Bell* così: fregarsene del giudizio altrui è già un inizio!

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Non sono bella, nelle foto vengo uno schifo e per dissimulare l’imbarazzo faccio sempre smorfie quando qualcuno fa video su compleanni, onomastici, feste varie di amici e amiche. Mi vesto semplicemente, soprattutto indosso quello che mi entra perché la mia 48 abbondante non mi permette variazioni sul tema. Il nero è il mio colore, non mi trucco, porto i capelli corti perché il mio viso così risulta meno appesantito. Dicono che ho un bel seno e anche il mio corpo non passa inosservato. Quello che mi aiuta è l’atteggiamento strafottente e la mia postura che mi fa attraversare spazi e strade a schiena dritta e testa alta. Ho smesso di piangermi addosso qualche anno fa. In un certo senso ho fatto pace con me stessa. Prima di allora non uscivo, mi vergognavo per tutto, mi sentivo inadeguata e non mi rendevo conto che ovunque c’è gente che si sente allo stesso modo e che si sente inadeguata a prescindere dal fatto che sia magra, grassa, alta, bassa, bella, brutta.

Ho incontrato persone che si sono affezionate a me perché avevo un atteggiamento positivo. Non mettevo pesantezza nelle relazioni. Non lasciavo che il mio umore dipendesse dal giudizio altrui. So che serve una gran forza e consapevolezza per fare questo e anch’io, d’altronde, ho impiegato anni per uscire dal mio guscio e ritrovarmi tra tante persone che erano impaurite, timide, complesse e piene di problemi spesso più di quanto non lo fossi io. Ho cominciato a cercare la bellezza nei dettagli, una ruga, un ricciolo che cade morbido sulle spalle, la profondità di uno sguardo, il palmo di una mano, l’agio nel confondersi con il paesaggio, quel poco di natura che ci resta. A volte penso che la specie umana, per quanto abbia tantissime opportunità, resta incastrata, prigioniera di se stessa e delle regole comportamentali, sociali, che essa stessa si dà.

Forse che vedete altre specie animali rifarsi il trucco mille volte per paura di non apparire belle? Immaginate un ippopotamo che tenta di diventare una giraffa o una scimmia che prova a diventare un delfino. Immaginate un grande albero che resta digiuno per dimagrire o una pantera che si lamenta tutto il giorno perché non ha gli occhi azzurri e non ha i soldi per farsi la plastica al naso.

Può sembrare sciocco quello che dico ma a me viene voglia di tornare a vivere in luoghi in cui si può coltivare la terra, nutrirsi di quello che raccogli e sai cucinare, leggere in silenzio, senza tutto quel rumore attorno, smetterla di sentirmi difettosa perché i miei pensieri sono più veloci o lenti di quelli altrui. Mi piacerebbe non avere specchi, non dover incontrare commesse filiformi che vanno in panne quando chiedo abiti della mia taglia. Mi piacerebbe incontrare persone che non parlano moltissimo ma che sanno dedicare sguardi meravigliosi alle cose belle che si trovano in giro per il mondo.

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Se vado per i boschi non c’è un solo albero che mi dirà che non posso entrare in quel contesto. E in riva al mare non troverò uno stop perché la sabbia è anche un po’ mia e posso distendermi e godermi il sole, e il mare non mi sputa fuori se nuoto e godo del bagnato. Il mio corpo risponde agli stessi stimoli di chiunque altr@. Fame, sete, sonno, sensi, piacere sessuale, vista, tatto, olfatto, gusto, udito. Ho tutto quello che mi serve e anche di più. Qualcun@ potrebbe dirmi che i miei sono pensieri consolatori ma in realtà tramite essi io trovo il mio equilibrio, perché non sono io a sentirmi sbagliata. Sono gli altri, è lo sguardo altrui che è condizionato a tal punto da indurre le persone al bullismo contro chi ha tratti estetici diversi. Sei tu che non riesci a convivere con la diversità e senti il bisogno di normarmi, rendermi un po’ meno differente. Sei tu che crei scale di valore, chi è meglio o peggio, e discrimini sulla base del tuo punto di vista. Ed è una tentazione alla quale cedono in tantissimi. C’è povertà nell’esempio di chi ha bisogno di sentirsi migliore giudicando pessima la mia persona. Succede in tutte le cose. E il bello è che si attribuisce questa caratteristica solo a una categoria di persone. Quelli che prevalgono, che fanno più rumore, e si lasciano tentare dalla voglia di dominare chi è divers@. Ma la realtà è che questa cosa la facciamo, e includo anche me, tutti quanti. Un branco domina l’altro e chi non ha un branco di riferimento è inevitabilmente sol@. Ecco perché abbiamo bisogno di riconoscerci in qualcosa o di affidarci a qualcun@.

Il fatto è che qualunque cosa tu ritieni d’essere, ora, penserai comunque e  sempre di essere migliore di qualcun altro. Allora il trucco, quantomeno il mio, è di smettere di normare, regolare, la vita altrui e non lasciarsi condizionare dai giudizi degli altri. Io non so cos’è meglio per te. So solo, a malapena, quel che sono io o che vorrei essere. So che preferisco correre e ballare e mi piace la musica, si, e i libri, ma mi piace anche colorare i miei capelli, agire d’istinto, amare spontaneamente e senza riserve. So che mi piace toccare e farmi toccare e amo ascoltare il mio respiro, calmo, quando tutto è fermo e mi godo il silenzio.

Che vita è quella in cui è necessario vivere gli uni con gli altri, posizionati in gerarchie senza senso, anche senza sopportarsi? Perché mai non si può scegliere l’ambiente in cui vivere. Perché siamo obbligati a vivere in scatole di cemento e a fare lavori che non ci piacciono per poter mangiare? Perché mai evitiamo di parlare di chi ci impone quello che non ci piace e ci concentriamo solo su cose che non hanno alcuna importanza? Non mi importa del tuo colore, la tua razza, il tuo genere, le misure e le tue abilità. Non mi importa dei tuoi giudizi perché io non giudico e riconoscendomi diversa dichiaro di voler varcare un confine che mi dà il diritto di sceglierti tra tanti. È con te, te e te, che voglio scambiare opinioni, senza compatirmi, senza dover convincerti che sei perfett@ così come sei, senza commiserarmi.

È il mio spazio fisico, mentale, personale che io cerco ed esigo. Il resto per me non conta. E se dopo tutto questo tu continui a misurarmi i fianchi, il culo e le tette, evitando di ascoltare le mie parole, posso solo dispiacermi per te, perché la tua comunicazione è errata. Se vuoi sentire quello che ti dico, che provo, se vuoi che tra me e te ci sia un contatto reale allora spogliati da pregiudizi e tentazioni di dominio e goditi la mia sincera nudità. Così, nuda, con la mia 48 abbondante e l’orgoglio di esistere, ti invito a partecipare al pride degli umani. Venite tutt* fuori. Non lasciate che vi condizionino al punto da voler sparire. Non lasciate che vi inducano all’invisibilità. Quel mondo uniforme, pieno di omologhi e con il terrore delle tante unicità, si sconfigge solo così. Scegliete di apparire. Così, tra tant*, potrete sentirvi a vostro agio. Potrò sentirmi a mio agio.

ps: è una storia vera. grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. Grazie, bellissima sei tu

  2. certi stereotipi li vivete più voi donne che noi. Io sono stato spesso con donne magre da giovane, ma polarizzando la mia sessualità ho capito che mi garba la ciccia. E non l’obesità patologica, mi garbano le donne normali, con delle cose speciali. Non amo le donne laccate, non sanno ridere, né scopare. ( SE SAPER SCOPARE ESISTESSE FUORI DA UNA COPPIA IL CHE E’ VERO SOLO PER UN PAIO DI PRATICHE CHE RICHIEDONO TECNICA).
    Comunque ho perso la testa per una 48, 46, ex 54 che voleva diventare 44. Perché aveva i pensieri più veloci delle altre, ed era bella e sexy, non certo nonostante qualcosa. era bella. E’ bella. Anche se non mi vuole più. L’unica cosa che vorrei dire alla protagonista della storia, è che i pensieri molto veloci poco si attagliano al ritmo lento degli idilli campestri.
    Buon Natale
    da casalingomoderno,com la prima saga dove si fa il sugo e anche qualche sega. Ed e’ tutto vero. ISCRIZIONATEVI SUBBITO!

  3. A me sembra solo una donna terribilmente confusa che si contraddice più volte e che non sembra tanto matura. In altre parole se leggiamo quello che desidera e poi lo confrontiamo con le sue vicende scopriamo che non risulta poi così forte come lei vorrebbe credersi.
    Assolutamente da non condividere il mantra del tu non mi devi giudicare. L’imperativo dell’autrice è in aperta contraddizione dal momento che lei si permette di giudicare. In più occorre vedere che cosa si intende per giudicare. Nell’accezione più comune non giudicare significa “tu non ti puoi permettere di dire qualcosa di negativo e che mi può offendere” (non necessariamente qualcosa di volgare, basta che crei disagio). Se questo è vero significa che non dobbiamo giudicare negativamente, ma complimenti e valutazioni positive sono i benvenuti.
    Più che un progresso a me pare un regresso, ossia sembra di avere a che fare con delle adolescenti fragilissime che vanno in pezzi al primo refolo di vento.
    Se invece il non giudicare comprende tutte le valutazioni e i giudizi (positivi, neutri e negativi) allora l’autrice invita tutti a smettere di pensare, ossia a rinunciare ad esaminare, valutare, dissentire o approvare qualsiasi comportamento, pensiero, emozione e motivazione individuale, di gruppo, sociale e politica. Un bel progresso? Io non credo (facendo nostri i desideri dell’autrice dovremmo concludere che Ale ha sbagliato a dire che è bellissima perché l’ha giudicata). È questo il futuro?
    Da notare che la colpa è sempre degli altri.
    Spero di sbagliarmi ma a me sembra una persona confusa.

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