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Vendo servizi sessuali per libera scelta: potete accettarlo?

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Mi chiamo Caterina e il mio lavoro è vendere servizi sessuali. Sono una sex worker senza, per ora, possibilità di regolarizzazione. Mi servirebbe poter fare il mio mestiere alla luce del sole e invece devo sottostare al volere di paternalisti e moraliste, anche un po’ sessuofobe, che pretendono di relegarmi al margine della società, da clandestina, per “il mio bene”.

L’unica cosa che loro sanno fare è una descrizione schifata delle attività sessuali. Pronunciano la parola “pompino” quasi che fosse qualcosa di osceno. Immaginano le penetrazioni come le vedono certi maschilisti, alla stregua di azioni di guerra contro i corpi femminili. Non gli viene in mente che esistano donne alle quali piace essere penetrate o che amano fare pompini.

Parlare in un certo modo di quello che una prostituta fa, come se si vendesse al diavolo in persona, è fuorviante e rappresenta più che altro la visione sessuofobica di chi descrive che della prostituta stessa. Io che sono una sex worker, invece, so bene che lavoro un tot di ore vendendo carezze, parole, servizi sessuali (e non pezzi di corpo, ché il cliente non asporta la mia vagina per portarsela a casa), il che è quel che tutte le colleghe in quanto soggetti autodeterminati, affermano di realizzare, perché sex work is work, il lavoro sessuale è lavoro, perciò io so bene che finito l’orario di lavoro torno a casa a vivermi gli affetti, gli interessi, lo studio, la mia vita.

Ma in definitiva, quel che vorrei dire a certe donne che hanno il brutto vizio di voler decidere anche per me, è che se a loro non piace fare pompini, o farsi penetrare, vivano pure la più casta delle relazioni sessuali. Per me che di rapporti platonici non preferisco averne invece è naturale guadagnare su quel che in ogni caso io amo fare.

Non voglio esagerare, perché mentirei, e so che certe volte il mio mestiere può essere duro, ma mi permette di scegliere quale cliente soddisfare e quale no. Quello che deve essere chiaro è che io non sono obbligata a lavorare e posso farlo oppure no. Tutto dipende da me. Questo almeno avviene alle persone, donne, uomini, trans, che vendono servizi sessuali per libera scelta.

Quello che io amo particolarmente raccontare è il fatto che non vivo il mio mestiere come un dono, un atto di cura, come altre possono voler fare. Per me è uno scambio reciproco. È uno scambio equo. Se lo sanno i miei? Non ancora. Difficile fargli capire che fare la sex worker non vuol dire essere una donna perduta nel disonore e nella vergogna. Sono anziani, non capirebbero. Ma lo sanno i miei amici e lo sanno anche persone che amiche non sono.

Non ho mai fatto mistero di quello che sono e che faccio. Mi mantengo da sola, sono economicamente indipendente, posso scegliere se stare con qualcuno, in modo stabile, oppure no, perché non ho bisogno di essere accolta con vitto e alloggio per sopperire alla mia precarietà. Posso coltivare i miei interessi e ho tempo per poter studiare. Vado all’università. Come tante altre colleghe e alcuni colleghi che vendono servizi sessuali prevalentemente a gay.

Se continuo al giusto ritmo potrò prendere la seconda (mini) laurea tra un paio d’anni e poi vorrei andare all’estero dove si lavora molto più facilmente e dove vorrei cercare di imparare altre cose, a partire da un paio di lingue straniere. Di queste cose io posso parlare, sapendo di essere capita totalmente, solo con voi, perché non mi sento giudicata. Perché non state lì a dirmi che devo ripensarci e che la mia vita è traumatica quando in realtà non lo è. Capisco sia difficile per alcune riuscire ad accettare l’altrui diversità, soprattutto quando si tratta di una diversità che si fatica a intravedere, quella tra donna e donna, teoricamente unite da un unico modo di pensare e invece differenti per tantissime ragioni.

Il fatto è che io non obbligo nessuno a fare quello che faccio io. Perché tu, invece, vuoi obbligarmi a fare quel che dici tu? Perché vuoi convincermi che in realtà io non ho scelto? Il perché è semplice: non riesci ad accettarmi per quello che sono perché per te c’è un solo modo di essere libere ed emancipate e troverai sempre tante parole per insultare la mia intelligenza e immaginare di essere moralmente superiore a me.

Ma tu in realtà non puoi insegnarmi nulla. Non ho alcuna voglia di apprezzare i tuoi insegnamenti, a te che ti asciughi subito la bocca se una goccia di sperma ti capita vicino, a te che fai una smorfia un po’ inorridita all’idea di essere penetrata, a te che pensi al rapporto sessuale vecchio stile, sempre che tu i rapporti sessuali li abbia per davvero. A te che non ti senti a tuo agio a parlare di sesso e a chi ne parla dici pressappoco che è una zoccola, descrivendo puntualmente quel che dice come fosse un costante ammiccamento al maschio. Come se una donna non potesse parlare di sesso per sé e per tante altre che di sessualità vogliono parlare. La donna non deve parlare di sesso, dicevano in altri tempi, perché noi femmine abbiamo la bocca più pulita e a discutere di sesso vanno solo gli uomini ai quali spetta tale competenza.

