La gioia e il benessere (di essere ciò che si vuole e tutte insieme)

unioni-civili

di Enrico Gullo

86 piazze italiane convocate per richiedere a gran voce il riconoscimento delle unioni civili. Piazze diseguali con rivendicazioni diverse, diversamente poste rispetto alla politica del partito di governo, ma unite da una dichiarazione di principio: i soggetti discriminati per genere e orientamento sessuale esistono, e gli è dovuto il riconoscimento di pari diritti.

Ho osservato da una posizione obliqua – quella di chi fa attivismo di movimento, come soggetto queer inserito in collettivi queer e femministi, e non nell’associazionismo – la costruzione della manifestazione nazionale. Seguire il dibattito online, naturalmente, è complicato, ma credo ci siano tutti gli elementi per ragionare su come rilanciare questo momento importante, cercando di ricomporre le fratture anziché accentuarle. Scontiamo certamente, da qualche anno, la latitanza di un movimento compatto sui temi legati al genere e all’orientamento sessuale, ma proprio perciò la manifestazione del 23 gennaio può essere un momento importante – di ricomposizione e di rilancio.

Partiamo dall’assenza di questo movimento compatto. Non ci si può nascondere che puntare alla discussione istituzionale e dietro le quinte, limitando la presenza di piazza e l’intervento deciso su temi diversi dal matrimonio, non abbia pagato molto. Ci sono stati alcuni errori di strategia: credere che le Sentinelle in Piedi potessero essere “invisibilizzate”; soffermarsi più sui casi mediatici di discriminazione, spesso linguistica o simbolica, e meno sulla discriminazione quotidiana e materiale; aver pensato di poter ottenere di più e meglio con una trasversalità fin troppo accentuata o con un settarismo controproducente. Gli errori elencati non sono necessariamente attribuibili all’una o all’altra anima del movimento o dell’associazionismo.

Sono state dette tante cose e fatti tanti tentativi: dall’aggiungere il tema del poliamore al premere sulla gestazione per altr* e sulla fecondazione assistita, al puntare all’educazione alle differenze più che alla repressione dell’omofobia, alla rivendicazione del matrimonio egualitario. Una serie di posizioni coraggiose e condivisibili hanno cercato di aprire il campo e rilanciare il movimento.

Quello su cui mi interessa ragionare, però, è – a partire anche da questi errori e dai tentativi di rilancio – come si esce da un certo scoramento e una certa mancanza di entusiasmo ormai visibile e serpeggiante tra tutte le persone che lottano nel campo delle questioni di genere e di orientamento sessuale. Rabbia per non essere ascoltate e ascoltati, rabbia per rivendicazioni che vanno solo in un senso; posture difensive rispetto all’attacco degli integralisti cattolici o di destra, rigidità rispetto alle posizioni tenute reciprocamente dalle varie parti del movimento.

È su questo scoramento che bisogna intervenire, prima di tutto. Non sono servite e ci hanno messo all’angolino le posizioni difensive e non rivendicative sull’ideologia gender; ci ha fatto arretrare pensare che le unioni civili debbano venire “concesse” e che non siano, invece, il minimo sindacale per un paese che si dica civile. Né ci hanno fatto bene le secessioni, i separatismi, le accuse e i veti incrociati. La domanda diventa allora: come si recupera l’entusiasmo? Come si recupera la gioia di agire e partecipare collettivamente, con un quadro complessivo che tenga tutto insieme?

Bisognerebbe, forse, partire dalle necessità concrete delle persone a cui questi diritti andrebbero riconosciuti, recuperare il fil rouge che tiene insieme tutte le rivendicazioni, e contemporaneamente cambiare postura, fare un cambio di passo: una postura rivendicativa, forte. Perché la verità è che il poliamore riguarda, ad oggi, davvero poche persone, tanto quanto il matrimonio o il riconoscimento di altre forme di coppia monogamica, ma questo non vuol dire che uno dei due temi (se non entrambi i temi) vada buttato a mare, e c’è la possibilità di tenere queste e altre richieste di riconoscimento.

Le singole persone, le coppie (aperte e non), i terzetti, hanno tutte delle necessità urgenti: una sanità pubblica che sempre più diventa costosa e inaccessibile, ulteriormente ostacolate/i dal proliferare di obiettori di coscienza; essere protette dall’omofobia e dal sessismo costruendo un discorso pubblico e un’educazione che parlino della fluidità del genere e dell’orientamento non come questioni astratte e fomentate da ipotetici estremisti (magari accademici), ma come fatti concreti che esistono realmente, e che riguardano – scelta o non scelta – le persone che le affrontano, e questo passa dal dire che la teoria gender, quindi, esiste e ci serve, perché non saranno gli integralisti di parte avversa a decidere se i miei gusti sessuali restano sempre gli stessi o cambiano di giorno in giorno; trovare forme di mutuo aiuto e solidarietà che ci difendano dalla precarietà lavorativa ed esistenziale nella quale tutte e tutti – soprattutto giovani – ci troviamo immerse; tra queste forme di mutuo aiuto, le nostre reti affettive giocano un ruolo fondamentale.

C’è un’espressione che nel movimento queer circola da un po’ di tempo – “diritto al benessere”. Un’espressione che può essere intesa doppiamente, come diritto alla salute e all’autodeterminazione. Un frame teorico forte, che non fa differenza fra relazioni monogamiche e non-monogamiche, che non impone di spogliarsi né di restare vestite, che afferma con forza il diritto ad accedere facilmente alle analisi del sangue come alla pillola del giorno dopo, alle profilassi preventive come all’acquisto di assorbenti e contraccettivi a un prezzo accettabile. Un discorso ampio nel quale il matrimonio egualitario sta con la gestazione per altr* come con la rivendicazione della libertà sessuale individuale.

Credo che si debba riscoprire la gioia di affermare le proprie differenze, anche di comportamento individuale, per farle diventare un’unica voce che chiede il diritto al benessere – ad essere vive, in salute, e libere di disporre come si preferisce del proprio corpo nel consenso costruito nelle relazioni con i propri partner e con i propri affetti. È un augurio che mi faccio, che questa espressione possa iniziare a circolare già nelle piazze del 23 gennaio, a fianco e a sostegno delle unioni civili – che sono un primo, piccolo passo, tanto necessario quanto insufficiente. Perché ci meritiamo di più, perché la nostra dignità si merita di più, e neanche il partito di governo può permettersi di ignorarlo.

 

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Comments

  1. Molto molto molto bello e ben argomentato. Grazie.

  2. Vincerete questa battaglia di diritti, da Cristiano ma difensore dei diritti civili, faccio il tifo per la riuscita del DDL Cirinnà, che sia il primo passo verso una vera unione civile

  3. L’ha ribloggato su Random Mee ha commentato:
    Signal boost, perché per articoli così vale proprio la pena spargere la voce

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