Buon anno alla mia generazione

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di Annalisa

La mia generazione è nata durante gli Anni di piombo ed è cresciuta nell’incoscienza di un’infanzia di strada, forse l’ultima non vigilata né tutelata né compromessa dall’invadenza degli adulti, un’infanzia giocata a testa o croce per affidare alla sorte chi doveva scegliersi per primo il compagno di squadra, un’infanzia che, quando avevamo fame, per merenda andavamo nel campo di fronte casa e raccoglievamo l’uva e il latte dei fichi ci colava giù per tutto l’avambraccio e le mani ce le lavavamo sotto i rubinetti arrugginiti dei seminterrati. Se lanciavamo la palla troppo in alto o troppo forte scavalcavamo le cancellate dei cortili, bambine e bambini, e ce la dovevamo vedere con i ragazzini dell’altra palazzina che non ce lo volevano restituire o con qualche adulto che, stufo, non si faceva tanti scrupoli a tagliare il pallone e a ridarcelo sgonfio e pesantissimo.

Siamo quelli che con quel pallone sgonfio hanno continuato a giocarci. Ricordo il male e il peso, il peso specifico della plastica dura privata dell’aria, del pallone sui polsi congiunti in bagher appresi dai coetanei. Un dolore che ci faceva sentire un po’ come Mimì Ayura, anche se nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di giocare con le catene ai polsi. Abbiamo fatto giochi pericolosi, abbiamo giocato tra macerie e scarti edilizi, in mezzo ai pannelli di amianto, abbiamo giocato a nascondino in vecchie case abbandonate piene di stanze e nicchie e finestre sul niente. Ci siamo picchiati liberamente e, senza che nessun adulto ce lo spiegasse, ci siamo picchiati con lealtà: abbiamo imparato ad esercitare la forza senza far male davvero, a litigare, a chiedere scusa. Ci siamo protetti tra pari. E se qualche volta siamo stati ingiusti o crudeli (e lo siamo stati), abbiamo avuto il privilegio di capirlo da soli, senza sanzioni adulte, e ci siamo auto-regolati.

Ai ragazzini che tentavano di infilarci le mani nelle mutande, gli abbiamo lanciato contro le pietre e non ci hanno più riprovato. Le nostre mamme quasi sempre hanno fatto spallucce, o ci hanno detto “brava, se capita fallo di nuovo” e poi sono tornate alle loro faccende. Abbiamo imparato canzoni sconce senza saperne il significato e a otto anni avevamo libero accesso ai box pieni di attrezzi da lavoro dei nostri padri: usavamo martelli, seghe, chiodi. Abbiamo costruito rifugi d’ombra per i pomeriggi torridi d’estate, cucce per i cani randagi, lettini improvvisati per rotolarci sopra. Abbiamo scoperto il corpo dei maschietti e quello delle femmine andando a fare la pipì tutti insieme dietro al muretto in fondo alla via, e noi bambine abbiamo imparato a riconoscere le ortiche e a pisciare lontane dalle ortiche.

Abbiamo trascorso estati intere in campeggio e rispettato le uniche tre regole: montare la propria tenda, andare a lavare i piatti dopo pranzo e rientrare con il buio. Mentre i nostri padri ci accompagnavano a scuola, in tre sul Ciao della Piaggio, gli Anni di piombo si sono trasformati negli Anni delle pailettes : la tv commerciale, le spalline imbottite, il drive-in, i cenoni aziendali di fine d’anno.
La mia generazione era bambina quando l’Itavia è precipitato ad Ustica, durante lo sciopero dei quadri intermedi della Fiat, quando è scoppiata la bomba alla stazione di Bologna. Eravamo bambini durante Solidarność, durante la vittoria del Pentapartito, la rielezione della Thatcher e la morte di Berlinguer. Abbiamo cominciato a ricordare qualcosa, lo strazio, le immagini in tv, le tribune politiche, a partire dall’esplosione di Chernobyl, in radio passavano Michael Jackson.

Io non capivo perché mio padre esultasse tanto per la condanna di quasi tutti gli imputati del maxi processo a Palermo. Mio padre mi permetteva di bere il vin brulè e mi faceva restare sveglia fino a tardi a guardare “Quelli della notte”. Quando c’erano i Giochi senza frontiere, tutti i bambini salivano su a casa nostra e mia madre sbuffava ma poi preparava hot-dog con la senape per tutti. Del giorno in cui è caduto il muro di Berlino io ricordo lo spaesato stupore degli anziani di famiglia, lo sguardo perplesso e sollevato dei miei nonni, nei loro occhi una nota di sgomento in dissolvenza.
E poi ci siamo fatti un po’ più grandi. Sono arrivate le mestruazioni, le polluzioni notturne. Il divieto, da quel momento, di dormire assieme a mio fratello. Con i coetanei si giocava ancora per strada.

Se ti faccio vedere una tetta (le tette appuntite e gonfie della pre-pubertà), mi lasci fare un tiro di sigaretta. Se te le faccio vedere tutte e due, me ne lasci metà. Inguainate in improbabilissimi fuseaux da ciclista rosa shock o giallo limone e, mi raccomando, allacciati il golfino intorno alla vita così non ti si vede il culo grosso. Fammi da palo che noi stiamo dietro la colonna a darci i baci con la lingua. E la vita correva avanti, la scuola, i primi romanzi, i buchi alle orecchie. I capelli risciacquati con birra e camomilla per renderli più dorati. I primi impulsi sessuali, violenti e confusi. Le seghe fatte durante l’esplosione dei fuochi d’artificio la notte della Festa patronale, al riparo dietro una macchina parcheggiata, tutti con gli occhi all’insù, solo io e te con gli occhi all’ingiù, la mia mano appiccicosa di liquido biancastro, il tuo grugnito soffocato da foca. L’età cosciente e la storia che giunge e ti inchioda e ti forma.

Così, mentre la mia generazione tentava maldestramente di cavarsela tra voti, voglie e voragini interiori, abbiamo visto in televisione la nostra prima guerra: una pioggia di crisalidi esplosive sopra i tetti di Baghdad. Nei miei ricordi, nei ricordi di parte della mia generazione, ancora fluttuano letali gocce verdi come frammenti di giada tremolanti su cieli fiabeschi, di là in Oriente, bombe come libellule fosforescenti visibili all’interno di mirini sofisticati che planavano, mute, su città sotto l’incanto del coprifuoco. E cominciammo a capire, cominciammo a domandare. Siamo stati una generazione che ha voluto far parte della storia, che si è educata al pacifismo tra le guerre del Golfo e i massacri nell’ex-Jugoslavia: abbiamo studiato, sgombrato tavoli per dispiegare atlanti interi, abbiamo partecipato a cortei, scioperi studenteschi, boicottaggi.

Ancora adolescenti, ci siamo affidati a gruppi antagonisti universitari, abbiamo appreso a nostre spese (e non abbiamo ancora smesso di farlo) che i capi sono stronzi e abusanti, incoerenti e prepotenti anche se hanno idee simili alle tue. Però dai più grandi abbiamo anche imparato come si organizza un servizio d’ordine, come ci si auto-tutela, le regole della piazza, le forme di resistenza passive. E a Genova noi eravamo pronti e, anche se a dirlo oggi può sembrare singolare, eravamo sereni. Io ero serena, con il mio vestitino a fiori, la bottiglia d’acqua e un pacco di biscotti nello zainetto. Faceva caldo a Genova. Ma Genova venne dopo, allora eravamo già cresciuti un altro po’.

Nel frattempo ascoltavamo i Nirvana. E poi si uccise Kurt Kobain. E si uccise pure qualcuno dei nostri coetanei. Si impiccarono adolescenti omosessuali, si imbottì di pillole una ragazza che aveva subito uno stupro di gruppo, si lanciò dal balcone un ragazzo transessuale che i genitori volevano costringere ad una carriera militare. Erano miei amici. La prima Repubblica era finita. Di AIDS si parlava sempre meno. Io, come molti altri, a diciott’anni feci le valigie e scelsi una città lontana dalla mia e dai miei. C’era la guerra in Cecenia e in Burundi, quando partii. Era un’alba piovosa e lattiginosa, come ne capitano poche a Settembre, ci voleva la giacca a vento leggera. Mia madre piangeva ma mi diceva “vai, è la tua vita, e stai attenta” e mio padre ansimava e sudava perché la valigia era troppo pesante e non riusciva a caricarla sul portabagagli del treno. Mio fratello mi disse solo “fai tutto ciò che vuoi, ma lascia stare le droghe pesanti”.

Mi sono impegnata, sapete. Mi sono impegnata io e gran parte della mia generazione. Abbiamo studiato, abbiamo lavorato per mantenerci agli studi, abbiamo condiviso stanze, appartamenti, poderi e comunità, abbiamo sfilato in mille cortei, abbiamo occupato spazi dismessi, abbiamo organizzato concerti, contro-manifestazioni, ci siamo appropriati di aree periferiche, di relitti post-industriali, li abbiamo abbelliti, resi vivi. Abbiamo occupato abusivamente alloggi abbandonati, abbiamo fatto resistenza agli sfratti, e ne siamo fieri. Abbiamo provato a fare i conti con i nostri modelli famigliari e di coppia. Figli di troppe rivoluzioni mancate, figlie della fallita rivoluzione sessuale delle nostre madri, ma figlie al contempo di madri che hanno lavorato, che hanno raggiunto l’autonomia economica, e noi ancora no.

Qualcuna di noi ha provato a dare un nuovo senso, un senso più intimo e allo stesso tempo collettivo, storico, alla militanza femminile e ha provato a farlo senza escludere gli uomini, ha provato a vivere una vita, un sovvertimento, una sommossa gentile e radicale, mano mano ai propri coetanei maschi. Qualcuna si è stancata troppo presto, qualcuna ha creduto di potercela fare da sola, qualcuna si è rinchiusa in eremi dorati e apparentemente privi di contraddizioni. Tuttavia alcuni di noi, alcuni della mia generazione, si sono assunti per intero la responsabilità delle proprie contraddizioni, dell’ambivalenza esistenziale, dei controsensi all’interno delle relazioni, dei cortocircuiti sociali ed emotivi, delle antinomie politiche, delle meschinità di buona parte dell’attivismo militante. Anche per questo ci hanno fatto schifo i girotondi. Forse “i girotondi” sono una delle cose che ci hanno fatto più schifo. I girotondi e le donne del “se non ora, quando”.

Genova, invece, non ci ha fatto solo schifo. Genova ci ha ferito di una ferita che nessuna azione giudiziaria, nessuna vittoria giudiziaria, potrà mai suturare. Genova è come il mio vestito a fiorellini sporco del sangue di una liceale di diciassette anni (io ne avevo 23) che ho tentato di calmare e consolare, mischiando il suo sangue alle mie lacrime. Non l’ho mai lavato da allora, lo conservo così com’è. Genova è quel vestito a fiori che non laverò mai.

E siamo stati la generazione dell’Europa in Interrail, attraversata di nazione in nazione con gli zaini Ferrino e il fornelletto a gas per il caffè e le minestrine liofilizzate. Abbiamo bevuto, dormito, scopato e fatto progetti con gente di tutte le guise. Era questo che i nostri genitori ci avevano insegnato quando ci lasciavano scorrazzare liberi da piccoli: ad avere fiducia, a stare con tutti, a riconoscere i pericoli, ad assumerci le responsabilità. La mia è stata una generazione di donne che non hanno avuto paura ad uscire la notte sole, che le strade le hanno attraversate, riempite, sporcate, cantate, celebrate. E che ora sono chiuse quasi tutte in casa, consumate in molte fibre di sè da tutto ciò che è venuto dopo.

E poi sono cadute le Torri gemelle, e c’è stata Guantanamo. E c’è stato di peggio. Il mondo si è fatto all’improvviso piccolo piccolo, e poi si è espanso fino a metterci ai margini. Ci siamo laureati più o meno quando hanno aperto Facebook ed eravamo convinti che per cercare un lavoro stabile ci sarebbe stato ancora un po’ di tempo. Ci siamo concessi ancora viaggi, specializzazioni all’estero, esperienze di vita. Eravamo una generazione competente, ma non ci è stato dato modo di dimostrarlo. Politicamente abbiamo sbagliato tutto: ci siamo dati agli ambientalismi, ai femminismi, agli anti-colonialismi, abbiamo parcellizzato partiti e partitini, abbiamo militato come anti-razzisti, come animalisti, come pro-Chapas e pro-sans papièr. Abbiamo trascorso venti anni a fare i contro-berlusconiani.

E, in tutta questa forbita e compiaciuta militanza, abbiamo perso di vista il nemico-padre, il nemico che genera tutti gli altri: il capitalismo. Ci siamo dimenticati di combattere il capitalismo. Siamo stati sempre contro tutti i tipi di violenze (anche quelle degli antagonisti) ma ci siamo scordati della violenza economica del liberismo, vetero o neo che fosse. Pfua. Peccato. Dopo non c’è stato più tempo.
Perché nel frattempo avevano già ammazzato Biagi. E approvato la sua legge di merda. Che quella fosse una legge di merda noi, alcuni della mia generazione, lo dissero subito. E noi, che il morto ammazzato non lo volevamo ma non volevamo neppure la sua legge di merda, ci siamo dovuti tenere il morto e la merda. E’ andata così. Perché poi siamo cresciuti davvero. E ci si è messa la Fornero di mezzo.

Prima di compiere trent’anni il nostro futuro era già tutta terra arsa e cielo plumbeo: siamo poveri, precari, assistiti economicamente dai nostri genitori, frustrati, mortificati, muti e attoniti. E nonostante questo siamo vivi, qualcosa brilla ancora sotto la nostra pelle, siamo invecchiati precocemente ma proviamo ancora a ridere davanti allo sgomento.

Alla mia generazione, a parte della mia generazione, voglio fare gli auguri in questi primi giorni dell’anno attraverso questo blog. Ai quarantenni di oggi, che sono pure costretti a vedere la parte peggiore della propria generazione al potere in ruoli di governo, vada –per quel che vale – il mio augurio per un tempo meno faticoso, più giusto, libero e allegro.

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Comments

  1. quando leggo roba come questa ho ancora di più la sensazione che io, e forse anche tutta la generazione del 90, non abbiamo vissuto un bel cazzo di niente.

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