A te che adoperi lo slut shaming per insultare colei che pur non essendo una sex worker ascolta quelle come me e ci dà voce quando tante altre tentano di screditarci e delegittimarci. Io non ti obbligo a fare quello che faccio io. Tu non obbligarmi a fare quello che fai tu. Servono regole che garantiscano alle donne di poter scegliere liberamente se vendere servizi sessuali oppure no. Protezione per le vittime di sfruttamento e più diritti per i lavoratori e le lavoratrici del sesso che scelgono in piena libertà. Negarci spazio per raccontarvi di noi o per dirvi che siamo stanche di essere stigmatizzate, proprio da quelle che dovrebbero aiutarci, è una gran brutta cosa. Negarci la possibilità di essere ascoltate, anche da quelle che dicono di volerci salvare salvo poi chiamarci “complici del patriarcato” se non vogliamo definirci vittime, è disumano.

La libertà di scelta deve essere rispettata sempre, anche quando non ci piace quello che fa l’altra. Per esempio: a me non piace affatto quello che fanno certe abolizioniste, la loro litigiosità, il livore di certe discussioni gestite da loro, ma non per questo chiedo che una legge le censuri. Scommettete invece che se loro trovassero ulteriori modi per invisibilizzarci li userebbero tutti?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

—>>>Le narrazioni tossiche e il femminismo a partire da sé

—>>>Quelle femministe radicali che fanno slut shaming contro le donne

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Comments

  1. Io non credo che la prostituzione sia vista con perplessità solo da bigotte sessuofobiche. Ad esempio io mi ritengo abbastanza libera mentalmente e nel sesso adoro esattamente le cose che hai citato tu 😉 ma ciò che mi perplime è la capacità di sperimentarle con sconosciuti. Sarà che io ho gusti difficili, ma dovessi fare il tuo mestiere – con facoltà di scelta, come dici tu – non camperei a lungo: ne rifiuterei troppi, dei pochi altri finirei magari per innamorarmi… insomma niente da fare 🙂
    C’è poi il fatto che molti non riescono a mischiare qualcosa fatto per amore o per passione con il concetto di lavoro, di prestazione (anche in ambito non sessuale. Es: uno che ama dipingere e lo fa mettendoci tutto se stesso, e nel momento in cui deve farlo “a comando” per un committente perde completamente l’ispirazione e si sente inaridito).
    Ma se tu la vivi diversamente e sei soddisfatta della tua vita, buon per te e nessuno ha motivo di criticarti o ergersi in tua difesa non richiesta.

    • Beh, Chiara, il paragone con gli artisti è un po’ ambivalente: vivo in un mondo di musicisti e poeti (io stesso ho pubblicato molti libri di poesie) e so bene che un musicista suona per passione ma anche, spesso, per essere pagato (se vuole vivere di musica senza essere costretto a dedicarvisi solo nei ritagli di tempo di un altro lavoro remunerato). E un pittore vuole sentirsi libero nel dipingere, certo, ma poi i quadri li vende, se vuole vivere di pittura.
      Però il nocciolo del tuo commento lo trovo più nel fatto dei “gusti difficili”. In effetti ci sono persone che riescono ad avere intimità fisica solo con pochi eletti, e altre persone inclini a intimità a vari livelli con un numero ben più alto di partner. Questo vale sia per i maschi sia per le femmine. È chiaro che per fare serenamente del lavoro sessuale “conviene” appartenere al secondo tipo – il che però non significa che chi è del secondo tipo “debba” fare del lavoro sessuale. Sono modi diversi di percepire la fisicità e il contatto. Modi che possono anche variare nel tempo: io da ragazzo ero terrorizzato dal contatto fisico, ci ho messo un sacco a sbloccarmi. Più avanti nella vita, invece, sono diventato… di gusti facili? Beh, forse: nel senso che con un buon numero di donne “mi sento bene” nell’intimità. Ci sono infinite sfaccettature in ogni personalità. Chi “si sente bene” nel fare del lavoro sessuale e ha voglia di farlo, a mio avviso fa bene a seguire, in varia misura, tale percorso.

  2. Io lo posso accettare eccome, e potevo accettarlo già quarant’anni fa, quando avevo vent’anni. E già allora mi scontravo, oltre che con maschi paternalisti e volgari, anche con “femministe da sagrestia”. Se la cosa può consolare, oggi nonostante tutto va un po’ meglio che quarant’anni fa. Allora avresti avuto contro tutti il mondo, oggi… tutto il mondo meno una parte. C’è almeno uno spiraglio. Quello che molti non capiscono, secondo me, è che il lavoro sessuale (e tutti i lavori “erotici” con varie sfumature, dalla modella di nudo esplicito alla spogliarellista alla drag queen al toy boy), oltre a non meritare nessun giudizio morale negativo (è un lavoro onestissimo), NON significa affatto un temperamento arido o materialista o “non romantico” – anzi, può accompagnarsi alla più ricca e colorata e intensa e amorosa delle vite. E di questo ho personale esperienza certa, non parlo per sentito dire. Poi sì, certo, ci sono le schiave del sesso (così come ci sono gli schiavi che raccolgono pomodori in Puglia e altrove) ma non possono essere usate (usate, ancora!) per criminalizzare il lavoro sessuale. Tanto più che lo schiavismo sessuale è favorito da leggi proibizioniste che derivano proprio dall’atteggiamento bigotto e giudicante – e qui il cerchio si chiude.

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