa, non tanto a chi ha condiviso questa storia perché non metto in dubbio che indossare il velo per lei non sia stata un’imposizione. Però quando si parla di coprire il capo, le spalle o qualsiasi altra parte del corpo, solo per poter entrare in un luogo di culto che è anche un luogo d’arte (dove puoi entrare non per forza da credente), io m’innervosisco un po’. Vi spiego meglio ricorrendo a due episodi della mia vita, uno di quando avevo 10 anni (sessualizzata precocemente) e uno dell’estate scorsa. La prima volta mi trovavo davanti il duomo di Pisa con i miei genitori e nonostante fossi una bambina mi hanno impedito di entrare perché portavo un top che mi lasciava scoperte le spalle e non avevo nulla per coprirmi; la seconda volta davanti il duomo di Padova sono stata bloccata all’ingresso da una sorta di addetto alla sicurezza che mi ha detto (manco fossi un cane) “tu non puoi entrare!”. Confesso di non aver subito colto, pensavo che, avendomi vista con la mia reflex, si riferisse al divieto di scattare foto; poi ho capito dal suo sguardo che il problema erano gli shorts (neanche troppo corti, mi lasciavano scoperte appena le ginocchia). Le persone con cui mi trovavo erano andate avanti senza accorgersi di nulla, allora ho solo chiesto al “gentile” signore di poter entrare un attimo per avvisarle, ma è stato irremovibile. Ecco questi due episodi mi hanno molto infastidita: il primo perché, ripeto, ero solo una bambina e la cosa mi fece sentire inspiegabilmente sporca; il secondo perché ho trovato veramente eccessiva l’inflessibilità di quell’uomo. Non vorrei esagerare, ma credo di non essere più entrata in una chiesa da allora e ok, potrei veramente continuare a farne a meno, se non fosse che sono un’inguaribile amante dell’arte! Ora, di fronte a questi fatti mi sono sempre interrogata su dove stia l’esatto confine tra il rispetto per il credo altrui e il rispetto per me e la mia libertà. Si perché se qualcuno ha un problema con le mie spalle o con le mie ginocchia, le reputa scandalose e questo diventa un buon motivo per impedirmi di visitare un luogo di mio interesse, qualche dubbio mi sorge.

    • Sono proprio d’accordo!
      non vedo perché non posso entrare in una chiesa solo per guardare. A Padova è successa la stessa cosa alla mia amica, cattolica praticante, che aveva dei pantaloncini, e non capisco come lei non si sia nemmeno arrabbiata!
      Un conto è, ed è giustissimo, non avere problemi con queste cose e farlo per scelta o perché non ti da fastidio, ma un altro è essere obbligata a coprirmi per entrare!

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