In Francia chiedono la grazia per Jacqueline Sauvage: uccise il marito violento!

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Elisabetta ha approfondito quanto c’era da sapere su un caso di cronaca del quale potete leggere in basso. Sua la premessa e sue le traduzioni. Buona lettura!

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Storia di Jacqueline Sauvage: raccolta di articoli

La vicenda di Jacqueline Sauvage è infine comparsa anche nella cronaca italiana qualche giorno fa. É una storia difficile da qualunque parte la si prenda. Dopo 47 anni di stupri e violenza su di lei e sui figli ha ucciso il marito ed è stata condannata a 10 anni di carcere. In seguito alla sua condanna in appello, le sue due figlie hanno lanciato una petizione per chiedere al presidente Hollande (in questo momento impegnato in ben altro) la grazia per la loro madre. La petizione, che ha già raggiunto circa 150.000 firme, è stata rilanciata da alcune femministe storiche (articolo “Chi ha il permesso di uccidere”) e circola corredata di tutto l’armamentario vittimistico (basta vedere la foto allegata al testo.) Un’altra associazione femminista critica il ricorso alla giustizia e organizza una colletta per renderle il carcere più vivibile (vedere l’articolo “Mensa per Jacqueline Sauvage”), che al momento raccoglie 14.460 euro. A parte un testo apparso su un blog anarco-femminista (vedere l’articolo “É stata una ribellione) è flagrante in queste mobilitazioni l’assenza di una critica alla cultura che ha prodotto una vicenda come questa. 

Chi ha un permesso di uccidere?

Di Christine DelphyNina FaureSylvie Tissot

[articolo pubblicato sul blog Les mots sont importants 19 Dicembre 2015]

Il dieci settembre 2012, Jacqueline Sauvage è chiusa nella sua stanza. Suo marito forza la porta e la picchia, spaccandole il labbro inferiore. Lei prende un fucile e gli spara tre volte alla schiena, prima di chiamare il 18 e di denunciare alla polizia: “Venite presto, ho ammazzato mio marito”.

Come rivela il processo, per 47 anni, quello con cui condivideva la sua vita l’ha violentata, picchiata, ha terrorizzato i suoi figli, abusato sessualmente delle sue figlie, e picchiato regolarmente suo figlio che ha finito per impiccarsi il mattino del giorno in cui sua madre ha sparato. Giovedi 4 Dicembre, la corte d’Appello di Blois ha comunque confermato la condanna per Jacqueline Sauvage a dieci anni di carcere per l’omicidio di suo marito.

Qualche giorno prima, il 25 novembre1, una statistica della Banca Mondiale passa inosservata: lo stupro e la violenza coniugale rappresentano un rischio più grande per le donne tra i 15 e i 44 anni che il cancro, gli incidenti stradali, la guerra e la malaria messi insieme.2

Puo sembrare incredibile, ma il primo rischio per le donne, a livello mondiale, proviene da persone del loro entourage, e più terribile ancora, da uomini di cui sono le più vicine, i loro coniugi.

Le donne che denunciano gli abusi sono pero molto poche: in Francia, solo il 16% di loro lo fa3.

Questo vuool dire che l’84% dei coniugi violenti non sono preoccupati.

Di fronte a una tale impunità, è dovere della società proteggere le persone la cui vita è minacciata.

Dopo l’inizio dell’anno, le violenze coniugali hanno fatto quasi lo stesso numero di vittime che il terrorismo in Francia -130 donne sono morte- senza che alcuna nuova misura sia stata presa perché la situazione non si riproduca l’anno prossimo.

La pena inflitta a Jacqueline Sauvage “non deve essere un permesso di uccidere”, se n’è uscito l’avvocato generale Frédéric Chevallier nel momento delle arringhe per convincere i giurati a mantenere la condanna. Se lei non si fosse difesa, forse Jacqueline Sauvage ne sarebbe morta. Avremmo aggiunto il suo decesso alla lista delle donne assassinate dai loro coniugi che si ripete ogni anno senza che niente cambi.

