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La cattiva madre

Oggi mio figlio ha 22 anni e io proprio non so come sia riuscito a diventare così grande, saggio, soprattutto privo di rancore nei miei confronti. Racconto dal principio, perché altrimenti non si capisce il perché del mio stupore. Chiarisco che non cerco redenzione e non sto facendo ammenda. Quel che dovevo dire, in minima parte, quella necessaria, l’ho già detto a mio figlio. Il resto riguarda un altro conto che ho in sospeso e che devo tentare di saldare a beneficio di altre che possono aver vissuto o stanno vivendo adesso e con senso di colpa la maternità. Non una maternità qualunque ma quella di una donna single, o appena venuta fuori da una brutta separazione. Senza generalizzare, è ovvio. Ma se qualcuna di voi mi legge forse sapete di cosa parlo.

Non cerco l’empatia di chi non mi conosce e non importa se qualcun@ mi giudicherà male. A dirla tutta non me ne frega niente e sicuramente poco mi importa dei giudizi di persone che si divertono a sparare a zero a chi mostra una fetta di fragilità proprio perché è la fragilità quella che sembra sollecitare una forma idiota e crudele di bullismo. Sentirsi meglio degli altri è lo sport nazionale e questo sport è praticato da chiunque, incluse le signore mamme perfette che negli anni mi hanno trattata a pesci in faccia. Ma, come dicevo, non mi importa di loro. Mi interessa raccontare come può essere vissuta la maternità nella “colpa” di una gravidanza avuta senza assicurarsi un marito o la continuità di una convivenza. Con genitori che ti trattano come se tu fossi incapace di gestire te stessa e tuo figlio. Con la grave situazione economica che incombe e poca disponibilità all’aiuto da parte di tutti.

La vita non è una fiaba e può capitare che ci sia chi non fa altro che aspettare un tuo momento di debolezza per farti lo sgambetto e godere del tuo sangue. Così mi sono sentita dire che “ben ti sta… dovevi pensarci prima” e poi ho anche pensato di suicidarmi e non perché depressa, ché poi è la spiegazione comoda che cercano tutti quanti deresponsabilizzandosi e attribuendo a te tutte le colpe. Se tu sei malata non sono loro ad aver sbagliato ma sei tu quella che non ce l’ha fatta. Semplice, no?

Ho pensato di suicidarmi perché non vedevo nessuna prospettiva. Niente lavoro, niente soldi per una baby sitter, niente strumenti minimi di sopravvivenza e quando ho deciso di fare il passo più lungo della gamba, affittando una stanza per abitare da sola con mio figlio, per allontanarmi dall’ingerenza della mia famiglia, mi sono trovata a inventarmi varie forme di prostituzione pur di andare avanti. In quel caso no, non era un mestiere che ho scelto e non si tratta di prostituzione evidente ma quella subdola che viene sollecitata e accolta con ambiguità da uomini viscidi che mi hanno toccata e usata mentre io cercavo solo una persona che potesse capirmi e amarmi. Come un’adolescente scema che cercava un minimo di consenso trasfuso nella carne.

Non sono una martire e non è per compatirmi che racconto questo, ma solo perché può succedere di vivere una situazione del genere e non tutto va sempre secondo i nostri piani. Sapete come è complicato nutrire tuo figlio mentre hai solo voglia di piangere? E fare un pompino a chi scappa appena tuo figlio piange? Ho fatto cose delle quali mi pento, errori che riesco a malapena a confessare a me stessa perché è più facile rimuovere e tentare di apparire perfette agli occhi altrui, ma io non lo sono, perfetta, e non ho assolutamente voglia di mentire.

Ho trascinato mio figlio per miglia, trascurando il suo pianto, per incontrare chi mi aveva promesso una notte d’amore. L’ho rimproverato, fatto dormire in letti estranei, sgridato, sballottato, per indurlo a dormire mentre nell’altra stanza c’era uno che mi aspettava per scopare. Furti di pelle, a danno di mio figlio, con il cuore gonfio di tristezza e l’egoismo che si nutriva solo di disperazione invece che di scelte consapevoli. Ho accettato la compagnia di un estraneo a scoparmi a letto con mio figlio che mi guardava dalla culla per cercare rassicurazione. Non era una cosa così esplicita ma, che lui capisse o meno, io so quello che stavo facendo e non ho giustificazione alcuna. Mi sono fatta schifo per parecchio tempo e poi, stanca di autoflagellarmi, mi sono detta che non avevo scampo. Dovevo convivere con tutto questo e dunque non ho mai cercato perdono in mio figlio. Non sarebbe stato giusto.

