Much Loved – Sex Workers: prenderne i soldi, esiliarle ai margini!

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Non so se avete visto il film Much Loved. E’ un film che ha fatto molto discutere. In Marocco è stato messo al bando con tanto di maledizioni contro regista e attrice protagonista, rei di aver mostrato un aspetto molto crudo della prostituzione e del turismo sessuale vissuto in quel paese. Le donne di cui si racconta lavorano per conto proprio, non sono sfruttate, fatto salvo il compenso per pagare un autista e l’affitto di case in cui si tengono alcune feste dove alle sex workers è più semplice trovare clienti che poi potranno gestirsi altrove.

La loro è una scelta, quel lavoro invece che un altro, per guadagnare di più perché hanno bisogno di soldi. La protagonista principale ha un figlio, una madre e una sorella da mantenere. Sua madre la disprezza per le dicerie della gente ma le chiede continuamente soldi piangendo miseria. Specchio dell’ipocrisia di contesti in cui si accettano guadagni provenienti dalla vendita di servizi sessuali senza però smettere di porre stigmi negativi sulla testa di chi effettivamente li vende.

La storia è cruda perché racconta la povertà, l’impossibilità di conciliare quella scelta lavorativa con la possibilità di viversi gli affetti senza vergogna. Racconta come sarebbe tutto più semplice se la mentalità non ricattasse le sex workers ponendole a margine della società ed escludendole dalla rete di relazioni sociali vissute normalmente. Racconta di donne e trans che si aiutano e proteggono l’un l’altra, persone che vivono la sessualità etero, lesbica, gay, offrendo uno sguardo impietoso sugli uomini che fanno a gara di machismo o che negano la propria omosessualità e in tal caso, se scoperti, possono diventare violenti.

Uomini, sauditi o europei, che tra droghe e sex workers vivono il proprio momento di sballo, con tanto di polizia che esige tangenti per non intervenire, mentre quelle testimoni del loro stile di vita si ritagliano spazi per trovare, l’una nell’altra, l’affetto che da qualunque altra provenienza arrivi, giacché sono comunque esiliate ai margini, è spesso interessato. Guardare il film ti fa capire perfettamente perché le sex workers chiedono decriminalizzazione e quali dovrebbero essere le condizioni in cui quel lavoro può essere svolto con maggiore serenità.

Serve un lavoro sulla cultura per lasciare che si giudichi quel lavoro come tale senza stigmi sulla testa delle donne. Serve che la polizia non sia mai e poi mai messa in condizione di esigere tangenti in denaro o con stupri che nessuno punisce mai. Serve che possano lavorare in contesti protetti, mai ricattabili, insieme e senza dover poi rinunciare, fuori dal proprio orario di lavoro, agli affetti, ai figli, ai genitori, alle compagne o ai compagni con i quali vogliono condividere la quotidianità. Serve poi evitare di usare l’argomento dello sfruttamento per lasciare che queste donne restino sempre in ombra, luogo in cui le violenze possono avvenire più frequentemente. Casomai bisognerebbe lavorare sulle cause che portano alcune sex workers a fare quel lavoro controvoglia. Porre l’accento sull’assenza di reddito per le donne che, in paesi come il Marocco ma non solo, non sono sposate, mantenute da mariti o padri, o in attesa di poter fare un buon matrimonio.

E’ quel modello di società, che riguarda anche noi, che va cambiato e non la testa delle sex workers ancora oggi considerate malate, viziose, depravate, senza che mai sia messo in discussione l’assetto repressivo/proibizionista di istituzioni patriarcali che preferiscono le donne caste e subordinate a padri/mariti invece che libere di scegliere.

Mi viene così in mente la storia di A. che è stata costretta a migrare dal Marocco perché un italiano l’ha messa incinta, poi non l’ha sposata perché così poteva ricattarla, e poi l’ha lasciata più povera di prima e con una figlia da mantenere. Mi viene in mente K. laureata alla Sorbona, arrivata in Italia con quattro figlie e un marito violento. Al marito la comunità facilitava le cose per farlo lavorare, a lei invece no. Potrei raccontare altre storie che conosco di donne che hanno sofferto e che solo perché separate si sono guadagnate l’isolamento e il mobbing familiare, donne che hanno dovuto adeguarsi alle richieste di amanti, di passaggio o più costanti, dei quali hanno accettato le attenzioni per il semplice pagamento di una bolletta o di una rata dell’affitto. Più volte mi hanno detto che erano pentite di non aver imitato le sex workers guadagnando il necessario per mantenere le figlie o i figli senza dover chiedere l’elemosina a uomini di passaggio.

Mi viene in mente la storia di R. Una bellissima donna che ha subito uno sfratto, ha accettato un lavoro da cameriera per tirare avanti e il datore di lavoro, italiano, l’ha molestata e lei è stata zitta per tenersi il lavoro. Poi ha deciso di mollare e andare in un altro paese a fare non so cosa. Posso sospettarlo ma lei non mi ha mai più spiegato nulla salvo dirmi “ora sto bene”.

Dunque qual è il punto in tutto ciò? Il punto è che fino a quando si obbligano le persone tutte ad accettare lavori da fame, in condizioni inaccettabili, c’è poco da lamentarsi anche in situazioni di scelta obbligata del fatto che le donne vendano servizi sessuali. Le moraliste spingano affinché si offrano altre opportunità a quelle donne invece che a reprimerle per convincerle a non fare scelte “immorali” sulla base di un ragionamento borghese fatto da chi non ha mai avuto il problema di doversi mantenere da sole.

A tutte le sex workers del mondo va detto che, da precarie a precarie, sono nostre sorelle e mai ci ergeremo su un piedistallo per insegnare loro come campare quando chi più o chi meno abbiamo accettato impieghi non perché ci piacevano ma per bisogno di denaro. Tirate fuori i soldi e poi se ne riparla, o altrimenti godetevi i vostri frigoriferi pieni, le vostre colf e badanti, e smettete di ficcare il naso nella precarietà altrui solo per indicarci quella che a vostro avviso è più moralmente accettabile.

—>>>Le narrazioni tossiche e il femminismo a partire da sé

—>>>Quelle femministe radicali che fanno slut shaming contro le donne

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Comments

  1. Dove posso reperire il DVD del film?

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