Non si tratta di dare un permesso di uccidere alla donne che si difendono, ma di rimettere in causa quello di cui sembrano disporre certi coniugi, riconosciuti come violenti da tutti, e che vengono lasciati agire in silenzio (il processo rivela che diverse persone erano al corrente di quello che succedeva, ma nonostante questo nessuno ha fatto niente).

Il caso di Jacqueline Sauvage è sintomatico di una mancata presa in carico da parte delle istituzioni di queste violenze coniugali: se lo stato giocasse il suo ruolo, questo genere di tragedie potrebbe essere evitato. Ora bisogna dimostrare che non è permesso picchiare a vita la propria coniuge, [che è necessario] fare attenzione perché le donne abbiano i mezzi di difendersi, del sostegno e il diritto alla giustizia.

Dopo 47 anni di sofferenza, lo stupro delle figlie, e la morte di suo figlio (che lei ignora al momento dei fatti), uccide suo marito. Non è un fatto di cronaca. É la conseguenza di una mancata azione politica. Si tratta anche di 47 anni di non-assistenza ad una persona in pericolo.

Chiediamo la liberazione di Jacqueline Sauvage. Ha già pagato troppo.

p.-s.

Questa tribuna è stata inizialmente pubblicata da L’Humanité, che ne ha modificato il titolo nell’edizione cartacea. La ripubblichiamo qui con il suo titolo originale.

Mensa per Jacqueline Sauvage

[Appello a contribuzione organizzato dal collettivo les Dé-Chaînées e pubblicato su lepotcommun]

Buongiorno,

Jacqueline Sauvage è stata condannata in appello a 10 anni di prigione per aver ucciso suo marito.

Aveva subito 40 anni di violenza, torture, stupri.

Il suo processo illustra quello che succede alle donne che osano tirar fuori i coltelli, e rispondere alla violenza degli uomini. Il suo processo illustra anche una giustizia sempre pronta a biasimare le vittime di violenza coniugale “Perchè non ve ne andate” “Perchè sopportate tutto questo” senza prendere in considerazione i meccanismi del trauma e del coinvolgimento.

Ni non facciamo la giustizia. Accogliamo con tristezza, rimpianto e rabbia la decisione del giudice della corte d’appello. Non cambieremo il corso della storia di Jacqueline Sauvage con una petizione. Ma possiamo rendere la sua incarcerazione un po’ meno dura permettendole di accedere al refettorio senza penare.

Questa colletta è organizzata dall’associazione femminista Les Dé-Chaînées. Ci impegniamo a trasmettere la totalità della somma raccoltà a Jacqueline Sauvage attraverso il suo conto nominativo del refettorio, appena conosceremo il suo numero di matricola o di trasmettere la somma raccolta alle figlie di Jacqueline Sauvage perché possano gare gli acquisti / i versamenti necessari alla vita della loro mamma imprigionata.

Nessuna giustizia, nessuna pace.

Grazie a voi

 

Aggiornamento 08/12/2015 :

Siamo in contatto telefonico con le figlie di Jacqueline Sauvage. Riflettono al miglior modo di trasferire le offerte, e al loro utilizzo. Sono sorprese della mobilitazione e ringraziano tutt*.

 

Aggiornamento del 16/12/2015 :

Abbiamo fatto un primo versamento di 10.000 euro sul conto in banca di Jacqueline Sauvage. Grazie a tutt*. Teniamo la colletta aperta per continuare a raccogliere offerte.

