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La violenza sulle donne non ha passaporto

Elisa scrive:

Ho vissuto un anno e mezzo in Iraq, in quel Kurdistan tanto conosciuto non per le sue bellezze, ma per chi sta cercando di invaderlo. Ho vissuto sei mesi in Palestina, ogni giorno passando quel check point che divide i Territori Occupati da Israele. Ho vissuto il mondo arabo quello tosto, non quello turistico. Non ho mai messo il velo, non ho mai dovuto farlo, nessuno mi ha mai costretta a farlo. Indossavo vestiti aderenti, mettevo i tacchi e anche il rossetto rosso. Non sono mai stata aggredita.

Certo, i commenti per strada si fanno…ma in Italia no?
Mi ricordo quando una volta camminavo per strada con mia madre nel mio piccolo paese natale ed è passata una macchina da cui, urlando dal finestrino, il conducente ha detto “figaaaaaaa”…. Mia madre non battè ciglio e guardandomi mi disse “me lo dicono sempre”…

Siamo donne, da sempre siamo state considerate il sesso debole ma soprattutto la classe che deve sempre sottostare alle decisioni altrui ed alle affermazioni altrui e checchè se ne dica il nostro sistema educativo ha sempre sottolineato i ruoli stereotipati dell’uomo e della donna, attribuendo all’uno funzioni non attribuibili all’altra e viceversa.
Il fatto che alle bambine si regali un finto ferro da stiro con asse inclusa e in miniatura è emblematico di come tutt’ora, non importa quanto si sia andate avanti, si è rimaste sempre segregate a quel ruolo di massaia, madre, moglie…e zitta.

Per chi come me si occupa di protezione delle donne, anche il commento fatto per strada è “violenza di genere”, perché fa leva su questa differenza di ruoli costruita dalla società…è raro che una donna abbassi il finestrino e gridi al primo passante “figoooo” (questa poi non sarebbe parità di genere ma stupidità)…ma ci si passa sopra, un po’ perché in fondo in fondo il riconoscimento sociale ci fa piacere e un po’ perchè tutto sommato si è trattato solo di parole, nessuno ci ha mai toccate… il ragionamento non tiene, ma lo facciamo tenere giusto per non distruggere anni ed anni di coscienze sociali.
Toccare una donna, quello no, quello è reato. Ma non importa chi lo faccia, è reato e punto.

Clandestini? Chi se ne frega di dove sono, se uno mi molesta non sto lì a chiedergli qual è la sua nazionalità se ha il 730 o il 740 e magari dai, adesso che siamo intimi allora beviamoci un caffè. No, è reato.
Perchè strumentalizzare lo status di alcuni per retoriche politiche quando alla fin fine le mani vengono messe addosso a noi? Giusto per fomentare un odio razziale o religioso, per instillare in noi vittime la paura di inadeguatezza in una società in cambiamento con conseguente suggerimento di non andare in giro da sole in posti isolati, non vestire vestiti sensuali…stare attente a chi si dà confidenza… facendoci diventare doppiamente vittime.

Io non ci sto a questo gioco. Io non voglio cambiare il mio stile di vita. Io voglio rinforzare le leggi che mi tutelano. Voglio che “se e chi” mi molesta sia messo in prigione perché il nostro stato di diritto funziona, indipendentemente da chi quel “chi” sia e indipendentemente da cosa io stessi indossando in quel momento. Voglio sapere che se sporgo denuncia in una questura non si sta a guardare che tipo di rossetto ho addosso o non mi si domanda se ho provocato il presunto molestatore, voglio sapere e sentire che sono capita e non giudicata. Perché se questo non avviene, allora non solo i fautori del reato sono in torto, ma siete in torto marcio anche voi, stati, che con le vostre politiche e le vostre leggi li avete aiutati e terribilmente giustificati.
Non sono clandestini, magari sì lo sono, ma prima di tutto sono colpevoli.

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