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E se quel giorno non avessi abortito?

Io ho abortito per necessità, e vorrei, qui, insieme a voi, esprimere i motivi del disagio che mi porto dietro. Mi incoraggia questo modo aperto di vivere il femminismo, per cui non sono obbligata a rimuovere i miei sentimenti per seguire un itinerario ideologico. So che alcune non hanno problemi dopo aver abortito e anch’io, in realtà, non ho avuto una vita meno piena per aver rinunciato a quella gravidanza. Ma il fatto che io stia usando il verbo “rinunciare” lascia intendere che la mia scelta sia stata condizionata da alcuni fattori. Io non volevo un figlio. Non lo volevo perché avrei dovuto crescerlo da sola e so, per via delle scelte di mia madre, cosa vuol dire essere sole a crescere un bambino.

Non lo volevo perché il mio compagno, che è ancora con me dopo tanti altri, non era pronto. Non lo voleva neanche lui. Me lo ha detto chiaramente. Voleva realizzarsi professionalmente, non aveva tempo ed era perfettamente consapevole dell’impegno che un figlio avrebbe richiesto. Piuttosto che illudermi di potermi stare accanto e poi lasciarmi sola a fare tutto ha preferito rimandare. Abbiamo rimandato per troppo tempo e io non posso fare più figli. Il mio tempo è scaduto, e oggi conto gli anni che sono passati e penso che mio figlio avrebbe XX anni e per me avrebbe rappresentato avere una vita piena, con la forza di alzarmi ogni mattina per portarlo a scuola, per nutrirlo, aiutarlo, esserci per lui, perché per quante cose io abbia fatto, a me resta un vuoto, un pezzo di vita che penso sia stata sprecata, e non so dirvi se questo è il retaggio di una cultura che mi ha condizionato o se dipenda solo da me, ma quel disagio resta.

Mi sento ferita ogni volta che il mio compagno rivolge ad altri bambini un’attenzione che secondo me avrebbe dovuto riservare a suo figlio. Mi ferisce vedere le foto di lui con i figli di amici, mentre li coccola, con lo sguardo luminoso e allegro, e poi gli chiedo perché non ha voluto quel figlio. Perché non ha voluto un figlio da me. So che non ha senso e lui infatti mi guarda come se io fossi un’aliena, perché sa che la nostra scelta è stata condivisa. Io ero convinta. Lo ero anche per altre ragioni. Non potevamo permettercelo. Ora tendo a rimuovere le tante cause che portarono all’aborto, potrebbe sembrare che io scarichi sul mio compagno tutto e sto sbagliando, così chiedo scusa, ma io sapevo a cosa andavo incontro, solo non pensavo che avrei provato una simile nostalgia per quello che ho vissuto. Non penso che tutte le donne si sentano “complete” solo quando diventano madri. Non lo penso affatto e chi afferma che le donne siano tutte uguali e che se non fanno un figlio non sono abbastanza donne o non abbiano la possibilità di vivere una vita piena dice il falso, generalizza con inutili stereotipi sessisti.

Ma quel che penso io ha pur diritto di essere detto pubblicamente. Sarà la menopausa, sarà che sono diventata malinconica o che forse, chi lo sa, sto per diventare una depressa. Non so dirlo. So solo che penso e ripenso a ogni frase detta, ogni secondo trascorso in quel tempo che mi accompagnò fino al momento dell’aborto. Provai sollievo, mi sentii piena di valore perché avevo concordato una scelta complicata con il mio compagno. Non avevo estorto nulla e non avevo dovuto rivendicare il diritto di scelta sul mio corpo. Probabilmente quel che penso è un modo per aggrapparmi a qualcosa di significativo, un pretesto che dia ai miei ricordi, su momenti tristi, un po’ di senso. E se ci fosse stato quel figlio le cose sarebbero andate meglio? Io sarei stata più felice? Ma i figli non si fanno per la felicità dei genitori, per risolvere mancanze, guarire depressioni. Si fanno e poi ci si assume la responsabilità di quelle vite sapendo da prima che è quella la cosa da fare.

Parlo in teoria, perché non sono madre, e non voglio affatto offendere quelle che raccontano delle difficoltà di essere madri, la voglia di non esserlo più. Fossi stata madre sarebbe sicuramente potuto succedere anche a me. Nessun moralismo. Nessun giudizio. Io non sono nessuno per poter insegnare verità a ciascuna. Ma quel bambino resta un punto fisso. Che faccia avrebbe avuto? Poteva somigliare a me o a lui? Sarebbe stato allegro? Intelligente? Con un gran senso dell’umorismo? E non so perché ne parlo al maschile, perché non so di che sesso fosse, ma io lo immagino così. Un bambino, tra le mie braccia, a condividere un’intimità che mi è mancata, credo.

Quello che ho scritto, sia chiaro, non è un manifesto contro l’aborto e chi lo userà per giudicare e limitare le scelte altrui lo fa non in mio nome. È solo uno sfogo, un momento di riflessione ad alta voce, e chissà se altre donne non abbiano vissuto lo stesso, se quel che penso è frutto di demenza precoce o lo hanno provato anche altre. Ogni persona ha un proprio destino, una vita da determinare, fatta di scelte che paghiamo o delle quali poi ci vantiamo. La vita è anche fatta di rimpianti e dopo aver tirato fuori una serie di banalità da fiction movie vorrei concludere soltanto in un modo. Non pensate che io non sia felice o che guardi con isentimento al mio compagno. Lo amo moltissimo e amo ogni minuto della nostra vita passata insieme. Lo amo perché è quello che è. Mi ama per quello che sono. Ciononostante mi prendo il diritto di manifestare un dubbio. E se…?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata!

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Comments

  1. MariaMattea. says:

    perfettamente d accordo.
    Cosa ne pensate di questa, ondata di donne che muoiono negli ospedali??

  2. che pensare la strage continua e tutto si limita ad aprire inchieste non c e rivolta contro il sistema.

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