Cosa avrei dovuto fare? Dire, caro figlio, tu eri piccolo e piangevi mentre io pensavo a farmi scopare? Un bel modo per scaricarmi la coscienza e per rivedere nei suoi occhi la mia imperfetta umanità. In compenso a giudicarmi hanno pensato le vicine, quelle che sorvegliavano gli orari delle mie visite, di uomini che mi portavano un regalo e poi dopo qualche ora se ne andavano. Rispetto a loro, alle vicine e agli uomini, mi pento solo di non aver chiesto un giusto compenso, perché in quel caso sarebbe stato meglio e avrei potuto tenere mio figlio fuori dalle mie faccende.

Ma, come dicevo, non cerco redenzione e voglio guardare a me stessa senza sconti. Mio figlio è cresciuto sentendo la mia mancanza, in una eterna competizione con estranei e quando ho finito per trovare un partner stabile è arrivato anche il suo tempo, il tempo per mio figlio. Avrei dovuto affidarlo ai miei, probabilmente, o alla famiglia di suo padre, che mai aveva detto di voler assumersene la responsabilità, ma non volevo accettare la sconfitta. Non volevo confessare al mondo di essere così fallita. Tenermi accanto il figlio per me ha rappresentato una giustificazione per i miei errori, una valvola di sfogo, un modo per svegliarmi la mattina senza sentire quello spaventoso vuoto affettivo che mi ha massacrata.

Ho trascurato, maltrattato, emotivamente e qualche volta anche dal punto di vista fisico, per certa rudezza nei miei comportamenti, per l’impazienza, per la scarsa vocazione alla maternità, e ho, ancora, offeso, traumatizzato, quel bambino. Solo pensarci mi induce a stringere gli occhi, forte, per tentare di scacciare via alcune immagini che mi fanno male, non più di quanto non facciano male a lui. Eppure sembra un ragazzo intero, così tenace e sereno. Sembra. Non so se lo è per davvero. A volte ho tentato di indagare ma, come dicevo, chiedere di più poteva voler dire che mi aspettavo un suo gesto di perdono. Pensavo che nell’adolescenza mi si sarebbe rivoltato contro. Quasi lo speravo, perché nel mio egoismo consegnavo a lui la facoltà di punirmi, punire sua madre, per salvarmi dai miei cattivi ricordi. Invece sono condannata a restare dentro la mia misera prigione, attraverso le cui sbarre guardo il mondo, senza comprensione per me stessa, senza comprensione per chi un po’ mi somiglia, o almeno è quello che provavo fino a poco tempo fa. Tanto più era per me complicato accettare me stessa e tanto più insultavo altre donne per combattere con me stessa fuori da me, attraverso un’altra.

So che a parlare così non beccherò nulla di più che reazioni viscerali. Perché non c’è nessuno che può raccontare la violenza come faccenda innata. Ogni persona a modo suo violenta arriva da un percorso complicato. Nessuna giustificazione per me. Nessuna giustificazione per chiunque. Ma quel che posso concludere è che se mio figlio, un giorno, commettesse altrettanti o peggiori errori sarei portata a giustificarlo, perché i suoi errori sarebbero frutto dei miei ed è assolvendo lui che assolverei me stessa. Perciò la cosa più importante che volevo dire è che non giustificare gli errori dei figli è la cosa più importante che possiate fare. Perché così rompete un cerchio infinito e perché in quel modo non perpetuate ancora il vostro egoismo per cercare amnistia per i vostri errori. E tutto ciò lo dico da persona, essere umano, non da martire, perché martire non sono. Tutto ciò lo dico da cattiva madre o semplicemente da madre, perché non c’è un solo modo di esserlo. Non c’è mai.

ps: questa è una storia vera. grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. letizia del bubba says:

    Forse se tuo figlio è così bello e tenero significa che un pochino di amore l’ha ricevuto da sua madre non credi??????

  2. O questa madre così sfortunata, sbalestrata, imperfetta un po’ di fortuna l’ha ricevuta con suo figlio 🙂

  3. Perdona te stessa non per dimenticare ma perché meriti la pace!
    – Mi sembra fosse il Dalai Lama a dirlo

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