“É stata una ribellione”

[articolo pubblicato il 25/12/2015 sul blog anarco-femminista toutesgriffesdehors]

A inizio dicembre si teneva il processo in appello di Jacqueline Sauvage, condannata a 10 anni di prigione per l’omicidio di suo marito, il sinistro Norbert Marot, a fine 2012. Come esito di diversi giorni di udienza, la corte d’appello di Blois (nella regione di Loir-et-Cher) ha confermato la pena pronunciata in prima istanza…

Crepi la giustizia e il suo miserabile avvocato generale, Frédéric CHEVALLIER, che ha osato dichiarare che Mme Sauvage avrebbe dovuto “rispondere in maniera proporzionata” all’ultima violenza subita: “un pugno che ha causato meno di tre giorni d’incapacità totale al lavoro” quando sono decenni di umiliazioni, stupri, minacce, ricatti, pestaggi (…) che sono stati descritti dall’accusata, diverse sue figlie e i membri del loro entourage.

…Questa canaglia, che si è permesso di perorare contro la situazione di “legittima difesa” che la giustizia tira fuori dal cappello quando si tratta di disincolpare il gestore di un esercizio commerciale che ha sparato su di un rapinatore o di coprire l’ennessimo assassinio in divisa.

…Che,  con i sui principi puzzolenti ha detto “La pena inflitta a Jacqueline Sauvage non deve essere un permesso di uccidere”.

Ma di cosa parliamo? La donna che compariva in processo ha passato cinquant’anni della sua vita rinchiusa in questa coppia, e ha finito per uccidere il suo carceriere in un gesto di sopravvivenza, di liberazione. Non c’è nessuno pronto a venire in tribunale a raccontare che Norbert Marot era un “brav’uomo”, né per negare quello che aveva fatto vivere ai suoi prossimi, al contrario. Un vero brutto tipo.

In questa situazione terribile che avrebbe potuto essere “semplice” a capire, anche per l’ultimo dei magistrati, le due figlie che sono venute a testimoniare si sono sbattere in faccia rimproveri. Perchè hanno sopravvissuto a loro padre come hanno potuto (fuggendo, tagliando i ponti..) e cercato di venire in aiuto alla loro madre (permettendole di fuggire dalla cella coniugale..) ma non hanno sporto denuncia, sono considerate come sospette e colpevoli agli occhi del tribunale.

Le carogne togate apparentemente non capiscono che di fronte a un tizio pericoloso, armato e che ha già fatto subire loro mille miserie, che di fronte all’assenza del sostegno o dell’aiuto concreto del loro entourage, abbiano avuto paura di rappresaglie, paura di morire e che questa paura abbia potuto farle tacere. L’infame presidente si adressa a una di loro tentando di farla sentire in colpa: “Avete fatto la disgrazia di vostra madre”. Si si, ancora chiacchiere!!! Non ti resta che dire che sono cretine, tutte queste donne che si ritrovano intrappolate in delle coppie tossiche, in delle famiglie in cui languiscono a fuoco basso sotto ogni sorta di violenza e d’umiliazione (psicologica o fisica) quando non muoiono sotto i colpi del loro marito, come succede a un centinaio di donne ogni anno. Noi ci diciamo che LA responsabilità è sempre quella del tizio che decide di fare la merda, e che se tanti tizi se lo permettono e tante donne subiscono nella vergogna, il silenzio o anche l’indifferenza generale, è perché queste carognate si inscrivono in una società, giustizia compresa, che è basata tra altre cose sull’oppressione delle donne.

Osiamo appena immaginare la condanna, gli orrori che sarebbero stati detti dal tribunale se si fosse trattato di un personaggio più “sottile”, di un notabile qualunque [politico, medico, uomo di legge, scienziato, padrone di un’impresa prospera..], ad ogni modo un tipo che passa per “ordinario, banale, rispettabile”, che mima il “buon padre di famigia” circondato da persone-che-non-credono-un-solo-secondo-che-abbia-potuto-far-del-male-a-una-mosca.

La giudice rinfaccia loro di non aver fatto appello loro stesse alla giustizia che pretende ergersi ad arbitro al di sopra dei conflitti tra gli individui, separare gli innocenti dai colpevoli e conferire a cert* il ruolo di vittime alle quali dare un risarcimento. Come se potesse esserci un risarcimento per uno stupro, o per l’assassinio di qualcun* che amiamo.

Come se l’incarcerazione (risposta delegata allo Stato), o anche la vendetta (che decidiamo di rispedire noi stess* in faccia all’aggressore) potessero alleviare/riparare qualcosa.

Non solo Jacqueline Sauvage non è stata la vittima che ci aspettavamo che fosse ma uccidendo suo marito è uscita dal ruolo di donna-passiva che lo Stato-padre pretende proteggere con il grande rinforzo delle misure securitarie (schedatura sempre più generalizzata della popolazione, videocamere ad ogni angolo di strada, braccialetti elettronici.. d’altronde la ricerca d’individui sospettati di violenza sessuale ha permesso allo stato di chiedere e banalizzare la collaborazione dei/delle cittadini* con la sua polizia, attraverso degli appelli alla delazione che si sono estesi progressivamente al resto dei reati). Poco importano le ragioni che hanno spinto Jacqueline Sauvage al limite: la sola violenza accettabile agli occhi della giustizia e la propria, che non è che una parte di quella che lo Stato esercita continuamente per mantenre il suo ruolo.

Operazioni militari, migliaia di mort* alle frontiere, incarcerazione sempre più di massa, mort* in carcere, nei commissariati, negli ospedali psichiatrici, messi in camicia di forza..

La giudice, cinicamente, rimprovera a Jacqueline Sauvage e alle sue due figlie di non aver fatto ricorso alla giustizia che, senza alcuna sorpresa, le infantilizza/umilia/nega oggi, di non essere andate a vuotare il loro sacco di paure, sofferenza e umiliazioni al primo sbirro arrivato (poi un camice bianco, poi.. poi..) poi da un tribunale composto da degni rappresentanti del mondo nel quale viviamo, un mondo in cui il consenso, i desideri, la vita delle donne non valgono granchè, e la loro parola ancora meno. In cui è globalmente ammesso che gli uomini non sono che le vittime di desideri “irrefrenabili” mentre le donne sono immediatamente supposte “essersela ben cercata” (“in fondo cosa credono girando a quest’ora, battendo, facendo autostop, vestite cosi o colà) e che quello che succede dentro la famiglia/la coppia è una questione strettamente privata.

Questo mondo post-68 dà a quelli che ne hanno voglia l’illusione che le donne siano state “liberate” mentre il sessismo, insidiosamente trasformato, continua a strutturare la società, i rapporti di dominazione sono onnipresenti e conferiscono un potere per forza nocivo al “capofamiglia”, quest’ultimo non mancando di ricordare “chi comanda qui”. In questo “migliore dei mondi”, nella forma della morale religiosa/patriarcale tutti gli ingranaggi sociali  (genitori, preti d’ogni sorta, educatori, psicologi, institutori, pubblicitari…) si accaniscono a amputare le individualità fino a modellare ragazzini e ragazzine (quante volte sentiamo dire “gli uomini non piangono”?). Dalla più giovane età, inculchiamo à tutt* l’obbedienza e la sottomissione (attenti ai ribelli, la repressione è feroce) e alle ragazzine la certezza di essere “fragili”, il senso di colpa, la vergogna della loro sessualità, la paura dello stupro come trauma insormontabile piuttosto che insegnar loro a difendersi e a sopravvivergli, piuttosto che incoraggiarle ad avere fiducia nelle loro forze, a considerarsi come degli individui autonomi e al centro della propria vita. Questa società morbosa pretende dettare a ciascun* quello che lei o lui o… deve fare del suo sesso e il controllo del corpo delle donne (contraccezione/riproduzione) resta una posta in gioco cruciale nella gestione della popolazione, di mantenimento della struttura sociale. É anche una garanzia di stabilità per il potere che preferisce le donne rinchiuse in famiglia poi in coppia (eterosessuale di preferenza) anche a costo di subire le peggio cose (la maggior parte degli stupri hanno luogo in questo quadro) piuttosto che inventare le proprie strade…

Il potere di tutti questi piccoli despoti (marito, dottore, padrone…) è intessuto dei nostri silenzi.

