Stereotipi sessisti e immaginari neocoloniali: buon anno da L’Espresso

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di Marta Panighel

Gli occhi terrorizzati, invocanti aiuto, di una donna musulmana vestita di un niqab. Accanto, una giovane modella nuda, magra, bianca. È questa la prima copertina dell’anno de L’Espresso: un mix di neo-orientalismo e neo-colonialismo, una visione dicotomica che ripropone lo stereotipo di un Oriente arcaico, popolato da donne vittime, rinchiuse negli harem o sotto un velo che le annulla, contrapposto all’Occidente moderno, avanzato, libertario e libertino (ma solo quando si tratta di mettere una donna nuda in copertina).

Il titolo del numero – se possibile – è ancora più agghiacciante: “Sul corpo delle donne” non solo riafferma quel binarismo natura/cultura che da secoli riduce noi donne alle sole funzioni biologiche, ma è anche portatore di una reificazione linguistica (“sul”) che rende la donna non soggetto ma oggetto del discorso. L’intero speciale è un’accozzaglia di discorsi paternalisti, imprecisioni, generalizzazioni e banalità; qualche articolo, certo, si salva (quelli firmati da Igiaba Scego ed Elisa Manacorda, l’intervista a Eva Cantarella).

Nonostante la copertina, solo due articoli sono dedicati al tema donne e islam. Nel suo editoriale, Luigi Vicinanza (direttore del settimanale) annuncia che in questo numero si parlerà della guerra “combattuta contro le donne in nome del fanatismo religioso di stampo islamico”. L’articolo di apertura, firmato da Wlodek Goldkorn, sembra voler spiegare come le dinamiche geopolitiche si ripercuotano sui corpi delle donne (sia mai che per loro venga previsto il ruolo di agenti). E invece, in modo neanche troppo compunto, l’autore attacca il suo pezzo con una tirata anti-velo, “simbolo e strumento di sottomissione”, chiedendosi esterrefatto come il processo di decolonizzazione non sia “andato di pari passo con quello dell’emancipazione femminile”.

Quale miglior modo per iniziare il 2016 se non riproporre una visione essenzializzata della “donna islamica”? Perché la donna “islamica” è chiaramente un’entità singola, indivisibile e astorica, esclusa dai processi di stratificazione e complessità del reale, quali – tra gli altri – l’appartenenza a differenti nazioni, classi sociali, classi anagrafiche, luoghi di residenza (rurali o cittadini) e soprattutto, capacità di agire e di scegliere. La “donna islamica”, nella visione bianca, occidentale, patriarcale e neo-coloniale, ha come unico ruolo (subìto, ovviamente non agito) quello di vittima delle leggi tribali a cui è assoggettata a causa della sua religione.

Purtroppo per l’autore, tuttavia, una storia le donne islamiche ce l’hanno (come dimostra bene la rubrica Un altro genere di Islam, proprio qui su Abbatto i Muri), e una storia ce l’hanno pure i veli (diversi!) che alcune di loro portano. Si potrebbe innanzitutto ricordare che la tradizione del velo non nasce insieme alla religione islamica, ma fa parte dei costumi della regione medio-orientale e mediterranea; alcune teologhe musulmane sostengono, infatti, che il Corano non ne prevede l’uso per le credenti. Velarsi non è una pratica di per sé oscurantista, se il velo non ha impedito alla pakistana Malala Yousafzai di vincere il premio Nobel per la pace nel 2014 e, ancora più incredibile, se esistono donne velate che femministe.

