Mi ha salvata la ragazza del bar

La prima cosa che vedi quando stai per arrivare nella mia piccola città è un distributore di benzina, con tre capannine che la rilasciano se metti abbastanza soldi e con un nordafricano che fa la guardia non si capisce a cosa. Di certo non è semplice rubare il liquido e se riesci a rubare i soldi ti inchiodano le telecamere nascoste che filmano tutto.

Poi prosegui per una strada dissestata dove le buche sono la parte migliore e le riparazioni invece distruggono la marmitta e la coppa dell’olio. Arrivi in centro, dopo un bel po’ di curve e deviazioni, poi vai dritto per il corso e alla quinta via giri a destra e sei arrivata. Non c’è un parcheggio fisso e noi poveri impiegati ci arrangiamo. Abbiamo poca voglia di camminare e quindi spesso lasciamo la macchina in doppia fila con le luci lampeggianti che testimoniano il falso. Quando il proprietario dell’auto che non ha uscita reclama spazio lascio ai colleghi la mia parte di lavoro e così mi becco il parcheggio proprio davanti all’entrata.

Ho preso l’abitudine di non fare troppa strada perché là fuori solitamente mi aspetta qualcuno che non ho voglia di vedere. Mi guarda fisso anche se esco in pausa a bere un caffè con la collega. Mi insulta quando pensa che a distanza, dalla mia postazione, io possa leggere il labiale. Mi lancia baci quando pensa che così mi ammorbidirò. Sta lì ormai da circa un anno e ancora non si è deciso a guardare avanti nel tempo.

Mi sono sempre chiesta perché noi impiegati non ci meritiamo un distributore automatico di merendine, acqua e caffè. Così potrei evitare di mostrarmi fuori, di scomodarmi e prendere freddo, di sentirmi osservata per qualunque movimento, mentre il cuore batte forte come se volesse fermarsi da un momento all’altro.

C’è la ragazza del bar che è molto carina. Avrà vent’anni o poco più. Capelli corti, leggins e scarpe basse. Si muove con una grazia inconsueta e con lei, stranamente, mi piace essere gentile. Le sorrido e le chiedo come va. Con l’altra che c’era prima di lei non mi sentivo così a mio agio. La nuova invece mi è tanto familiare, sento che potrei dirle tutto quanto, della mia vita, i miei sogni, le mie delusioni. Il mese scorso, per esempio, un po’ stanca della mia situazione, con il tipo che mi opprimeva sempre più, condizionando le mie giornate, le mie relazioni, tutta gente che non volevo coinvolgere perché lui aveva minacciato di rendere la vita impossibile anche a loro, chiesi al mio datore di lavoro di accettare la richiesta di trasferimento a cento chilometri dalla mia città.

Forse il mio stalker mi avrebbe seguita anche lì ma di sicuro gli sarebbe stato molto più difficile perché non avrebbe avuto un posto in cui dormire. Allora il capo dice che se ho un problema di questo tipo dovrei sporgere denuncia. Sono questi i momenti in cui una donna deve tirare su le spalle e affrontare i propri persecutori, no? Rispondo che potrei fare anche così ma dubito che potrò trovare comunque un po’ di pace. Lontano dalla città mi sentirei molto più tranquilla. Si sa che se denunci un uomo già incazzato quello poi si vendica e nessuno può evitare il fatto che prima o poi ti troverà e ti farà del male.

Insomma niente, il capo non appoggiava la mia richiesta e io stavo a testa bassa, così com’ero abituata a fare da tutta la vita, e l’ho perfino ringraziato per la comprensione, la sensibilità e i suoi consigli. Non dico che gli fosse semplice trasferirmi perché avrei dovuto fare a cambio con un’altra impiegata e non era detto che fosse disponibile. Però lui avrebbe potuto almeno provare. Che gli costava fare una telefonata e dire a quella se mai avesse avuto voglia di fare a cambio con me? Avevo detto che rinunciavo alla mia anzianità. Tutto dall’inizio, come una giovane impiegata alle prime armi. Comunque niente. Un no è un no e non ne abbiamo più parlato. Considerai seriamente l’idea di denunciare ma non sono così sprovveduta. Sapevo di quelle che avevano denunciato e poi erano morte ammazzate. Ci fosse stato un posto a cui rivolgersi per fare aiutare lui e poi anche me stessa.

Per me diventò quasi un’ossessione. Mi trasformai nella stalker del mio stalker. Lo seguivo, tentavo di capire quale fosse il suo progetto, lo aspettavo sotto casa e confesso che quella non fu esattamente una buona mossa. Alla fine lui potè dire, per un attimo, che ero io a perseguitarlo e non il contrario. Allora cambiai tattica, pensando che prima o poi si sarebbe stancato. Ma lui era sempre lì.