É più che  tempo di gettare sul tavolo le nostre storie di donne, delle storie in lotta e delle risorse per estirparsi (ciascuna a modo suo, insieme) da tutto questo merdaio.

L’immaginiamo soffocarsi sul suo trono, la giudice, quando l’accusata, non contenta di aver sopravvissuto, di essersi sbarazzata di quello che gli marciva la vita, ha affermato “é stata una ribellione”. Loro non sono là per riconoscere la dignità né la necessità di una rivolta, queste carogne magistrali, e quest* giurat*, idiot* utili ma o quanto necessari al funzionamento di questo sordido tribunale. Loro sono là per fare dei calcoli, in mani piccole di diritto ben imboscate dietro il loro codice penale, per trasformare i conflitti, delle situazioni sempre uniche in capi d’imputazione, in circostanze aggravanti o attenuanti, in elementi di prova, in reati, poi in riconoscenza di colpa o più raramente di innocenza e in pene di prigione.

Oggi delle belle anime cittadine s’indignano e si commuovono della condanna, riducendo questa situazione a un “simbolo” in nome del quale chiedere la grazia presidenziale. Queste vanno a contestare la designazione di Jacqueline Sauvage come colpevole (facendo di Norbert Marot la vittima) per chiedere che sia riconosciuta come vittima (facendo di Norbert Marot il colpevole postumo) e contribuiscono ad alimentare il sogno riformista di una giustizia più giusta, di una società dai rapporti di dominazione più civilizzati, accettabili. Forse  per farsi un po’ di pubblicità sull’elettorato progressista, la grazia (questa parole religiosa è parlante) sarà infine accordata a Jacqueline Sauvage, e quest’ultima potrà vivere un po, infine.

Contrariamente a queste ultime rifiutiamo di dialogare con un potere che ci spossessa giorno dopo giorno delle nostre vite pretendendo di codificarne tutti gli aspetti (sedicenti in nostro nome e per il nostro bene). Contrariamente a tutti quelli che vorrebbero negoziare la lunghezza delle proprie catene, pensiamo che non ci sia alcuna libertà possibile all’ombra di una prigione ne’ sotto l’egida di una potenza superiore (Dio, Stato…).

Ce n’è abbastanza di sessismo integrato, di finzioni. Se non parliamo di quello che ci marcisce la vita, che parliamo a fare?

Ce n’è abbastanza di lacrime, di denunce, di richieste di “riparazione”. Ce n’è abastanza di delegazioni, di esperti, di “specialisti”. Noi stesse siamo nella miglior posizione per ripararci. Basta con la vergogna e il senso di colpa: spazio alla rabbia! Non è certo rappresentandoci come delle (potenziali) vittime da proteggere che troveremo delle risorse per combattere tutto cio che ci opprime nella quotidianità. Dobbiamo distruggere la stessa idea di giustizia se vogliamo avere una possibilità di essere libere un giorno, e imparare a affrontare fin da questo momento, a partire dal nostro cuore e dal nostro cervello, della nostra etica e delle nostre esperienze, i conflitti/aggressioni che ci intralciano la strada.

Non c’è dignità che nella rivolta.

Per vivere, e non più sopravvivere,

passiamo all’assalto di tutti quelli che vorrebbero metterci in ginocchio.

LIBERTA!

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Comments

  1. Qualcuno un giorno dovrà dire ai manifesti anarchici che parlano di Libertà con lo stesso fanatismo dei religiosi che parlano di Dio e di certuni che parlano di Stato. La differenza è che quelli spaventano, questi divertono.

  2. Insomma, Tizio fa molto male a Caia e Caia si vendica, quindi non va punita. A questo punto preferisco i leghisti che invocano la licenzia di uccidere per tutte le vittime di reati.

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