La questione del velo è sorta, agli occhi dell’Occidente, al momento della colonizzazione del Nord Africa. Margot Badran, studiosa di femminismi musulmani, racconta che in Egitto il console britannico Lord Cromer, in nome della missione civilizzatrice europea, fu un fervente sostenitore dello “svelamento” delle donne egiziane (Badran, 1996). Liberarle dal velo voleva dire modernizzarle, in una visione che vedeva come unica modernità possibile quella di stampo occidentale. Al momento della colonizzazione inglese in Egitto, tuttavia, il velo non era indossato dalla totalità della popolazione femminile: le donne che lavoravano (quelle di classe bassa e quelle che abitavano in campagna) infatti non lo portavano, perché avrebbe impedito loro una certa agilità nei movimenti. Naturalmente il “femminismo” di Cromer era arginato al territorio egiziano: negli stessi anni la Gran Bretagna vedeva le Suffraggette battersi per il diritto di voto alle donne, al quale il generale si oppose come la maggior parte dei suoi compatrioti.

Più recentemente, nella Francia della legge contro il velo Azadeh Kian, sociologa e docente all’Université Paris 7, assegna al velo una polisemia di significati, ritenendo che “per alcune giovani donne musulmane che abitano nelle banlieue, dove vivono situazioni di disoccupazione, povertà, violenza poliziesca o di razzismo, dove subiscono anche il sessismo del loro entourage maschile, portare il velo è un modo efficace per farsi rispettare” (Kian, 2013. Traduzione mia). Tra le migranti più recenti, alcune porterebbero il velo per esplicitare la propria fede musulmana, altre per simboleggiare un legame con le tradizioni islamiche “nazionali”. Ancora, “per alcune giovani donne francesi, figlie o nipoti di persone immigrate in Francia, portare il velo è anche una provocazione e un test per mettere la società a confronto con il suo razzismo verso l’islam e verso i musulmani francesi o che risiedono in Francia […]. Infine, il velo è anche diventato un mezzo di emancipazione per le giovani studentesse. Indossando il velo, esse ottengono prestigio e potere nelle loro famiglie, possono rifiutare i matrimoni combinati, continuare a studiare e a partecipare alla vita sociale” (Kian, 2013. Traduzione mia).

Concludendo, il fatto che nel 2016 un settimanale nazionale di “politica cultura economia” come l’Espresso costruisca una copertina e un numero intorno all’idea delle “donne musulmane da salvare dall’estremismo islamico”, il fatto che poi questo estremismo sia identificato nella pratica tradizionale e religiosa del velo, mi sembra un’offesa – oltre che alle donne musulmane, trattate da vittime passive e ignoranti– agli studi storici, femministi e postcoloniali, nonché alle nostre intelligenze.

 

(Bibliografia)

  • Badran, Margot (1996), Feminists, Islam and Nation: Gender and the Making of Modern Egypt,  Princeton, N.J., Princeton Univerity Press.
  • Kian, Azadeh (2013), Le voile islamique et la question de l’identité nationale en France, in Bouyahia, Malek & Sanna, Maria Eleonora (a c. di), La polysémie du voile, politiques et mobilsations postcoloniales, Paris, Éditions des archives contemporaines.
  • Pepicelli, Renata (2010), Femminismo Islamico, Roma, Carocci Editore.

Comments

  1. devo dire che neppure quella della ragazza nuda mi pare un’immagine particolarmente libertina…

  2. Mah, io non vedo tutto quel negativo in quella copertina. La si può narrare in altri modi. Innanzitutto non sono UNA modella e UNA donna musulmana, ma DUE modelle e DUE donne, di cui una nuda e una vestita in un certo modo. I sensi che si possono attribuire sono molti e svariati. Non mi pare comunque una copertina condannabile. Quanto ai contenuti degli articoli, non sono un lettore dell’Espresso e quindi non li conosco né li posso valutare.

  3. Una di quelle due ragazze ha la piena libertà di apparire come si presenta su quella copertina, l’altra è invece obbligata ad avere quell’aspetto. Giusto questo.

  4. A chi pensa che la ragazza nuda sia “libera di apparire come si presenta”… https://www.facebook.com/158176687625336/photos/a.162183540557984.31184.158176687625336/823007494475582/?type=3&theater

    Lungi da me dire che stiamo altrettanto male o peggio (anche se non c’è un’unica visione della donna islamica) ma solo riflettere sulla NOSTRA società.

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