Quella mattina, appena sveglia, presi un caffè, poi lasciai le finestre aperte perché era una bella giornata di sole. Faceva caldo, passai a salutare il guardiano del distributore di benzina, salutai la ragazza del bar e mi presentai al lavoro con un buongiorno gaio stampato sulla faccia. Lui messaggiò col suo telefonino, perché non temeva certo di essere scoperto, e disse che avrebbe bruciato casa mia se non mi fossi precipitata a parlare con lui.

Lo conoscevo come le mie tasche e sapevo che la sua era disperazione irrazionale, ormai fanatica, e non c’era nulla che potesse calmarlo. Voleva solo placare l’ira facendomi del male e poi chiedermi scusa per essere assolto un’altra volta, l’ennesima. Ero io la ragione del suo dolore e io dunque, secondo la sua folle opinione, meritavo di soffrire. Come sono bravi certi uomini a trovare giustificazioni per fare del male agli altri. Sembrano fermi al far west, quando le donne venivano prese con la forza ed era vietato dire di no.

Gli diedi appuntamento al mercato, accanto la bancarella del pesce, perché avrei dovuto fare un po’ di spesa, così gli dissi, e se fosse stato il caso l’avrei perfino invitato a cena. Rideva, quella mattina così assolata. Mi venne incontro e mi abbracciò. Disse che sapeva quanto mi aveva fatto penare, ma in ogni caso ne era valsa la pena, giusto? Ora sei qui. Sei qui con me.

Temevo mi scoprisse, volevo che durasse la finzione, perché una donna in pericolo farebbe di tutto pur di restare in vita. Avrebbe fatto lo stesso anche lui, ne sono sicura. Ma è questa capacità di sopravvivenza che le donne hanno sviluppato, in casa, quando i padri ci punivano, poi fuori, con quelli che provavano a stuprarci, e con i mariti, con tutti quelli che ci erano nemici, assieme alle donne che li sostenevano e aiutavano, o si sostituivano a loro per derubare la tua vita di tutto quanto e renderla sempre più misera.

Lo lasciai dicendo che l’aspettavo finito l’orario di lavoro. Così mi precipitai, felice, più serena, in un certo senso, con la netta sensazione di aver preso il controllo, ovvero quello che avevo ceduto per così tanto tempo. Deve però essere andato storto qualcosa perché lui non se l’è bevuta. Trilla il telefono, mi dice che mi aspetta fuori perché ha un’ultima cosa da dirmi prima che venisse sera. Mi afferra per un braccio e sono certa di aver intravisto nella sua mano qualcosa di metallo, era un coltello, uno di quei coltellini da campeggio, piccoli e affilati. Evito il primo colpo, parato dalla borsa, poi tutto capitò in un solo momento. Ricordo poco della dinamica, in effetti, ma quel che so è che lui finì a terra sanguinante, con una ferita al braccio e alla spalla, e io ero sopra di lui con quel coltello puntato dritto alla gola.

Fu la ragazza del bar che mi chiamò, urlando, e così mi risvegliai e lasciai cadere il coltello spaventata per quel che avrei in effetti potuto fare. Arrivò l’ambulanza, lui terminò la cura e poi gli diedero i domiciliari. Io fui rilasciata per legittima difesa e bastarono i messaggi, le mail, tutto quello che di tangibile mi aveva inviato per sostenere un’accusa di stalking. Lui non fu mai convinto che io avessi ragione. Sotto un minimo di sorveglianza trascorse un paio d’anni a tribolare, dicendo che non mi degnava di confidenza perché ero io a corrergli dietro, e nel frattempo io riuscii a ottenere il trasferimento addirittura in un’altra regione. Il capo ebbe pietà di me e gli impiegati furono concordi nel dire che era troppo pericoloso tenermi lì con loro. Metti che l’ex arriva e fa una strage chi glielo racconta ai miei figli? Così una collega giustificò una piccola petizione che chiedeva al capo il mio allontanamento. Per il mio bene, con tanti saluti e una grandissima solidarietà.

Ora sto bene ed è passato un po’ di tempo. Lui non l’ho più visto né sentito. So che su facebook straparla di me e delle cattiverie che io gli avrei fatto. Io l’ho bannato e penso che in certi casi facebook è uno strumento di merda. Favorisce il ricordo, a distanza di anni, perfino degli eventi più dolorosi della vita. Non ti permette di curare le ferite grazie all’oblio. Non ti permette di rinascere, con altra pelle, secondo il tuo grado di crescita, mai uguale, mai identico a quello del tuo passato.

Ho una compagna, adesso, che somiglia alla ragazza di quel bar. Sto bene, mi sento più tranquilla eppure vulnerabile, perché quando subisci un certo tipo di violenza questo è quel che avverti per molto tempo ancora. Il senso di vulnerabilità, unito alla potenza per essere sopravvissuta, come se nulla potrà farti mai più del male. Ma nel silenzio della notte, vicino alla persona che ti è cara, chiedi un abbraccio, stretto, e tu sussurri, timidamente, di aver bisogno di carezze. Tante carezze. Fino al mattino.

Ps. è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: