Lui vuole uccidere lei e poi si suicida. Di chi è la responsabilità?

Nel ricco nord/est una coppia si separa. Passa del tempo e lei si fidanza con il datore di lavoro. Così sembra secondo le notizie pubblicate sulla stampa. Con l’ex condivide la genitorialità. Hanno una bambina di due anni. Ma la sua vita è andata avanti. Qualche sera fa lei arriva a casa accompagnata dal nuovo compagno e ad aspettarli c’è l’ex che aggredisce e ferisce gravemente l’altro e poi annuncia alla ex che la prossima sarà lei.

La dinamica non si conclude secondo i suoi piani ma con il suo suicidio. Cos’è tutto questo se non un tentato omicidio nei confronti della ex e del fidanzato? Nulla può giustificare una reazione del genere e nessuno dovrebbe dare a lei la colpa di quel che è successo. Poi capita che lei vada al funerale del ragazzo, abbraccia la ex suocera e si ritrova poi ad essere attaccata verbalmente da altri parenti dell’ex perché secondo quest* avrebbe dovuto “pensarci prima”.

Io capisco il dolore che tutta la storia può aver provocato nei parenti, nelle persone vicine a questo ragazzo, ma anche nella ragazza stessa e nelle persone a lei vicine. Capisco che è più facile dare la colpa a lei invece che ricercare le responsabilità di un delitto in chi ha tentato di compierlo. Tanta confusione può riguardare i familiari, e neanche quelli, ma non può riguardare nessun altr@. A chi fosse tentat@ di dare a lei la responsabilità dell’accaduto, immaginando che separarsi sia una colpa e che sia lei ad aver spinto lui a commettere un delitto spinto da possessività e negazione della libera scelta della sua ex, va detto che si sbaglia. Non è lei ad avere un problema, per quanto immagino che dato il peso delle parole che ha dovuto ascoltare non le sarà facile scrollarsi di dosso sensi di colpa soprattutto alla luce del fatto che c’è una figlia di mezzo alla quale un giorno arriveranno notizie non piacevoli.

Se un uomo non accetta una separazione e quel che accade lo fa stare così male dovrebbe essere la famiglia, gli amici, i parenti a prendersene cura, o dovrebbe essere qualche servizio territoriale ad aiutarlo a guardare oltre. C’è una responsabilità sociale in tutto questo e io l’avverto nel momento in cui si stabilisce che un uomo che reagisce così viene schedato come carnefice per il quale si immagina una soluzione repressiva e nulla più. Ma come spesso sicuramente avrete notato un delitto come questo avviene senza che prima si riesca a intervenire per impedirlo. I segnali a volte non sono facili da comprendere e sta nella capacità di osservazione del suo malessere una delle possibili soluzioni preventive adeguate a evitare la morte di tante persone.

E’ sua la responsabilità. Non è lei, affatto, ad averne colpa perché una donna deve poter lasciare un uomo senza subire alcuna violenza. Non è lei la causa di quel male ma quel male esiste e qualcuno dovrà farsene carico. La società immagina che sia la donna a doversi prendere cura di un uomo che ha problemi ad accettare la realtà. Si induce una donna a credere che fare la crocerossina per salvarlo sia la cosa migliore e anzi sia dovuta. Un uomo debole che reagisce con un rifiuto alle cattive notizie si immagina debba essere consegnato alla cura di una donna/madre/balia/infermiera che in un totale delirio di onnipotenza pensa perfino di poterlo cambiare.

Ma se una donna, dotata di buon senso, stabilisce che non è lei a dover provvedere alla cura di un sofferente ex, a questa donna va garantita protezione all’interno di un contesto preventivo. Succede, non so se in questo caso o meno, a volte che se anche a lui capiti di mostrare insofferenza che si esprime in modo violento, per la donna sia complicato decidere di denunciarlo, perché la denuncia è un fatto definitivo, non tiene conto di tanti sentimenti contraddittori e della complessità di relazioni che per quanto siano finite portano con se strascichi che non si possono semplicemente archiviare. Spesso si pretende dalla donna un atteggiamento lineare al punto che se non denuncia si dice che sia sua la colpa di quel che le capiterà. Perché alla fine non è lei che può decidere cosa fare ma è l’istituzione patriarcale che le impone un percorso che non rispetta i suoi tempi di elaborazione di quel che è anche il suo lutto e non la convince. Spesso si pretende che anche lui sia considerato senza tenere conto di alcuna complessità. Un mostro, un carnefice, uno nei confronti del quale non si possono nutrire sentimenti ambivalenti. Si dice che il carcere l’aggiusterà, e a dimostrare che così non è ci sono i casi di femminicidio di uomini che usciti di galera attuano piani atroci di vendetta.

La realtà non è mai così semplice e allora, così come non si può obbligare lei a denunciare, così che le istituzioni si assumano la responsabilità di quello che succede, per quanto anche dopo una denuncia lui generalmente può ugualmente commettere un femminicidio, non si può lasciare che lui non trovi aiuto in nessun posto. Non parlo di trattamenti sanitari obbligatori ma di servizi offerti a chi vive un momento di difficoltà, per disintossicarsi dai pensieri negativi e poter guardare in prospettiva, per riabituarsi alla condizione di single e per liberarsi da cattive intenzioni. Ci sono alcuni luoghi per uomini maltrattanti che al di là dello stigma che può apparire negativo possono aiutare. O si potrebbe immaginare un servizio di comunità nel quale un uomo in difficoltà può dedicarsi a riqualificare, rimettere in sesto la propria esistenza. Così come succede per un tossico, per uno che è gravemente dipendente da qualcosa e dunque anche da qualcuno.

