Attenta all’uomo nero, dicevano. E subito fu sesso!

Lei scrive:

Ciao Eretica, innanzitutto grazie per questo spazio bellissimo che è la tua pagina, ogni giorno è pura energia vitale, respiro di aria fresca. C’è tanto schifo in giro, nella vita ma soprattutto sul web che ne è il principale veicolo. Parlo di sessismo, razzismo e stupidità. Forse perché una cosa detta sembra avere sempre un peso minore di una cosa scritta, non so, però è impressionante. Mi riferisco alla storia della morte della ragazza americana, Ashley, e al tenore dei commenti che ho letto su internet. Oltre che un forte nervosismo che penso tocchi tutte le persone di buon senso, per me c’è dell’altro, una faccenda un po’ più personale. Sì perché io non sopporto tutte queste persone che hanno la pretesa di far rientrare il male in determinate circostanze, stili di vita, o addirittura etnie. Il male nell’altro, nel diverso, nello sconosciuto.

Che questo caso è l’apoteosi di tutto ciò: una ragazza, bella e libera, che tradisce (?) il fidanzato con un nero, clandestino e spacciatore, conosciuto in discoteca, che poi la uccide, forse entrambi sotto l’effetto di droghe. Praticamente, anche grazie alla morbosità dei “giornali”, il messaggio che è passato ai più, e che si tratti dei più mi fa davvero paura, è stata la conferma che le donne stanno bene a casa, controllate, in un ambiente protetto, e che se vanno con l’uomo nero questa è la fine che fanno. Anzi, a detta di troppi, la fine che si meritano. Forse la fine che mi meritavo anch’io, secondo loro:

Ho conosciuto il mio ragazzo tre anni fa, ci siamo incontrati al parco, di mattina. Lui era seduto su una panchina, io su un’altra, c’eravamo già visti nei giorni precedenti perché io andavo a comprare l’erba e lui era lì in giro, attirava la mia attenzione, aveva un aria dura, uno sguardo che non so dirti cosa mi trasmetteva, lì, seduto al bar, con la testa inclinata da un lato, io passavo e andavo avanti, non ci pensavo. Poi quel giorno mi sono alzata dalla panchina e sono andata a sedermi vicino a lui e quando ci siamo ritrovati vicino, qualcosa è scattato. Non a livello di dialogo, che trovavo molto bizzarro tutto quanto mi diceva, ma fisico. Così fisico che io non ragionavo più, poche battute, ci vediamo stasera, allora alle otto, dai che ci fumiamo una canna. Passo tutta la giornata aspettando che arrivi il momento di incontrarlo, ci vediamo nello stesso parco, ma decidiamo di spostarci, ero nuova nella città, quindi mi sono lasciata portare da lui, l’ho seguito fino ad arrivare in un altro e molto più suggestivo parco, una specie di foresta, completamente deserto, buio, pieno di sentieri, con il rumore degli alberi e del fiume che era qualcosa di spettacolare. Ci siamo addentrati, seduti su una panchina, e abbiamo girato una canna. Parliamo, fumiamo, parliamo, fumiamo, seduti vicini, con le gambe che si toccano, ma lui manteneva una certa distanza.

A un certo punto ci stanchiamo sia di fumare che di parlare, e allora che si fa? Dice lui. Niente, rispondo io, ma istintivamente prendo il suo braccio e me lo passo intorno alle spalle. Mi lascia fare e per qualche interminabile secondo mi accarezza la spalla con la mano prima di girarsi e baciarmi, con una forza, una passione che ancora adesso mi manca il respiro a ripensarci. E poi abbiamo scopato. Ed è stata la cosa più bella, intensa, che mi sia mai capitata. Dopo, andando via, mi ha tenuto la mano per tutto il tempo che abbiamo impiegato a scendere il sentiero. E io mi sentivo al sicuro, fottutamente al sicuro, con la mia mano piccola stretta nella sua, grande, a cui non ero abituata. Da quel giorno ci siamo visti ogni giorno, dandoci appuntamento alla stessa ora e allo stesso posto, e abbiamo scopato, scopato e scopato…. fino ad innamorarci.

Racconto la storia all’amica che isterica mi dice che, siccome è uno straniero e uno sconosciuto, avrebbe potuto uccidermi, non dovevo fidarmi, ma che cazzo fai, dice, che problemi hai, vai in un parco a scopare con uno che non conosci, sei pazza, e se ti faceva del male? Ma se ero io che volevo saltargli addosso, replico, ma non è convinta, è diffidente, è preoccupata. Vabbè ci può stare. D’altronde nel paesino in cui vivevo non ci sono stranieri, quindi la loro sembrava a me – e a lei – una realtà totalmente altra. E pericolosa. Ma io non glielo dico all’amica che mai mi sono sentita protetta e al sicuro come tra le braccia di questo sconosciuto, non capirebbe comunque.

Tornando alla storia di Ashley, uno ha scritto che avrebbe dovuto seguire i consigli della nonna e stare lontano dagli sconosciuti. Ah, i saggi consigli della nonna. Tipo quelli della mia che quando correvo da lei, bambina, in lacrime, supplicandola di intervenire perché mio padre la smettesse di picchiarmi, si limitava ad un banale dai, f*****, così è abbastanza, forza, calmati. Le vecchie e care verità universali dei pericoli che puoi incontrare andandotene in giro di sera da sola, degli sconosciuti pronti a farti del male, se poi stranieri apriti cielo, sicuro ti violentano e ti sgozzano. Tutto questo immaginario contrapposto a quello della casa, della famiglia, unico luogo dei sacri e veri affetti, della protezione. Le mura della casa, che erano il mio incubo peggiore, la mia prigione, dove le persone che avevano il compito di proteggerti da tutto e tutti t’infliggevano il male più grande, immotivato, inaccettabile, da cui non potevi difenderti e con cui dovevi convivere, causandoti problemi che ti porterai dietro a vita.

Con lui, con uno sconosciuto, uno straniero, io mi sono sentita subito bene, al sicuro. Mi sono aperta, raccontando a lui cose che nessuno altro al mondo sa di me, con spontaneità, mi sentivo capita. Si perché questo ragazzo che mai in vita sua ha aperto un libro se non quello religioso, che ha lottato fin da quando è nato, vissuto una vita dura, che ha a che fare con la strada, troppo spesso il pericolo, e poi il viaggio in mare, e grande già da bambino e bambino ancora adesso che è grande, ha la straordinaria capacità di leggere le persone, “i segni che la gente si porta addosso” come dice Baricco in un suo libro. Che è una capacità che acquisti con l’esperienza e il contatto con le persone e l’animo umano. Che io, tra i miei mille libri e sogni ad occhi aperti tra le mura di una casetta borghese non avevo.
Tra le sue braccia grandi ho chiuso mille volte gli occhi, rilassata e tranquilla come mai lo ero stata. Avevo bisogno di sentirmi piccola. Nuda. Anche davanti a me stessa.

Certo non è stato facile e non lo è tuttora. Da atea, studentessa, che ama leggere, studiare e cercare di comprendere la realtà nella sua più estrema complessità discutere con chi è tutto il contrario, religioso, un po’ dogmatico, con strumenti di osservazione del mondo molto diversi e più semplicistici in un certo senso, non è facile. Ogni giorno abbiamo superato le barriere e abbattuto i muri, coltivando un sentimento radicatissimo che non ha a che fare con il rapporto di coppia, ma con l’affetto e il bene che a vita rimarranno indipendentemente dalle strade che prenderemo. Che quando ci guardiamo in fondo lo sappiamo che nonostante siamo innamorati e insieme stiamo benissimo la pensiamo troppo diversamente per costruire, ad esempio, un domani, una famiglia. Eppure lo vorremmo più di ogni altra cosa al mondo.

Mi ha detto che gli ho fatto conoscere l’amore, quello fatto di complicità, risate, confidenze e amicizia. Quello che in certi ambienti religiosamente orientati ti abituano a considerare come peccato. E se hai lasciato la tua terra da piccolo, da solo, ti porti tutto dentro con una forza impressionante.
Mi ha capita, mi capisce, come nessun’altro al mondo. E vale lo stesso per me per quanto lo riguarda. E mai se lo sarebbe aspettato, lui, di trovare tutto questo in “una come me”, con tutte le cose che ho fatto e che penso, che per uno così religioso in linea teorica dovrebbero essere inaccettabili, e allo stesso modo neanch’io avrei mai pensato di trovarmi così bene con “uno come lui”.
Mai e poi mai vorremmo perderci, come compagni, come amici o come fratelli.
E tutto questo è nato da una scopata, di notte, in un parco, con uno sconosciuto.
Uno straniero che per la prima volta in vita mia mi ha fatta sentire a casa.

Tutto questo per dire, e confermare, che gli stereotipi sul bene e sul male non hanno senso. Sono stupidi e dannosi, perché impediscono alle persone di qualificare il male come tale qualora si manifesti all’interno di un contesto tradizionalmente definito come quello del bene. Mi riferisco alle innumerevoli bambine, ragazze e donne, come me, che subiscono e conoscono la violenza in casa, ad opera di padri, compagni e mariti e non di spacciatori clandestini neri, come per Ashley, o di profughi richiedenti asilo come a Colonia. Ma tu lo sai, chi legge questo blog lo sa. Il problema è tutto il resto, che è marcio, che alimenta sempre la stessa cultura di pregiudizi e banali luoghi comuni.

Il male è ovunque, il bene è ovunque. Ashley ha incontrato il male, come hai scritto tu oggi, due volte: nella morte, e nel se l’è cercata di uomini ma soprattutto donne che, pur non conoscendola, hanno deciso di giudicarla perentoriamente come una zoccola drogata e sbandata che ha avuto la fine che si meritava.
Grazie dell’ascolto Eretica, ti affido questo pezzo della mia storia. Condividilo, se vuoi. Un bacio. E buona lotta, c’è bisogno di persone come te come delll’aria.

Comments

  1. Che il suo dio vi ricopra di ogni benedizione. E grazie della storia. E’ bellissima. Grazie davvero.

  2. Patroclo (gpg) says:

    Che non vi serva alcun dio o benedizione per vivere felici 😉

  3. Mi sono commossa. Grazie di averla raccontata, grazie per il tuo buonsenso e perché mi hai ricordato molto del mio ex, egiziano di 10 anni più grande di me che ho incontrato un giorno di pioggia sulla riva del mare, e che con un banale “anche a me piace la pioggia” ha cominciato un rapporto che dura ancora adesso, tra due mentalità molto simili alle vostre…
    Hai proprio ragione ad essere sicura che il vostro legame resterà.

  4. Grazie per averlo scritto, pensavo di essere l’unica a provare queste cose. invece da atea, mi trovo ad ascoltare un religioso, a sentirmi libera in una situazione ingabbiante, a essere rispettata molto di più di quando stavo con il mio ex ragazzo italianissimo e dichiaratamente femminista. Ad ogni modo non si sa mai cosa possa accadere nel futuro. Buona fortuna a noi!

  5. La prudenza è una cosa sana, la paura è a volte irrazionale e ci impedisce di vivere bene e a pieno. La tua amica aveva paure irrazionali e stereotipe. E tu non hai avuto il massimo della prudenza. Nel parco la notte, vi potevano aggredire! Ma chi non è mai stato imprudente almeno un po’?

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