Io penso che solo se ci poniamo nei confronti del problema da questa prospettiva si può davvero pensare a soluzioni preventive. Aiutare lui è un modo per proteggere lei. Possibile che sia così difficile da capire?

Comments

  1. Altro fatto di cronaca ( Stessi luoghi , circa Novembre 2015 ) . Lei ottiene il decreto di allontanamento del marito da lei e dai figli avuti insieme ( in seguito a violenze domestiche dell’uomo vs moglie e figli). Lui non accetta questo decreto,se ne va di casa ma poi torna sotto la casa in cui vivono moglie e figli e decide di suicidarsi lì. Lei scende in strada attirata dalle urla dei passanti e vede il corpo senza vita del marito. Lei rimane sotto shock . Non conosco il seguito. / Questo episodio che ti riporto,diverso da quello che ci hai riportato tu, affonda però nello stesso problema: manca una rete sociale . Lei riesce a liberarsi di un uomo violento,l’uomo violento viene punito. Non accolto,non ascoltato,non supportato. Ha perso tutto quel che aveva (E non voglio assolutamente difendere un uomo violento), e non ha trovato altro. Punizione,non aiuto. Poi sai,ai tossicodipendenti non va molto meglio,in fatto di “reinserimento sociale” , di “rimettere in sesto la propria esistenza”. Sono vite problematiche,storie di solitudine che prendono percorsi diversi , ma che non trovano una rete sociale pronta a prendersene carico attivamente.

  2. Senti, mi piace il tuo blog, ma sto pezzo sembra un volantino. Condividono la genitorialità?
    Queste sono tragedie nelle quali difficilmente possiamo mettere bocca. Nel senso che è difficile piegare un caso specifico per farlo collimare con le nostre convinzioni. Saluti

  3. Eric Lauder says:

    Sinceramente che credo che chiunque abbia responsabilità morali verso un/una ex che cade in depressione subito dopo la fine del rapporto. In questo specifico caso c’è violenza, e quindi direi che chi è vittima di violenza non ha alcuna responsabilità morale verso un/una ex violent* ma poi preda di depressione. Se invece non c’è stata violenza, la responsabilità morale verso l’ex depress* dalla fine del rapporto c’è, eccome se c’è. Almeno, c’è se si vuole essere umani ed empatici…

    • Eric, dobbiamo tutti evitare di lasciare qualcuno con cui stiamo male per prevenirne la depressione,o,in alternativa , andare a consolare l’eventuale ex caduto in depressione per “causa nostra” ? Responsabilità morale in che senso? Sentirsi in colpa per aver lasciato , andare a sostenere emotivamente chi abbiamo lasciato (illudendolo,di fatto, ci interessi ancora starci insieme) ? Fammi capire …

      • Eric Lauder says:

        Non dico che non dobbiamo lasciare la gente per evitare che si deprima, ci mancherebbe. Ma l’idea di provare a dare una mano a un/una ex che cade in depressione non mi sembra così folle. Se una persona è intelligente, forse, dovrebbe capire che un conto è voler dare una mano, altro conto è voler tornare insieme. Almeno, spero che sia possibile fare tale distinzione, ma non lo so con certezza. So solo che dopo la separazione la mia ex-moglie si è fatta sette-otto mesi sotto psicofarmaci e io non lo sapevo, quando l’ho saputo (a cose risolte) ci sono rimasto male, e mi sono sentito una merda. Anche perché mentre lei stava male io sorridevo del fatto che la “delinquente” (scherzo) che ora sta beatamente ronfando di fianco a me la facesse impazzire (di sua iniziativa, mai chiestale una cosa simile, però allora trovavo la cosa divertente) quasi tutti i mesi facendole storie tipo “la firma sull’assegno non mi sembra quella del cliente” (il cliente ero io, quella allo sportello era la mia partner attuale, se non si è capito).

        • Ho letto più volte il tuo commento,compresa la parte della “delinquente” , e la tua ( assolutamente “innocente” ilarità). Mi par di capire che il periodo “depressione ” sia stata una conseguenza della separazione. Tu dici , se avessi saputo avresti cercato di darle una mano. Una persona intelligente avrebbe capito che non era un voler tornare insieme . Il tuo ragionamento è chiaro e lineare , ma non so se , in un periodo di depressione , una persona , per quanto intelligente, riesca poi a fare questo distinguo. A mio avviso rimane il fatto che se sei stato tu la causa della sua depressione ( la separazione da te ) , non avresti esser stato tu quello che poi le dava una mano. Quando mi sono lasciata con un mio ex , io ci son rimasta malissimo , lui anche. Non è stata depressione per nessuno dei due , ma “malissimo” sì. Lui ha cercato altrove , io anche. Non abbiam cercato di consolarci/aiutarci a vicenda per le ferite che ci siam fatti;credo non ne saremmo più venuti fuori. Ci è stato chiaro , al momento della rottura definitiva , che rivederci ,sotto qualunque altra forma che non fosse stata amore (quello non c era più ) ci avrebbe fatto male. Ci siamo detti ” addio” insomma, stammi bene , ma “guarisci” lontano da me. Ora ci siamo rivisti , lui è ritornato alla vita “prima di me” , io ho trovato altre strade . Nel frattempo ci capita di rivederci , e la cosa fa piacere ad entrambi. Ma abbiamo proprio dovuto staccarci per venirne fuori , e quindi,ora incontrarci serenamente.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: